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Termina qui questo secondo post sulle vicende orrende di Ciudad Juàrez: come potete capire, nemmeno le bambine sfuggono a questi animali. Non ci sono parole per commentare simili oscenità; ringrazio chi è riuscito a leggere tutto fino in fondo: so che è dura, ma è la cruda verità. Il prossimo post (del 7 Febbraio) purtroppo sarà nauseante: pubblicherò le dichiarazioni di un uomo che ammette di aver violentato una donna insieme ad altri tre uomini e ne descrive la morte. Sono dettagli indecenti, io stessa ho avuto una sensazione di vomito, ma sono convinta che facciano capire molto bene cosa stanno patendo le donne in quella città: le loro uniche colpe sono di essere nate donne e vivere a Juàrez, se di colpe si può parlare.
Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598.
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Categorie del post: messico, libri consigliati, stupro, violenza sessuale, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, omicidi seriali di donne, ciudad juà rez
La maglietta era rosa, un rosa slavato, e spuntava dal terriccio che la copriva quasi interamente. L’indumento era la traccia di un delitto. Infatti, a una ventina di metri di distanza dal punto del ritrovamento sono comparsi i resti di una colonna vertebrale, un rosario di ossa disarticolate. Il cranio affiorava dal terreno, dietro alcuni alberi di huisache. Una dose ulteriore di orrore: il dettaglio di un dente di platino con incisa una lettera R.
L’inventario della tragedia è proseguito con il ritrovamento di una scarpetta da tennis nera con dentro i resti delle ossa di un piede. A venticinque metri di distanza sono venuti alla luce il bacino e le ossa degli arti inferiori, infilati nelle mutandine celesti e in un paio di jeans. Erano animali rapaci quelli che hanno spogliato quel cadavere dell’ultima dignità di riposare integro.
Nelle vicinanze, di fianco a un crepaccio che sembrava smarrirsi in mezzo al deserto di Lomas de Poelo, sono state scoperte altre ossa e un reggiseno bianco in un sacchetto di plastica. C’era anche un altro cranio, e in un raggio di meno cinquanta metri sono affiorati i resti di una mandibola, un certo numero di vertebre, il coccige e il bacino di un secondo cadavere. Non lontano c’erano un paio di stivali da lavoro femminili numero 37 e un grembiule blu con il logo della ditta, Pedsa, stampato in lettere gialle.
Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598.
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Molti di voi avranno sicuramente sentito parlare, ai primi di Dicembre, della nostra connazionale che è stata vittima di stupro alle Maldive, dove si trovava per una vacanza; essendo in un Paese islamico, lo stupro non viene punito dalla legge, perché qualsiasi tipo di violenza sulle donne è legittima.
Nel numero di Chi del 9 Gennaio 2008, ho avuto il piacere di leggere la lettera di questa donna, che, coraggiosamente ha deciso di raccontare la sua drammatica esperienza, per denunciare i soprusi che milioni di donne nel mondo sono costrette a subire da una legge misogina. Ecco il suo racconto:
Voglio raccontare la mia storia per dare un contributo alla lotta contro la violenza: non si può rimanere in silenzio di fronte alle ingiustizie e ai soprusi, anche se accadono in Paesi molto lontani, con un ordinamento legale diverso dal nostro e nei quali la tutela delle donne è meno sentita.
Sono abituata a girare il mondo e da sempre viaggio sola, con un atteggiamento positivo e fiducioso nei confronti della gente: amo viaggiare, amo il mare, amo conoscere mondi e culture diverse. Proprio con questo stato d’animo il 30 novembre sono partita per le Maldive, con l’idea di starci una decina di giorni per effettuare delle immersioni subacquee. Sono partita da Roma sola e ho conosciuto sul posto gli altri partecipanti al viaggio, tutti appassionati di fondali come me. La vacanza è iniziata con un primo pernottamento in albergo, poi ci siamo imbarcati e siamo partiti per la crociera vera e propria. Sapevo di essere in un paese musulmano e in una settimana non mi sono mai fatta vedere in costume, anche perché le tante immersioni che scandivano le giornate ci obbligavano a indossare praticamente sempre la muta. Non credo dunque che mi si possa accusare di aver avuto un atteggiamento “provocante”.
La sera del 7 dicembre, ultimo giorno di vacanza, c’è stata una piccola festa a bordo: la notte, mentre dormivo tranquillamente nella mia cabina, sono stata aggredita e, nonostante abbia lottato come una furia, stuprata. Il mio aggressore mi teneva un cuscino sulla bocca e quando finalmente sono riuscita a liberarmi non l’ho riconosciuto perché era buio pesto. Sono corsa a chiedere aiuto agli altri turisti e ai membri dell’equipaggio, raccontando l’accaduto. “È proprio certa che non sia stato solo un brutto sogno?”, mi ha chiesto il capitano, e dopo essersi scusato a nome dell’equipaggio mi ha invitata comunque a non chiamare la polizia. Mi sono sentita violentata una seconda volta. Proprio non riuscivo a fare finta di niente. Mi sono messa in contatto con il console italiano che mi ha consigliato di sporgere denuncia. Con l’aiuto di un carabiniere italiano presente sull’imbarcazione mi sono recata dalla polizia a Malè. Hanno raccolto la mia versione dei fatti, aggiungendo che comunque era tutto inutile, dato che alle Maldive la legge non punisce la violenza sessuale. Anzi, nell’impianto legislativo non esiste nemmeno una specifica definizione di stupro. Mi è stato detto che la condanna per violenza sessuale può scaturire solo nel caso in cui l’aggressore ammetta la propria responsabilità (1), oppure quando venga fornita la testimonianza di due uomini o di quattro donne (2) che abbiano assistito al sopruso. Ho letto che il fatto che la legge maldiviana non fornisca alcuna tutela alle vittime di violenza sessuale naturalmente scoraggia la volontà di denunciare gli stupratori. Le donne che decidono di farlo si ritrovano con nome e cognome su internet e sui giornali. Non viene fornita loro alcuna garanzia di anonimato. Scoraggiata da queste incredibili scoperte, ho avuto la tentazione di mollare. Ma non l’ho fatto. Non ho voluto arrendermi, il dolore è troppo profondo, la rabbia troppo forte. Quando sono rientrata in Italia, mi sono rivolta alla Fondazione Doppia Difesa: voglio che tutti sappiano cosa mi è successo. Voglio giustizia per me e per le tante donne, vittime innocenti non soltanto degli stupratori ma, quel che è peggio, di uno Stato che non riconosce loro diritti fondamentali. Per questa ragione, per la prima volta rivelo il mio vero nome.
Elisabetta
Commenti:
1. "nel caso in cui l’aggressore ammetta la propria responsabilità": e quando mai?? Questa è davvero una presa in giro!
2. "la testimonianza di due uomini o di quattro donne": la testimonianza di un uomo in tribunale vale quella di due donne.
Credo che questo racconto valga più di mille dati raccolti da statistiche; è davvero utile per far aprire gli occhi su un problema grande e devastante: la violenza sulle donne, che colpisce una donna su tre nel mondo e che, nella maggior parte dei casi, non viene punita, perché legittimata da credenze misogine, nascoste sotto il nome di "culture": culture che calpestano i principali diritti umani.
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Categorie del post: testimonianze, islam, stupro, violenza sessuale, maldive, settimanale chi, discriminazione sessuale
Un grande problema , mai calcolato e sempre sottovalutato, è l'istruzione delle donne nei Paesi del mondo. L'istruzione è uno dei diritti primari della persona a cui però molte bambine non hanno il diritto e questo chiuderà loro le porte del futuro.
I testi seguenti sono tratti dal sito di Amnesty International ed esaminano a fondo questa incessante discriminazione sessuale:
In tutto il mondo le bambine fanno i conti con la violenza mentre si dedicano alla loro istruzione. Alcune subiscono danni a lungo termine alla loro salute fisica e mentale. Molte hanno paura di andare a lezione. Il risultato è che numerose bambine sono allontanate dalla scuola, la abbandonano o non partecipano pienamente alla vita scolastica. I loro diritti umani – il diritto di essere libere dalla violenza, il diritto all’uguaglianza e all’istruzione – sono violati.
Per fermare la violenza connessa all’ambiente scolastico è necessario combattere la discriminazione all’interno delle scuole stesse e nell’ambito più ampio della comunità. Occorre dare ascolto alle voci delle bambine e prendere in considerazione le loro esperienze quotidiane e i loro bisogni.
NO ALLA DISCRIMINAZIONE, ALLE MOLESTIE, ALLA VIOLENZA
Discriminazione
Se la violenza contro le bambine all’interno dell’ambiente scolastico rimane impunita, gli studenti imparano che la violenza contro le bambine e le donne è accettabile e che le aggressioni da parte dei maschi possono essere considerate normali.
La discriminazione contro le donne e le ragazze risulta così rafforzata.
Alcune bambine sono esposte al rischio di una violenza crescente sulla base della loro identità. Ad esempio, le ragazze lesbiche subiscono insieme gli abusi legati al sessismo e all’omofobia. Sono più spesso soggette a molestie e minacce di stupro rispetto alle loro compagne eterosessuali.
Le bambine con disabilità subiscono contemporaneamente discriminazioni sessuali e legate al loro essere diversamente abili; diventano il bersaglio di scherno, abusi sessuali e violenze. Le percentuali di casi sono più elevate per le bambine con disabilità e le forme di violenza che subiscono possono essere più gravi.
Altri aspetti dell’identità delle bambine, inclusa la circostanza che siano immigrate, orfane o rifugiate, affette da Hiv o appartenenti a una determinata casta, etnia o razza, aumentano il rischio, per loro di essere colpite da abusi e incidono sul tipo di violenza che subiscono.
Le vittime e le sopravvissute alla violenza, in particolare allo stupro, possono essere emarginate ed escluse dalle loro stesse famiglie, dagli amici e dalla comunità. Per le bambine appartenenti a gruppi marginalizzati può inoltre risultare ancora più difficile portare avanti denunce nei confronti dei responsabili o avere accesso ai servizi di sostegno.
Derisione, molestie e bullismo
Prese in giro e molestie verbali sono all’ordine del giorno nelle scuole. Le bambine che sono troppo grasse o troppo magre, appartenenti a differenti gruppi etnici, disabili, meno femminili o in qualsiasi altro modo diverse da quello che la maggioranza considera normale, possono essere particolarmente colpite da prese di giro, scherzi, nomignoli e atti di bullismo.
Le molestie verbali rappresentano già una violazione della dignità e della sicurezza delle bambine e quando non vengono debitamente prese in considerazione, possono portare ad atti di violenza fisica, sessuale e psicologica. Le molestie verbali di carattere sessuale sono considerate innocue e scherzose da molti uomini e ragazzi, ma per le giovani prese di mira risultano degradanti e intimidatorie.
Le molestie basate su insinuazioni false e gli atti di esclusione sociale sono facilitati dal cosiddetto “bullismo telematico”. Attraverso l'uso del telefono cellulare e di Internet i ragazzi possono spacciarsi per altri nella rete informatica e inserire pettegolezzi e informazioni false e diffamatorie. Nel cyberspazio i “bulli” possono agire liberamente in forma anonima con scarso timore di essere puniti e sapendo di avere un’ampia audience, non solo nei giorni di scuola ma tutti i sette giorni della settimana.
Comportamenti di maggiore gravità
Le molestie nell’ambiente scolastico vengono considerate da alcuni insegnanti e rappresentanti dello staff scolastico come sostanzialmente innocue. Tuttavia, ad un certo punto possono cessare di essere un semplice gioco e diventare pericolose. E’ necessario agire con fermezza prima che questi comportamenti diventino fisicamente e psicologicamente dannosi. Questi comportamenti devono essere fermati e gli insegnanti devono proporre delle modalità alternative.
Quando le molestie sessuali in ambiente scolastico non vengono condannate, diventano parte della normalità sociale con la conseguenza che la loro generazione penserà che la violenza contro le donne è accettabile. Comprensibilmente le bambine non denunceranno le violenze subite se hanno paura di essere ulteriormente vittimizzate, ridicolizzate e non sostenute da un'azione che condanni i responsabili. Non sarà possibile interrompere il ciclo della violenza fin tanto che i responsabili di atti di violenza penseranno di poter agire senza timore di essere puniti per i propri reati.
Dalle molestie verbali a quelle fisiche, dai palpeggiamenti alle aggressioni, ogni tipo di violenza contro le bambine nell'ambiente scolastico è sbagliata e può potenzialmente interrompere il percorso scolastico di una bambina, privandola così del diritto a ricevere un'istruzione e del diritto a essere libera da qualsiasi violenza.
INFANZIA RUBATA, OPPORTUNITÀ DI STUDIARE PERSA!
Le autorità non muovono un dito
Troppo spesso le autorità rispondono alla violenza nelle scuole scegliendo di non agire. In diversi casi, questo avviene in violazione della legislazione nazionale o delle politiche della scuola. Spesso, quando una bambina denuncia un episodio di violenza, specialmente la violenza sessuale, il suo comportamento viene giudicato molto più severamente di quello delle persone che lei ha indicato come responsabili della violenza.
Non c’è giustificazione per l’inazione delle autorità. Lo Stato e per estensione coloro i quali agiscono per suo conto – tra cui gli insegnanti e le autorità scolastiche – devono indagare prontamente sui casi di abusi, prevedere punizioni appropriate per i responsabili, aiutare le bambine che hanno subito violenza a riprendersi dalle conseguenze fisiche ed emotive e intraprendere i passi necessari perché tali abusi non si ripetano.
L’istruzione è un diritto umano e assicurare un accesso all’istruzione libero dalla violenza è una responsabilità dello Stato. Secondo la legislazione internazionale, lo Stato deve assicurare, come minimo, l’accesso universale all’istruzione primaria. Questo obbligo internazionale non può essere rispettato se le bambine non si sentono sicure a scuola.
Il mancato rispetto di tali obblighi non può essere giustificato dalla scarsità di risorse. Quando gli Stati non fanno fronte alla violenza contro le bambine nelle scuole, lo fanno per mancanza di volontà politica.
La violenza impedisce alle bambine di andare a scuola
La violenza contro le bambine non causa solo paura e dolore, ma anche una bassa autostima, scarso rendimento scolastico, infezioni sessualmente trasmissibili, gravidanze non desiderate e depressione. La violenza danneggia sia la salute mentale che quella fisica delle vittime e di coloro che sono sopravvissute.
Quando la violenza distrugge o interrompe il percorso educativo di una bambina, le implicazioni per le sue future opportunità lavorative e finanziarie sono serie. La mancanza di un’istruzione aumenta la probabilità che le bambine contraggano matrimoni precoci, portino con sé problemi di salute, siano oggetto di tratta o muoiano per complicazioni legate al parto determinate da cause prevenibili.
I governi e le scuole hanno l’obbligo di fornire alle bambine un ambiente sicuro in cui studiare
L’interruzione del percorso educativo di un gran numero di bambine determina conseguenze negative non solo per loro in quanto studentesse ma per la società in generale.
L’istruzione è la chiave per fermare il ciclo della violenza e della povertà. Ma la mancanza di sicurezza all’interno e fuori dalle scuole sta indebolendo i tentativi di rendere autonome le bambine perché possano sfuggire alle situazioni violente e possano lavorare per uscire fuori dalla povertà. La violenza contro le bambine nella scuola rafforza gli stereotipi di genere e consolida la discriminazione nelle generazioni future. Fa pensare che la violenza contro le donne e le bambine sia inevitabile e che un’istruzione sicura e di qualità per le bambine non sia una priorità.
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