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In questo secondo post dedicato alle vittime di Ciudad Juàrez, voglio dare importanza allo stupro-omicidio di bambine e adolescenti: anche in questo caso chiedo scusa a chiunque possa sentirsi scosso nel leggere. Gli estratti provengono dal libro L’Inferno di Ciudad Juàrez, di cui trovate la bibliografia nella prima parte. Anche questa volta, per la drammaticità dello scritto, mi riserbo dall’usare colori nel testo. Di nuovo buona lettura.
La stessa sorte spetta alle bambine…

Altri crimini: l’elenco interminabile di 321 omicidi, fino alla fine del 2003, e per ciascuno le sofferenze della vittima, la sua vita spezzata. Questo assassino preferisce le minorenni. Le sequestra, le tiene prigioniere e poi le sacrifica. I cadaveri vengono ritrovati in luoghi desertici. Queste cinque ragazzine sono state sequestrate, stuprate e poi strangolate: qualcuno ha approfittato di una specie di fossa in uno spiazzo remoto per gettarvi un cadavere che in seguito sarebbe stato identificato come quello di Esmeralda Leyva Rodriguez. Aveva undici anni ed è stata picchiata e stuprata, con conseguente emorragia vaginale e anale. In entrambi gli orifizi è stata riscontrata la presenza di un liquido vischioso e bianchiccio.
Esmeralda è uscita di casa ma non è mai arrivata a scuola: l’hanno trovata sui terreni della Scuola di agricoltura, vicino al bulevar Teòfilo Borunda. Aveva undici anni, occhi castani, naso corto e largo, la bocca grande con labbra sottili. Una corporatura normale. Presentava ematomi ed escoriazioni su tutto il corpo: la ragazzina era stata legata. Il cadavere era seminudo.
Il corpo di Marìa del Rocìo Cordero Esquivel è stato gettato dentro una tubatura per lo scolo delle acque. Era riverso a faccia in giù, con le braccia piegate. Le era uscito sangue dal naso, le labbra erano tumefatte e presentava escoriazioni ed ematomi. Rocìo aveva undici anni; l’hanno violentata e strangolata. Era mora, di corporatura normale e indossava una maglietta e un paio di pantaloni che le sono stati strappati insieme agli indumenti intimi.
Era uscita di casa mercoledì 9 marzo, di mattina. Viveva nella colonia México 68. La scuola non era distante e, come altre bambine, tutti i giorni ci andava e tornava da sola. Come le altre ragazzine, Laura Arriaga e Grisel Madrigal, o come Esmeralda Leyva, sequestrata e strangolata quattro mesi prima, anche Rocìo frequentava la stessa scuola elementare.
Quella mattina Laura e Grisel hanno visto la loro amica Rocìo parlare con un uomo: era moro, con i capelli ricci e i baffi. Vestiva di nero. La ragazzina non è entrata a scuola e qualche giorno dopo è stato ritrovato il suo cadavere.
Rocìo viveva con Guillermina Esquivel, che ricorda così la nipote: “Era piuttosto paurosa. Non la lasciavamo uscire. Conoscevamo poca gente. Faceva il tragitto da scuola a casa, tutto lì. La bambina non aveva tante amiche, giocava appena fuori di casa con le vicine della sua età.”
Gladys Janet Fierro Vargas frequentava il secondo anno delle medie. L’ultima volta che è stata vista viva, il 6 maggio 1994, si trovava vicino al monumento a Benito Juàrez, nelle calles di Constituciòn e Vincente Guerrero.
Due giorni dopo il corpo della ragazzina veniva ritrovato in un crepaccio nelle vicinanze della strada che collega Ciudad Juàrez a Porvenir Canon. Capelli neri, fronte regolare, naso e bocca piccoli, labbra sottili. La camicetta sollevata, il piccolo reggiseno che lasciava scoperti i seni appena sbocciati. La ragazzina era stata picchiata, aveva ematomi su tutto il corpo, oltre a escoriazioni sul collo, effetto dello strangolamento che ha provocato la morte.
I genitori di Cynthia Rocìo Acosta hanno identificato un cadavere ritrovato vicino alla discarica municipale: apparteneva alla figlia, di cui avevano denunciato la scomparsa l’8 febbraio 1997. La bambina, di dieci anni, era uscita di casa nella colonia Rubén Garcìa alle due del pomeriggio. Passava parecchio tempo in casa dell’amica Erika, giocando con il suo neonato. Anche quel pomeriggio era stata lì, come sempre aveva giocato per un po’ con il bambino e poi se n’era andata.
Tre settimane dopo, l’11 marzo 1997, il bracciante di una fattoria nelle vicinanze ha scoperto il cadavere, semisepolto a circa 300 metri a nord della strada che conduce alla discarica municipale, all’altezza del 25° chilometro della strada fra Ciudad Juàrez e Casas Grandes.
Secondo i risultati dell’autopsia, Cynthia Rocìo è morta tredici giorni prima che venisse ritrovato il suo cadavere, dopo essere rimasta diversi giorni in balìa dei suoi assassini. Presentava contusioni craniche, ematomi sulla mano, sulla coscia e sul gluteo destro. È probabile che la bambina sia stata strangolata.
Yésica Martìnez, di tredici anni, è stata rapita il pomeriggio del 23 dicembre 1997, e il suo corpo è stato scoperto il 2 gennaio 1998 in un terreno nelle vicinanze dell’autostrada Panamericana. In base allo stato in cui si trovava il cadavere, è stato possibile stabilire che era rimasta circa otto giorni in balìa del suo assassino.
Probabilmente il suo corpo è stato trascinato fino al letto del torrente in secca dove poi è stato trovato. L’autopsia ha rivelato che la ragazzina aveva subito violenza carnale: presentava lacerazioni vaginali e anali. La causa della morte: asfissia per strangolamento.
…e alle adolescenti:

Ci sono molte altre storie. Storie di donne accoltellate, picchiate senza pietà. Brenda Lizeth Nàjera e Susana Flores, due adolescenti di quindici e tredici anni, sono state uccise da un uomo identificato come Edgar Omar Sànchez.(…) Edgar potrebbe avere tra i diciotto e i ventidue anni, è di corporatura snella, alto 1 metro e 78, con la pelle chiara, gli occhi castani scuri, e come segno particolare l’acne sul viso. Non si sa bene chi sia e da dove venga, non si sa nemmeno se Edgar Omar Sànchez sia il suo vero nome. Secondo alcuni fonti giornalistiche, sarebbe originario di Parral, dove gli viene attribuito l’omicidio di una donna in strane circostanze, durante l’incendio della casa di lei, provocato da un ragazzo con l’acne che si diceva fosse il suo amante.
Delle sofferenze inflitte a Brenda Lizeth restano crudeli prove: le ferite da lei riportate. Brenda ha sofferto lacerazioni – inferte per torturarla e provocate da un oggetto appuntito e tagliente – sul collo, sulla schiena e la mano sinistra. Le terribili esperienze vissute durante la prigionia devono aver talmente terrorizzato la ragazza, secondo il rapporto del medico legale, da causarle quattro infarti prima che sopravvenisse la morte, provocata da un proiettile d’arma da fuoco che ha lasciato due fori: uno sull’osso parietale sinistro e l’altro dietro l’orecchio destro. Le hanno sparato a bruciapelo.
Il corpo di Susana non presentava tracce visibili di torture. Anche lei è stata giustiziata con due pallottole in testa, una conficcata nell’osso parietale sinistro e l’altra nel temporale destro. Le adolescenti erano rimaste in balìa del loro assassino almeno quindici giorni: dal 26 novembre 1996, data della loro scomparsa, fino al momento in cui sono state uccise, probabilmente due giorni prima del ritrovamento fortuito dei loro cadaveri in casa di Edgar Omar Sànchez.
A giudicare dalle dozzine di libri che teneva in casa, Edgar coltivava due passioni: le arti marziali e l’occultismo. I suoi libri erano di quelli che – a prezzi stracciati – svelano tutti i segreti del karatè e impartiscono lezioni di magia nera. A Edgar Omar Sànchez, inoltre, piaceva dipingere; secondo la polizia, in casa sua è stato trovato un quaderno sul quale il ragazzo aveva disegnato “diversi demoni”.
Del presunto omicida non si sa altro, e nessuno lo ha mai più visto a Juàrez.

Termina qui questo secondo post sulle vicende orrende di Ciudad Juàrez: come potete capire, nemmeno le bambine sfuggono a questi animali. Non ci sono parole per commentare simili oscenità; ringrazio chi è riuscito a leggere tutto fino in fondo: so che è dura, ma è la cruda verità. Il prossimo post (del 7 Febbraio) purtroppo sarà nauseante: pubblicherò le dichiarazioni di un uomo che ammette di aver violentato una donna insieme ad altri tre uomini e ne descrive la morte. Sono dettagli indecenti, io stessa ho avuto una sensazione di vomito, ma sono convinta che facciano capire molto bene cosa stanno patendo le donne in quella città: le loro uniche colpe sono di essere nate donne e vivere a Juàrez, se di colpe si può parlare.

Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598.

Messo in luce da wonderely alle 10:29 di giovedì, 31 gennaio 2008


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Categorie del post: messico, libri consigliati, stupro, violenza sessuale, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, omicidi seriali di donne, ciudad juàrez

Questo post e i successivi saranno interamente dedicati all’esempio più lampante di violenza sulle donne: gli omicidi di donne a Ciudad Juàrez in Messico. Dopo il film Bordertown (anno 2006) e dopo la lettura del libro L’Inferno di Ciudad Juàrez del giornalista Victor Ronquillo, posso finalmente rendere partecipi anche voi di questi efferati delitti, di cui nel nostro Paese pochissime persone sono a conoscenza. Ho letto molti libri che trattano il tema della violenza sulle donne: tutti quanti lasciano un peso sul cuore, ma questo è riuscito a superarli. Gli estratti che pubblicherò qui sono estremamente crudi e violenti; chiedo scusa a chiunque possa sentirsi scosso nel leggerli, ma è inevitabile doverli pubblicare: rappresentano la realtà dei fatti (anche se è più simile a un film dell’orrore) che come tale deve essere affrontata e combattuta. Tutto quello che leggerete da adesso in poi sono estratti del libro, di cui trovate la bibliografia in fondo; non oso commentare nulla perché sono crudeltà che si commentano da sole. Data la drammaticità estrema dello scritto, ho preferito evitare l’utilizzo di colori. Grazie dell’attenzione e buona lettura.
Nessuno sa con precisione quante donne siano state uccise a Ciudad Juàrez dalla primavera del 1993 a oggi. Le donne uccise a Juàrez sono state aggredite, violentate, oltraggiate. A volte l’evidente inefficienza nella conduzione delle indagini, a volte il probabile insabbiamento e ricorrenti episodi di corruzione sollevano molti dubbi circa il modo in cui sono stati risolti alcuni casi di omicidio. Le vittime, perlopiù di modestissime condizioni economiche, in maggioranza giovani, rappresentano la triste allegoria di una società contrassegnata dalla violenza e da una mentalità sessista. Fin dalla comparsa della prima vittima, non solo sono risultati evidenti i limiti di quanti hanno indagato sui crimini, ma anche la negligenza e il disprezzo per le vittime. In parecchi casi è lecito sospettare che sia stato insabbiato tutto. I funzionari, procuratori, viceprocuratori e persino i pubblici ministeri speciali nominati per risolvere il caso, si sono prodigati fin dall’inizio per negarne le dimensioni. I famigliari delle vittime ricordano che veniva loro raccomandato di tornare a casa e di aspettare: la ragazza sarebbe ricomparsa qualche mese dopo con il fidanzato e un figlio, perciò non avevano motivo di preoccuparsi. Vi sono stati anche tentativi di screditare le vittime, accusate di condurre una doppia vita e di aver provocato esse stesse la loro fine.
Ricerca e ritrovamento di resti:

La maglietta era rosa, un rosa slavato, e spuntava dal terriccio che la copriva quasi interamente. L’indumento era la traccia di un delitto. Infatti, a una ventina di metri di distanza dal punto del ritrovamento sono comparsi i resti di una colonna vertebrale, un rosario di ossa disarticolate. Il cranio affiorava dal terreno, dietro alcuni alberi di huisache. Una dose ulteriore di orrore: il dettaglio di un dente di platino con incisa una lettera R.
L’inventario della tragedia è proseguito con il ritrovamento di una scarpetta da tennis nera con dentro i resti delle ossa di un piede. A venticinque metri di distanza sono venuti alla luce il bacino e le ossa degli arti inferiori, infilati nelle mutandine celesti e in un paio di jeans. Erano animali rapaci quelli che hanno spogliato quel cadavere dell’ultima dignità di riposare integro.
Nelle vicinanze, di fianco a un crepaccio che sembrava smarrirsi in mezzo al deserto di Lomas de Poelo, sono state scoperte altre ossa e un reggiseno bianco in un sacchetto di plastica. C’era anche un altro cranio, e in un raggio di meno cinquanta metri sono affiorati i resti di una mandibola, un certo numero di vertebre, il coccige e il bacino di un secondo cadavere. Non lontano c’erano un paio di stivali da lavoro femminili numero 37 e un grembiule blu con il logo della ditta, Pedsa, stampato in lettere gialle.

Come muore una donna a Ciudad Juàrez:

La famiglia va a fare compere su una vecchia jeep. Di fianco alla strada sterrata, vicino alla vecchia discarica municipale, c’è un corpo disteso per terra: è il cadavere di una donna. Età approssimativa trentadue anni, di corporatura normale, con i capelli e le unghie delle mani e dei piedi di un rosso vivo. Gli assassini si erano prodigati nell’infliggere dolore alla loro vittima per sottometterla: la sofferenza, le urla disperate, l’inutile tentativo di difesa. Un gusto contorto e perverso.
Enrique Silva, medico legale attivo presso la Procura di giustizia dello Stato di Chihuahua, ha informato la stampa circa le cause della morte di questa donna, che non è ancora stata identificata.
“Ha subito un forte trauma cranio-encefalico. Oltre al passaggio di pneumatici sul corpo, si è potuto accertare che presentava lacerazioni tipiche provocate da stupro vaginale e anale. Sembra, inoltre, che la donna sia stata picchiata con un pezzo di tubo ritrovato sul posto. È stato possibile accertare anche la frattura dell’osso ioide, ma si ignora ancora se la donna sia stata strangolata, dal momento che il suo volto è sfigurato a causa delle molteplici fratture.” (…) “L’hanno stuprata per via vaginale utilizzando un tubo di plastica”, ha precisato il medico legale. “Poi le hanno maciullato il volto e la testa con una pesante pietra e per finire sono passati sul cadavere con i pneumatici di un veicolo.”
La donna aveva tentato di difendersi: sotto le unghie aveva brandelli di pelle, e sulle braccia e le mani tracce di un’inutile lotta.
(…)”La meccanica degli omicidi negli anni 1995-1996”, dice l’odontologa legale “faceva registrare un’elevata percentuale di decessi per strangolamento. In seguito, nel 1997, è cresciuta l’utilizzazione di armi bianche. Attualmente c’è un panorama variegato per quanto riguarda le cause di morte quando le vittime sono donne. Si va dallo strangolamento al pestaggio, vale a dire al decesso in seguito a un severo trauma cranio-facciale, come è successo in uno dei casi più recenti. Si tratta di una vittima di trentadue anni circa, morta per trauma cranico: una grave lesione incompatibile con la vita. In questo caso mi ha colpito soprattutto il grado di sadismo con cui è stato perpetrato l’omicidio: a morte avvenuta, sono passati sul cadavere con un veicolo.
Parole di Ester Chàvez Cano, basate sulla lettura di giornali e periodici:
“La nostra è un’indagine esclusivamente emerografica, forse ci sarà qualche errore, ma le cifre sono impressionanti, soprattutto se si osserva il modo in cui sono morte queste donne, uccise in maniera brutale. È abbastanza risaputo che a molte di loro è stato mozzato il seno destro, mentre il capezzolo sinistro è stato strappato a morsi. Ultimamente sono cambiate le modalità dell’uccisione, adesso le donne vengono accoltellate con ferocia. Abbiamo registrato episodi di donne che hanno ricevuto 41 coltellate, altre 21; in ogni caso è un modo terribile di morire, oltre tutto dopo aver subito uno stupro, che di per sé è già un atto di sadismo estremo.”
Dati di morte:

Non si sa quante donne siano state uccise a Ciudad Juàrez: secondo Amnesty International, 370; stando ai dati forniti dal governo messicano, fino all’ottobre del 2003 sarebbero stati registrati 326 casi. Nel resoconto giornalistico patrocinato dall’Istituto di Chihuahua della donna figurano 321 omicidi. La Commissione nazionale per i diritti umani (CNDH), nel rapporto Gli omicidi e la scomparsa di donne nel comune di Ciudad Juàrez, Stato di Chihuahua,segnala di essere riuscita a ottenere informazioni su 263 casi di omicidio,mentre la Commissione intramericana per i diritti umani denuncia 285 vittime.
Il documento Omicidi di donne: indagine giornalistica (gennaio 1993 – luglio 2003) fornisce alcuni dati circa il profilo delle vittime: nel 73 per cento dei casi la loro età varia dagli undici ai venticinque anni, e il 35 per cento è costituito da lavoratrici, molte delle quali sicuramente operaie di fabbrica. Quanto al luogo di provenienza delle vittime, il 19 per cento erano originarie di Ciudad Juàrez, ma si ignora da dove venisse più della metà, intorno al 52 per cento. Sempre secondo lo stesso documento, che è stato presentato come indagine giornalistica ma riporta informazioni desunte da varie fonti – per esempio la Procura di giustizia dello Stato di Chihuahua – il 23 per cento (che corrisponde a “diciotto cadaveri e ventiquattro resti ossei”) delle vittime dei delitti ritenuti a “sfondo sessuale” non sono state identificate.
Concludo qui questo macabro post: non mi sento in grado di commentarlo, credo che nessuno ci riuscirebbe. L’unica cosa che posso fare è rendermi conto di quel che accade e non farlo passare sotto silenzio. Nel prossimo post, che verrà pubblicato il 31 Gennaio, ci saranno nuovi estratti del libro e nuove agghiaccianti storie di morte che riguardano purtroppo anche bambine di 10-11 anni. Vi lascio con la bibliografia del testo:
Autore: Victor Ronquillo
Titolo: L’Inferno di Ciudad Juàrez – La strage di centinaia di donne al confine Messico-USA
Titolo Originale: Las muertas de Juàrez - Crònica de una larga pesadilla
Editore: Edizione Mondolibri S.p.A, Milano
Anno: 2004

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Messo in luce da wonderely alle 09:50 di giovedì, 24 gennaio 2008


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Molti di voi avranno sicuramente sentito parlare, ai primi di Dicembre, della nostra connazionale che è stata vittima di stupro alle Maldive, dove si trovava per una vacanza; essendo in un Paese islamico, lo stupro non viene punito dalla legge, perché qualsiasi tipo di violenza sulle donne è legittima.

Nel numero di Chi del 9 Gennaio 2008, ho avuto il piacere di leggere la lettera di questa donna, che, coraggiosamente ha deciso di raccontare la sua drammatica esperienza, per denunciare i soprusi che milioni di donne nel mondo sono costrette a subire da una legge misogina. Ecco il suo racconto:

Voglio raccontare la mia storia per dare un contributo alla lotta contro la violenza: non si può rimanere in silenzio di fronte alle ingiustizie e ai soprusi, anche se accadono in Paesi molto lontani, con un ordinamento legale diverso dal nostro e nei quali la tutela delle donne è meno sentita.

Sono abituata a girare il mondo e da sempre viaggio sola, con un atteggiamento positivo e fiducioso nei confronti della gente: amo viaggiare, amo il mare, amo conoscere mondi e culture diverse. Proprio con questo stato d’animo il 30 novembre sono partita per le Maldive, con l’idea di starci una decina di giorni per effettuare delle immersioni subacquee. Sono partita da Roma sola e ho conosciuto sul posto gli altri partecipanti al viaggio, tutti appassionati di fondali come me. La vacanza è iniziata con un primo pernottamento in albergo, poi ci siamo imbarcati e siamo partiti per la crociera vera e propria. Sapevo di essere in un paese musulmano e in una settimana non mi sono mai fatta vedere in costume, anche perché le tante immersioni che scandivano le giornate ci obbligavano a indossare praticamente sempre la muta. Non credo dunque che mi si possa accusare di aver avuto un atteggiamento “provocante”.

La sera del 7 dicembre, ultimo giorno di vacanza, c’è stata una piccola festa a bordo: la notte, mentre dormivo tranquillamente nella mia cabina, sono stata aggredita e, nonostante abbia lottato come una furia, stuprata. Il mio aggressore mi teneva un cuscino sulla bocca e quando finalmente sono riuscita a liberarmi non l’ho riconosciuto perché era buio pesto. Sono corsa a chiedere aiuto agli altri turisti e ai membri dell’equipaggio, raccontando l’accaduto. “È proprio certa che non sia stato solo un brutto sogno?”, mi ha chiesto il capitano, e dopo essersi scusato a nome dell’equipaggio mi ha invitata comunque a non chiamare la polizia. Mi sono sentita violentata una seconda volta. Proprio non riuscivo a fare finta di niente. Mi sono messa in contatto con il console italiano che mi ha consigliato di sporgere denuncia. Con l’aiuto di un carabiniere italiano presente sull’imbarcazione mi sono recata dalla polizia a Malè. Hanno raccolto la mia versione dei fatti, aggiungendo che comunque era tutto inutile, dato che alle Maldive la legge non punisce la violenza sessuale. Anzi, nell’impianto legislativo non esiste nemmeno una specifica definizione di stupro. Mi è stato detto che la condanna per violenza sessuale può scaturire solo nel caso in cui l’aggressore ammetta la propria responsabilità (1), oppure quando venga fornita la testimonianza di due uomini o di quattro donne (2) che abbiano assistito al sopruso. Ho letto che il fatto che la legge maldiviana non fornisca alcuna tutela alle vittime di violenza sessuale naturalmente scoraggia la volontà di denunciare gli stupratori. Le donne che decidono di farlo si ritrovano con nome e cognome su internet e sui giornali. Non viene fornita loro alcuna garanzia di anonimato. Scoraggiata da queste incredibili scoperte, ho avuto la tentazione di mollare. Ma non l’ho fatto. Non ho voluto arrendermi, il dolore è troppo profondo, la rabbia troppo forte. Quando sono rientrata in Italia, mi sono rivolta alla Fondazione Doppia Difesa: voglio che tutti sappiano cosa mi è successo. Voglio giustizia per me e per le tante donne, vittime innocenti non soltanto degli stupratori ma, quel che è peggio, di uno Stato che non riconosce loro diritti fondamentali. Per questa ragione, per la prima volta rivelo il mio vero nome.

 

Elisabetta

 

 

Commenti:

1. "nel caso in cui l’aggressore ammetta la propria responsabilità": e quando mai?? Questa è davvero una presa in giro!

2. "la testimonianza di due uomini o di quattro donne": la testimonianza di un uomo in tribunale vale quella di due donne.

 

Credo che questo racconto valga più di mille dati raccolti da statistiche; è davvero utile per far aprire gli occhi su un problema grande e devastante: la violenza sulle donne, che colpisce una donna su tre nel mondo e che, nella maggior parte dei casi, non viene punita, perché legittimata da credenze misogine, nascoste sotto il nome di "culture": culture che calpestano i principali diritti umani.

 
Messo in luce da wonderely alle 12:09 di mercoledì, 16 gennaio 2008


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Un grande problema , mai calcolato e sempre sottovalutato, è l'istruzione delle donne nei Paesi del mondo. L'istruzione è uno dei diritti primari della persona a cui però molte bambine non hanno il diritto e questo chiuderà loro le porte del futuro.
I testi seguenti sono t
ratti dal sito di Amnesty International ed esaminano a fondo questa incessante discriminazione sessuale:

In tutto il mondo le bambine fanno i conti con la violenza mentre si dedicano alla loro istruzione. Alcune subiscono danni a lungo termine alla loro salute fisica e mentale. Molte hanno paura di andare a lezione. Il risultato è che numerose bambine sono allontanate dalla scuola, la abbandonano o non partecipano pienamente alla vita scolastica. I loro diritti umani – il diritto di essere libere dalla violenza, il diritto all’uguaglianza e all’istruzione – sono violati.

Per fermare la violenza connessa all’ambiente scolastico è necessario combattere la discriminazione all’interno delle scuole stesse e nell’ambito più ampio della comunità. Occorre dare ascolto alle voci delle bambine e prendere in considerazione le loro esperienze quotidiane e i loro bisogni.

NO ALLA DISCRIMINAZIONE, ALLE MOLESTIE, ALLA VIOLENZA

Discriminazione

Se la violenza contro le bambine all’interno dell’ambiente scolastico rimane impunita, gli studenti imparano che la violenza contro le bambine e le donne è accettabile e che le aggressioni da parte dei maschi possono essere considerate normali.
La discriminazione contro le donne e le ragazze risulta così rafforzata.

Alcune bambine sono esposte al rischio di una violenza crescente sulla base della loro identità. Ad esempio, le ragazze lesbiche subiscono insieme gli abusi legati al sessismo e all’omofobia. Sono più spesso soggette a molestie e minacce di stupro rispetto alle loro compagne eterosessuali.

Le bambine con disabilità subiscono contemporaneamente discriminazioni sessuali e legate al loro essere diversamente abili; diventano il bersaglio di scherno, abusi sessuali e violenze. Le percentuali di casi sono più elevate per le bambine con disabilità e le forme di violenza che subiscono possono essere più gravi.

Altri aspetti dell’identità delle bambine, inclusa la circostanza che siano immigrate, orfane o rifugiate, affette da Hiv o appartenenti a una determinata casta, etnia o razza, aumentano il rischio, per loro di essere colpite da abusi e incidono sul tipo di violenza che subiscono.

Le vittime e le sopravvissute alla violenza, in particolare allo stupro, possono essere emarginate ed escluse dalle loro stesse famiglie, dagli amici e dalla comunità. Per le bambine appartenenti a gruppi marginalizzati può inoltre risultare ancora più difficile portare avanti denunce nei confronti dei responsabili o avere accesso ai servizi di sostegno.

Derisione, molestie e bullismo

Prese in giro e molestie verbali sono all’ordine del giorno nelle scuole. Le bambine che sono troppo grasse o troppo magre, appartenenti a differenti gruppi etnici, disabili, meno femminili o in qualsiasi altro modo diverse da quello che la maggioranza considera normale, possono essere particolarmente colpite da prese di giro, scherzi, nomignoli e atti di bullismo.

Le molestie verbali rappresentano già una violazione della dignità e della sicurezza delle bambine e quando non vengono debitamente prese in considerazione, possono portare ad atti di violenza fisica, sessuale e psicologica. Le molestie verbali di carattere sessuale sono considerate innocue e scherzose da molti uomini e ragazzi, ma per le giovani prese di mira risultano degradanti e intimidatorie.

Le molestie basate su insinuazioni false e gli atti di esclusione sociale sono facilitati dal cosiddetto “bullismo telematico”. Attraverso l'uso del telefono cellulare e di Internet i ragazzi possono spacciarsi per altri nella rete informatica e inserire pettegolezzi e informazioni false e diffamatorie. Nel cyberspazio i “bulli” possono agire liberamente in forma anonima con scarso timore di essere puniti e sapendo di avere un’ampia audience, non solo nei giorni di scuola ma tutti i sette giorni della settimana.


Comportamenti di maggiore gravità

Le molestie nell’ambiente scolastico vengono considerate da alcuni insegnanti e rappresentanti dello staff scolastico come sostanzialmente innocue. Tuttavia, ad un certo punto possono cessare di essere un semplice gioco e diventare pericolose. E’ necessario agire con fermezza prima che questi comportamenti diventino fisicamente e psicologicamente dannosi. Questi comportamenti devono essere fermati e gli insegnanti devono proporre delle modalità alternative.

Quando le molestie sessuali in ambiente scolastico non vengono condannate, diventano parte della normalità sociale con la conseguenza che la loro generazione penserà che la violenza contro le donne è accettabile. Comprensibilmente le bambine non denunceranno le violenze subite se hanno paura di essere ulteriormente vittimizzate, ridicolizzate e non sostenute da un'azione che condanni i responsabili. Non sarà possibile interrompere il ciclo della violenza fin tanto che i responsabili di atti di violenza penseranno di poter agire senza timore di essere puniti per i propri reati.

Dalle molestie verbali a quelle fisiche, dai palpeggiamenti alle aggressioni, ogni tipo di violenza contro le bambine nell'ambiente scolastico è sbagliata e può potenzialmente interrompere il percorso scolastico di una bambina, privandola così del diritto a ricevere un'istruzione e del diritto a essere libera da qualsiasi violenza.

INFANZIA RUBATA, OPPORTUNITÀ DI STUDIARE PERSA!

Le autorità non muovono un dito

Troppo spesso le autorità rispondono alla violenza nelle scuole scegliendo di non agire. In diversi casi, questo avviene in violazione della legislazione nazionale o delle politiche della scuola. Spesso, quando una bambina denuncia un episodio di violenza, specialmente la violenza sessuale, il suo comportamento viene giudicato molto più severamente di quello delle persone che lei ha indicato come responsabili della violenza.

Non c’è giustificazione per l’inazione delle autorità. Lo Stato e per estensione coloro i quali agiscono per suo conto – tra cui gli insegnanti e le autorità scolastiche – devono indagare prontamente sui casi di abusi, prevedere punizioni appropriate per i responsabili, aiutare le bambine che hanno subito violenza a riprendersi dalle conseguenze fisiche ed emotive e intraprendere i passi necessari perché tali abusi non si ripetano.

L’istruzione è un diritto umano e assicurare un accesso all’istruzione libero dalla violenza è una responsabilità dello Stato. Secondo la legislazione internazionale, lo Stato deve assicurare, come minimo, l’accesso universale all’istruzione primaria. Questo obbligo internazionale non può essere rispettato se le bambine non si sentono sicure a scuola.

Il mancato rispetto di tali obblighi non può essere giustificato dalla scarsità di risorse. Quando gli Stati non fanno fronte alla violenza contro le bambine nelle scuole, lo fanno per mancanza di volontà politica.

La violenza impedisce alle bambine di andare a scuola

La violenza contro le bambine non causa solo paura e dolore, ma anche una bassa autostima, scarso rendimento scolastico, infezioni sessualmente trasmissibili, gravidanze non desiderate e depressione. La violenza danneggia sia la salute mentale che quella fisica delle vittime e di coloro che sono sopravvissute.

Quando la violenza distrugge o interrompe il percorso educativo di una bambina, le implicazioni per le sue future opportunità lavorative e finanziarie sono serie. La mancanza di un’istruzione aumenta la probabilità che le bambine contraggano matrimoni precoci, portino con sé problemi di salute, siano oggetto di tratta o muoiano per complicazioni legate al parto determinate da cause prevenibili.

I governi e le scuole hanno l’obbligo di fornire alle bambine un ambiente sicuro in cui studiare

L’interruzione del percorso educativo di un gran numero di bambine determina conseguenze negative non solo per loro in quanto studentesse ma per la società in generale.

L’istruzione è la chiave per fermare il ciclo della violenza e della povertà. Ma la mancanza di sicurezza all’interno e fuori dalle scuole sta indebolendo i tentativi di rendere autonome le bambine perché possano sfuggire alle situazioni violente e possano lavorare per uscire fuori dalla povertà. La violenza contro le bambine nella scuola rafforza gli stereotipi di genere e consolida la discriminazione nelle generazioni future. Fa pensare che la violenza contro le donne e le bambine sia inevitabile e che un’istruzione sicura e di qualità per le bambine non sia una priorità.

 

Messo in luce da wonderely alle 15:50 di mercoledì, 02 gennaio 2008


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