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Restiamo in tema ITALIA e parliamo questa volta del LIVELLO DI COSCIENZA DELLA VIOLENZA SULLE DONNE E DI TUTELA DELLE VITTIME che c'è nel nostro Paese. Sono felice di deludere chi, senza essere informato, ritiene che non sia un vero e proprio problema da risolvere, che dipende ESCLUSIVAMENTE dal fatto che ancora oggi, nel 2007, l'uomo vede la donna come inferiore e come un oggetto da possedere. Lo Stato italiano resta sempre più indifferente al problema, abbandonando letteralmente le donne al loro destino e preferendo agire repressivamente e non preventivamente: una donna deve aspettare di essere morta perchè forse il suo assassino venga punito, ma quando è in vita non si può aspettare nessun tipo di protezione. Dov'è la logica in questo?
Non voglio dilungarmi oltre; l'ultima comunicazione ai lettori è questa: il testo seguente è tratto da un opuscolo di cui avevo già fatto uso in precedenza, troverete la bibliografia completa in fondo e chiunque lo voglia leggere per intero può richiederlo e glielo fornirò volentieri!
IL LIVELLO DI COSCIENZA E DI TUTELA IN ITALIA
In Italia della violenza alle donne pochi parlano con cognizione di causa, anche per la miseria di dati e statistiche, ma i giornali e le TV ce ne raccontano tanti di episodi con "pathos", anche spesso ultimamente.(...) La violenza di genere è un fenomeno trasversale che ha radici ben più profonde di quanto si voglia far credere, poiché interessa tutte le classi e spesso passa inosservata, ma dal momento che questo tema è tristemente salito alla ribalta della cronaca, il rischio da scongiurare è anche quello che sia strumentalizzato per dar luogo a campagne di legge e ordine o di "sicurezza". La violenza sulle donne non è un'emergenza, è un problema sociale e come tale va affrontato.
Purtroppo, non esistendo ancora in Italia un codice di condotta per i media in tema, l'opinione pubblica non si scandalizza a sentire che in Europa la prima causa di morte è il femminicidio (sì, chiamiamolo così); non diventa un tormentone come la testata di Zidane a Materazzi l'invito a riflettere che coerentemente è stato proposto da Liberazione, che provocatoriamente chiede "Maschi, perché ammazzate le donne?". (...)Liberazione ha ragione, anzi doveva dire "Maschi, perché ammazzate le donne? Istituzioni, perché rimanete inermi e lasciate che le donne vengano ammazzate?"
La violenza sulle donne non è un problema solo delle donne, non si possono lasciare sole le associazioni di donne, le case di accoglienza per le donne maltrattate, le vittime della violenza, le femministe, qualche uomo o qualche intellettuale illuminato, a cercare di gridare ai quattro venti le difficoltà di essere donna oggi in Italia, a chiedere aiuto perché non ci sono fondi per aiutare chi vuole uscire dalle situazioni di violenza, a raccogliere le prostitute dalla strada, a combattere da sole contro i mulini a vento, tutto sommato.
La violenza sulle donne non può essere più solo un problema privato, è un fatto sociale che va affrontato nella sua dimensione pubblica perché la promozione e la tutela dei diritti delle donne sono requisiti fondamentali per costruire una vera e propria democrazia, ed occorre utilizzare tutti i mezzi possibili per prevenire qualsiasi violazione dei diritti umani delle donne: questo è un impegno che riguarda tutta la comunità, ma in primo luogo rappresenta un'obbligazione dello Stato, fa parte del patto sociale garantire la vita, la libertà e la sicurezza ai propri consociati e parimenti alle proprie consociate, ciò rappresenta anche un'obbligazione assunta a livello internazionale attraverso il riconoscimento dei vari Trattati, Dichiarazioni e Convenzioni a tutela dei diritti fondamentali dell'uomo.
(...) Se vogliamo comprendere questo tipo di violenza, non dobbiamo aver timore di dire la verità: gli uomini si sentono minacciati dalla crescente volontà di autoaffermazione che le donne esprimono, dal rifiuto femminile della segregazione in ruoli prestabiliti, dalle prospettive di libertà femminile in tutte le sfere della vita.
(...) Se manca una sensibilizzazione sociale attiva da parte dello Stato su questi temi, e se manca una professionalizzazione e una preparazione "di genere" degli attori sociali che quotidianamente si trovano davanti a casi di discriminazione e violenza sulle donne, come potranno mai riconoscerli? Come potranno mai essere di aiuto alle vittime? Se i media, anche quelli a partecipazione pubblica, continuano a diffondere determinate rappresentazioni della donna come icona oggetto del desiderio maschile, come madre premurosa, come valletta silenziosa, quando la donna riuscirà ad esprimere liberamente la propria identità? Se non sono accessibili i dati europei sulla violenza contro le donne, se neanche vengono tradotti i principali atti europei in materia, le risoluzioni, le raccomandazioni agli Stati, se queste informazioni vengono taciute come si può aprire un dibattito serio e fondato sulla questione di genere? Se per la scarsa accessibilità di queste informazioni non si riesce ad aprire un dibattito serio, partecipato, che coinvolga tutti gli attori sociali, come è possibile che la società partecipi al processo di trasformanzione e la donna acquisti maggiori libertà?
(...) Ma per fare ciò è in primo luogo necessaria una campagna capillare di informazione e di educazione da parte dello Stato sulle tematiche di genere, come più volte richiesto dalle istituzioni europee.
Per sradicare questo tipo di violenza quindi il primo passo da fare è che dai media, e conseguentemente a livello sociale, essa venga riconosciuta come violenza di genere, chiamata con il suo nome, femminicidio, che è un termine del quale i mezzi di comunicazione si vergognano, che preferiscono razionalizzare, andando a cercare per ogni caso di omicidio di donna il movente che ha spinto l'uomo ad uccidere, e non cogliendo il disagio di fondo che consente il verificarsi di questi episodi drammatici. Questa psicologizzazione dei casi di violenza sulle donne posta in essere dai media, può leggersi come manifestazione del fatto che forse il problema più in generale è che la nostra società non vuole, si rifiuta di riconoscere la violenza di genere.
Purtroppo però essa esiste, e per fermarla non serve maggiore controllo sulle strade e sulle donne, ma è necessario porsi in ascolto: cioè i servizi e le istituzioni che potenzialmente vengono a contatto con donne che hanno subito o rischiano di subire violenza ( e quindi gli operatori del pronto soccorso, le istituzioni, i servizi sociali, la polizia, i giudici) devono essere educati al riconoscimento di segnali di violenza in famiglia, che troppo spesso vengono sottovalutati,e sfociano in tragedia.
Il primo problema infatti è quello delle denunce mancate da parte di donne che non credono nelle Istituzioni, che temono quello che purtroppo di frequente accade, la rivittimizzazione.
Tuttavia, il numero di denunce va aumentando, la donna che è soggetta a situazioni di violenza tende sempre più a "liberarsi" in qualche modo, a confidarlo all'amica, al prete, alla polizia, al pronto soccorso, in qualche modo chiede aiuto, ma queste persone non sono in grado di capire la gravità delle richieste di aiuto o dei segnali lanciati dalla donna, e non intervengono, o intervengono in maniera lenta e inefficace, lasciando la donna isolata, in special modo quelle che non hanno l'indipendenza economica necessaria a scappare dalle situazioni di violenza.
(...) Quello che serve quindi, olte alla volontà politica di mettersi in gioco, sono anche fondi per aumentare il numero dei centri antiviolenza e per garantire alla vittima l'esistenza di una rete organizzativa locale che sia in grado di prendersi cura di lei e allontanarla tempestivamente dalla situazione di disagio.
Prima ancora di ciò è necessario, ed è atto dovuto, garantire alle donne il diritto a vivere liberamente il proprio corpo e la propria sessualità, senza dover temere ritorsioni da uno stato censore con leggi castranti che ancora oggi favoriscono la tutela della famiglia piuttosto che la salute e l'autodeterminazione della donna, e significa anche che le istituzioni devono garantire una pronta risposta alle donne quando queste chiedono aiuto per uscire da situazioni difficili, ma non solo sulla carta, come avviene per gli ordini di protezione e allontanamento, anche nei fatti.
(...) Quello che manca è un'ampia campagna di prevenzione ed educazione, è rendere effettivi gli strumenti di tutela disponibili, è evitare che al momento della denuncia o della cura la violenza di genere non venga riconosciuta, è evitare che si verifichino ingiustizie al momento dell'applicazione della legge perché i soggetti giudicanti mancano di prospettiva di genere, è riconoscere che la violenza maschile contro le donne è il maggior problema strutturale della società, che si basa sull'ineguale distribuzione di potere nelle relazioni tra uomo e donna, e incoraggiare la partecipazione attiva degli uomini nelle azioni volte a contrastare la violenza sulle donne, è riconoscere che lo Stato ha l'obbligo di esercitare la dovuta diligenza nel prevenire, investigare, e punire gli atti di violenza, sia che siano esercitati dallo Stato sia che siano perpetrati da privati cittadini, e di provvedere alla protezione delle vittime.
Quindi magari quello che servirebbe d'emergenza sarebbe piuttosto una campagna di sensibilizzazione, che mobilizzi l'opinione pubblica attraverso l'organizzazione o la collaborazione a conferenze e la diffusione di informazioni, così che la società venga a conoscenza del problema e dei suoi effetti devastanti sulle vittime e sulla comunità in generale, e ne possa discutere con coinvolgimento anche delle vittime, senza pregiudizi e preconcetti.(...)
Bibliografia:
Opuscolo dal titolo "VIOLENZA SULLE DONNE: PARLIAMO DI FEMMINICIDIO", capitolo 5.
Elaborato da Barbara Spinelli.
sito web: www.giuristidemocratici.it
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Categorie del post: italia, violenza domestica, femminicidio, violenza di genere
Andando all'università a Milano, mi capita spesso di prendere i giornali che vengono distribuiti appena fuori dalla metro: il giorno 10 Ottobre ho trovato su EPolis Milano degli articoli molto interessanti a proposito della "questione velo", imposto alle donne musulmane dalla loro religione (anche se molte volte ad imporlo sono i mariti di queste ultime).
Uno di questi articoli si riferisce alla città di Treviso, dove il prefetto ha deciso di dire sì al burqa (a meno che non copra totalmente il viso), un altro è a proposito della Francia e dell'Olanda che sono diventate sempre meno tolleranti verso questo tipo di usanza e l'ultimo (quello che ho intenzione di pubblicare qui) esprime lo sdegno delle musulmane residenti in Italia che sostengono giustamente la tesi che il nostro Paese aiuti gli integralisti. Quella che leggerete è l'opinione di Souad Sbai, presidente dell'Associazione donne marocchine.
La rabbia delle musulmane: "L'Italia aiuta gli integralisti"
L'allarme: "Più che una libera scelta è una violenza alle mogli imposta dai mariti"
Una mortificazione dell'identità, un'imposizione misogina intrisa di integralismo che castra la femminilità e uccide la dignità. Una gabbia di stoffa blu che annulla le donne, le isola dal mondo esterno, le condanna a un universo a senso unico costruito su misura per loro con la sopraffazione e la violenza.
Un pianeta a parte dove il silenzio è legge e l'oscurantismo domina sovrano. Un mondo in cui le donne musulmane che vivono in Italia non vogliono tornare. E' un grido disperato quello di Souad Sbai, presidente dell'Associazione donne marocchine in Italia e membro della Consulta per l'Islam italiano, che non vuole accettare la decisione del prefetto di Treviso. Si sente umiliata e offesa Sbai, lei che aveva scelto di vivere in Italia per i suoi "diritti e libertà" e ora dichiara di accorgersi che il Paese "aiuta gli integralisti". "Da un anno e mezzo a questa parte l'Italia sta diventando fondamentalista e ora è il momento di dire basta: tutte le donne dovrebbero alzarsi e dire basta". Grida allo scandalo Sbai: "C'è una legge del 1975 e quella vale per tutti", e poi aggiunge che la decisione "è più che pericolosa, perché se diventa effettiva moltissime donne saranno costrette ad indossare il burqa". Quel velo integrale più che una scelta è molto spesso imposto dai mariti, ha ricordato Sbai, chiedendo, rivolta al prefetto di Treviso: "Ha mai chiesto alle donne quanta violenza c'è dietro il burqa che indossano?". Che poi ha lanciato un invito ai politici. "Se vogliono fare accordi con il fondamentalismo li facciano fuori dall'Italia e non toccando le nostre teste", ha accusato Sbai, sottolineando che è proprio "attraverso le donne che si riescono a far passare cose che non appartengono alla religione". La presidente delle donne marocchine si è appellata quindi al ministro per le pari opportunità Barbara Pollastrini perché intervenga sulla questione. "Le donne devono cominciare a dire no", ha concluso la presidente dell'Associazione donne marocchine in Italia, annunciando che anche per questo le donne musulmane, ma anche iraniane e italiane, scenderanno in piazza il 24 Ottobre, davanti al Parlamento, per dire basta al fondamentalismo.
L'articolo così si conclude, ma non si conclude affatto la disputa. A parer mio è una vergogna che il nostro Paese accetti simili usanze maschiliste che privano le donne della propria dignità e della proprio persona. Io mi chiedo dove andremo a finire di questo passo. Finiremo per giustificare le violenze, giustificare gli omicidi, giustifcare gli stupri...dove finiremo? Se qualcosa non cambia non potremo che finire male; la libertà per noi donne sarà solo un sogno qui in Italia tra qualche anno? E' inevitabile porsi queste domande. Se volete esprimere il vostro parere lasciate commenti.
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Categorie del post: italia, islam, questione velo
Purtroppo molto spesso le donne vittime di violenza, diventano vittime per la seconda volta di stereotipi maschilisti, che capovolgono le parti, facendo sembrare la donna il colpevole e l'uomo vittima delle circostanze.
Esaminiamo uno per uno questi falsi "miti", confutiamoli e cerchiamo di dare una giusta spiegazione.
"Una donna non può essere violentata contro la sua volontà"
Questo stereotipo rimanda al grado di resistenza fisica opposta dalla vittima come prova della veridicità del fatto. L'effetto congiunto della minaccia (anche di morte), del dolore fisico e psicologico e della paura spesso annulla ogni resistenza. Può succedere anche che la donna perda i sensi. E' difficile, se non impossibile, restare lucide in situazioni di estremo pericolo, come può essere lo stupro, e anche la consapevolezza di non poter evitare la violenza in qualsiasi modo ci priva di qualsiasi tipo di resistenza. Il pensiero che ci sostiene è restare in vita, perché alcuni stupratori decidono di eliminare le vittime troppo resistenti. Non dimentichiamo che lo stupro nasce dalla voglia di distruggere fisicamente e moralmente la vittima.
"Tutti sanno che quando una donna dice "no" probabilmente vuol dire "sì""
Questo è un altro falso mito, che crede di saper leggere nella mente delle persone. Se una donna, o in generale una persona, dice "no", vuol dire "no"; se cambierà idea sarà la prima a riferirlo, ma nessun uomo può sentirsi autorizzato a violentare una donna perché pensa che dietro un "no" possa nascondersi un "sì". Sembra stupido e scontato, ma per molte persone ancora non lo è, quindi precisiamo questo: nessuna donna vuole essere violentata. Si tratta di un'esperienza terrificante e dolorosa in cui la vittima viene privata del controllo su di sé e sul proprio corpo e della propria libertà sessuale, diventando un oggetto nelle mani del suo carnefice.
"Le donne serie non vengono violentate"
Questo stereotipo sposta la responsabilità della violenza dallo stupratore alla donna. Gli uomini ricorrono a varie scuse per screditare la loro vittima: il suo comportamento, l'abbigliamento, il trucco e molte altre scusanti, come se queste possano dare all'uomo il diritto di violentare una donna. Se un uomo non sa controllare le proprie pulsioni sessuali non può definirsi tale: l'unica definizione possibile è animale (sempre che esistano animali stupratori). Lo stupro è la peggiore ingiustizia che una donna possa subire ed esserne ritenuta la colpevole è inconcepibile.
"Lo stupratore è sempre un malato, un mostro, uno sconosciuto"
Questo stereotipo sposta l'attenzione dell'opinione pubblica dalle reali caratteristiche della violenza. Infatti la maggior parte delle violenze ha inizio proprio in famiglia e la maggior parte degli stupri è compiuto dai partner. Nell'80% dei casi, lo stupratore conosce bene la sua vittima, che quindi si fida di lui: diventa così più facile esercitare la violenza. Le violenze non dipendono né dall'età, né dallo status sociale: la vittima e lo stupratore possono essere giovanissimi o cinquantenni, ricchi o poveri.
"Una donna che denuncia uno stupro dopo molto tempo non è attendibile"
Succede spesso che le donne riescano a denunciare il fatto dopo molto tempo. La vergogna, la paura delle minacce e il timore di non essere credute spingono molte donne a tenersi lo stupro per sé, a non confidarsi e a non denunciare la violenza alle autorità. Con il tempo possono riuscire a trovare la forza e il coraggio di uscire allo scoperto, ma questo deve avvenire con i tempi che la vittima reputa opportuni. In Italia la denuncia per stupro deve essere sporta entro e non oltre sei mesi dal fatto ed è irrevocabile, però la donna ha tempo solo 7 giorni per una visita ginecologica che raccolga le prove dello stupro (trascorsi i 7 giorni si rischia di non trovare più materiale utile). Infine alcune vittime non vogliono denunciare la stupro alla polizia per paura di dover raccontare a sconosciuti (ad esempio testimoniando in tribunale) la loro terribile esperienza, vivendola per la seconda volta.
Questi sono gli stereotipi più sentiti e utilizzati nei casi di violenza sessuale. Spero di essere stata esauriente nel confutarli e nello spiegare la realtà delle vittime che troppo spesso viene accantonata. (idea di NONDASOLA, arricchita e approfondita da me)
Per concludere è doveroso ricordare queste semplici cose:
Lo stupro non nasce da un desiderio erotico, ma affonda le sue radici nella volontà di annientamento fisico e psicologico della vittima. Non a caso, le vittime di stupro hanno paragonato la loro esperienza alla morte. Essere private del diritto al proprio corpo è sconvolgente e devastante e compromette l'equilibrio psicologico della vittima. La libertà di disporre del proprio corpo è un fondamentale diritto di uomini e donne; il diritto alla sessualità è un diritto soggettivo assoluto, riconosciuto nella nostra Costituzione tra i diritti inviolabili della persona.
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Categorie del post: italia, stupro, violenza sessuale, stereotipi