Eccomi!
Importante!
News
Amnesty Donne
Letture
Edicola
Argomenti
Da visitare
Per non dimenticare
Statistiche
Credits
I FIGLI - La donna, Elisabeth F., ha detto alla polizia di aver avuto sette figli, uno dei quali morto subito dopo la nascita. Avrebbe iniziato a subire i primi abusi sessuali dal padre all'età di undici anni e che il 28 agosto del 1984 venne definitivamente rinchiusa in una stanza dello scantinato della loro casa. Ed è qui che la donna ha dato alla luce sette figli, di cui due gemelli, uno dei quali morto qualche giorno dopo la nascita perché non assistito abbastanza. Secondo il racconto di Elisabeth, il padre si occupò di liberarsi del corpo, bruciandolo. La polizia ha riferito che nel corso degli interrogatori la donna ha mostrato segni di «grandi disturbi» psicologici ed ha accettato di parlare solo dopo aver ricevuto l'assicurazione che non avrebbe più avuto alcun contatto con il padre e che le autorità si prenderanno cura dei suoi figli, tre ragazzi e tre ragazze di età compresa tra i 5 e i 20 anni. Il caso ricorda molto da vicino quello di Natasha Kampusch, la giovane tenuta segregata per 8 anni in una cantina di una casa alle porte di Vienna da il suo sequestratore- padrone.
L'ARRESTO - La polizia austriaca ha arrestato l'uomo che ha 73 anni. La donna, che si chiama Elisabeth Fritzl secondo la tv, ha raccontato alla polizia di essere stata invitata dal padre nel 1984, quando aveva 18 anni, nella cantina della sua casa, nella cittadina di Amstetten, in Bassa Austria, dove è stata drogata e ammanettata.
LA POLIZIA - «Durante i 24 anni di prigionia l'uomo ha abusato di lei in continuazione», spiega in una conferenza stampa il capo della polizia del land Bassa Austria, Franz Polzer. Per stabilire quali e quanti siano i figli ora dovranno essere eseguiti i test sul Dna. Il padre arrestato non ha rilasciato dichiarazioni.
Per ulteriori aggiornamenti è disponibile anche un altro articolo, sempre tratto dal Corriere, che potete visualizzare cliccando QUI.
A dire la verità, le parole non le trovo ancora. Posso solo dire che sono agghiacciata per quello che è successo a questa ragazza, che negli anni della prigionia è diventata donna e madre. Quello che mi fa più disgusto è CHI ha compiuto questo orribile crimine: suo padre; per me non è concepibile che un padre possa fare una cosa del genere a sua figlia. Eppure esistono anche padri così. Io spero con tutto il cuore che nessuno possa riservare la minima pietà o perdono a questo essere ignobile, nemmeno Dio. Nessuno potrà restituire a questa donna gli anni della sua esistenza che le sono stati strappati via in un modo così atroce.
Questo deve farci aprire gli occhi su una realtà che si tende a nascondere e a ignorare: le violenze sulle donne in FAMIGLIA. Ovviamente qui siamo arrivati agli estremi, ma molte donne sono vittime di violenze efferate proprio all'interno del nucleo familiare, dove dovrebbero essere al sicuro, e per paura di ripercussioni preferiscono non denunciare.
Come sempre, le persone più indifese sono vittime delle peggiori cattiverie. Non ho altro da aggiungere, qualsiasi commento è superfluo.
permalink | Per partecipare lasciate i vostri commenti (21)
Categorie del post: stupro, violenza sessuale, incesto, la mia opinione, sequestro di persona, violenza su figlia
Questo post è per tutte le persone che vogliono vederci chiaro sullo stupro della studentessa universitaria a Roma: la verità potrebbe essere molto diversa da quella che ci hanno propinato. L'articolo che pubblico è tratto da Femminismo a Sud e nelle parole evidenziate in nero potete trovare link di approfondimento.
Riepiloghiamo: A roma si misura la penetrazione al millimetro, proprio come fanno nelle aule di tribunale, per vedere se lo stupro c'e' stato oppure no. Perciò alla fine si allude al fatto che possa essersi trattato "solo" di aggressione, con accoltellamento, ma non di stupro.
Dalla zona rutelliana si dice poi che c'e' qualcosa di sospetto e che la magistratura farà chiarezza (c'e' veramente una indagine in corso su questo). Inoltre c'e' chi trova dubbio il fatto che uno spiantato di rumeno abbia un difensore stranoto vecchio tesserato all'Msi e che uno dei testimoni, soccorritori, del fattaccio sia presumibilmente un elettore di alemanno. Dall'altro lato tacciano rutelli di essere un miserabile che non ha rispetto del dolore altrui.
Senza offesa, a me fanno abbastanza senso tutti e due perchè in tutto ciò non si capisce come sta la ragazza, non si è parlato del "suo dolore" quasi per nulla. Si è parlato invece tantissimo del fatto che bisogna cacciare via i rumeni e che questo brutto fatto ha fatto perdere qualche speranza e molti voti a rutelli. Avevo parlato di donne abusate. Avevo sottovalutato la questione. In fase di elezioni dopo gli show televisivi con la precaria di An che fa finta di opporsi a berlusconi e si becca in offerta speciale il figliolo come promesso sposo, evidentemente bisogna cominciare a pensare che ci sia anche un mandante, per stupri su commissione, o un pusher di tragedie personali.
Quando avvengono c'e' chi si presenta alle vittime per stabilire il valore di mercato della aggressione. Furto vale 100 punti, furto e aggressione in villa vale 500 punti, aggressione semplice vale 250 punti, aggressione con stupro vale 1000 punti tondi. Aggiudicarsene uno è da campioni. E' mercato aperto, belle donne, se vi fate stuprare ora può essere che scuciono persino qualche euro, tanto per loro siamo tutte puttane. Siamo carne da macello, siamo oggetto di allusioni e insinuazioni sessiste. Siamo niente. Siamo quelle cui viene tolta credibilità. Siamo quelle su cui si specula per mettere in pratica le deportazioni naziste di stranieri (perchè fa male immaginare che si sia potuto ordire un piano così terribile per mere questioni elettorali). Siamo niente.
Come dice Flavia Amabile in un suo articolo che parla di questo: "[...] non è l’effetto sul voto a provocarmi alcune difficoltà di digestione stasera. E’ il non sapere se è più umiliante pensare che un uomo abbia violentato una donna o che qualcuno possa aver fatto violentare una donna e piantarle un coltello in pancia per dare un corso più definito ad una campagna elettorale. [...]"
L'articolo prosegue QUI.
Voi non potete neanche immaginare la mia faccia in questo momento: provo un misto di indignazione, rabbia, schifo e voglia di prendere a calci nelle palle “qualcuno”. Questo post della politica se ne infischia. Destra e sinistra? Non so chi mi fa più schifo a dire la verità. Non ci sono tante parole per commentare una notizia del genere perché sono NAUSEATA, infatti sarò brevissima.
Innanzitutto la mia solidarietà va tutta alla vittima, anche se non la conosco, le sono vicina e comprendo la sua sofferenza (visto che nessuno si sogna mai di pensare alla donna stuprata: chissà perché passa sempre in secondo piano oppure viene additata come la “colpevole”).
Ora passiamo agli “infami”: la verità sulla faccenda non si sa ancora, però sanno tutti che a pensare male si fa peccato, ma spesso si azzecca. Nel caso in cui questo stupro sia stato strumentalizzato in un modo così vile e schifoso, io non posso che esprimere tutto il mio disprezzo per “uomini” (fossi un uomo mi offenderei a sentire che certa feccia viene definita in questo modo) che vengono addirittura identificati come “eroi” o “angeli”. Avrei altre parole per definirli che stanno agli antipodi di queste.
Infine vorrei spendere una "buona parola" per i razzisti ignoranti che sono venuti qui a citare versetti del Corano (manco la Bibbia fosse meglio) per farmi capire che l'Islam fa schifo e che noi siamo "evoluti". Non so voi, ma ditemi se trovate tanta differenza tra un Paese musulmano, dove le donne vengono lapidate, e lo Stato Italiano dove le donne sono considerate OGGETTI, umiliate e FATTE STUPRARE per una sudicia campagna elettorale. Se siete capaci (almeno per questa volta) di far funzionare il vostro cervello atrofizzato, evitate di venire a postare commenti del genere qui.
permalink | Per partecipare lasciate i vostri commenti (49)
Categorie del post: italia, stupro, violenza sessuale, la mia opinione, discriminazione sessuale, violenza di genere, stupro di stato

Dopo gli ultimi fatti di cronaca nera riguardanti le donne si è di nuovo aperto il capitolo “problema sicurezza in Italia”. Solo la settimana scorsa a Milano è stata violentata una ragazza americana da un egiziano conosciuto in una discoteca, mentre pochi giorni fa a Roma una studentessa di 30 anni è stata accoltellata e stuprata da un romeno. Gli animi si sono subito scaldati, soprattutto tra gli esponenti della Lega Nord, che hanno proposto di espellere tutti gli stranieri dall’Italia. Io mi sono posta questa domanda: ma c’è un vero interesse per la tutela delle donne oppure questo è il pretesto per organizzare “spedizioni punitive” contro persone che non c’entrano niente?
Se davvero i leghisti vogliono tutelare le donne dalla violenza, cosa ci facevano alle manifestazioni dell’8 marzo a urlare: “Venite qui t*** che vi stupriamo!”? È questo il rispetto delle donne? L’unico messaggio che colgo da tutto questo è che le donne italiane possono essere picchiate e stuprate solo da uomini italiani, a quel punto nessuno parla più. Una settimana fa a Milano in Stazione Centrale una ragazza 17enne ha rischiato di essere stuprata da un uomo di 38 anni sieropositivo, tra l’indifferenza dei passanti: qualcuno si è accanito così tanto su questo stupratore? Ovviamente no: è italiano, quindi può stuprare. Cosa vogliamo dire dell’uomo italiano che ha ucciso la moglie incinta all’ottavo mese di gravidanza? E dell’uomo, sempre italiano, che ha ucciso una ragazza 20enne incinta al nono mese perché non voleva che la sua famiglia sapesse del bambino?

La violenza sulle donne è un argomento talmente delicato che sarebbe meglio informarsi prima di parlare. È doveroso ricordare che il 69,7% degli stupri è opera di partner, l’80% delle violenze si consuma in famiglia e in Italia le donne vittime di violenza domestica sono 7 milioni: tutti questi atti di violenza sono compiuti da ITALIANI e ci tengo davvero tanto a sottolinearlo. Perché quando è un italiano a compiere un reato del genere tutti stanno zitti e muti? Anzi no, a dirla tutta, gli italiani non vengono neanche puniti: su 100 stupratori denunciati alle autorità solo 1 viene infine condannato (tenendo conto che le violenze denunciate rappresentano solo il 7% di quelle totali).
Ora, io non voglio essere buonista perché penso che se una persona commette un reato deve sempre essere punita, sia straniero che italiano. Se dobbiamo espellere i clandestini e tutti gli immigrati che non rispettano le nostre leggi io sono d’accordissimo (senza prendersela con tutti gli immigrati regolari), però non vorrei mai che si individuasse lo stupratore solo nello straniero, perché la realtà è ben diversa! La maggior parte degli stupratori sono italiani e sono ben conosciuti dalla vittima: più è stretto il rapporto tra carnefice e vittima, più è alta la possibilità che si consumi la violenza. Apriamo gli occhi su questo e non viviamo di stereotipi!
Un altro appunto va fatto sull’idea del braccialetto antistupro orridamente suggerita da Francesco Rutelli. Questo aggeggio dovrebbe essere indossato dalle donne, che possono usufruirne per chiedere aiuto alla polizia in caso di aggressione. Come se noi donne fossimo oggetti con l’antifurto incorporato: questa non è un’idea, ma una grandissima presa in giro, anzi, un’umiliazione per tutte le donne. Se il nostro stato ha davvero così a cuore la questione femminile perché non si impegna a controllare di più le strade? Perché non mette in galera sul serio gli stupratori? Perché se una donna va a denunciare il marito violento invece di riderle in faccia non la ascoltano?
Infine, vorrei parlare una volta per tutte dello spray antiaggressione: in Italia è illegale! È considerato alla pari di un’arma da fuoco e per quale motivo? Perché essendo urticante potrebbe causare un danno all’aggressore: assurdo! Un “uomo” può violentare una donna e lei non ha nemmeno il diritto di difendersi? È questo lo stato che ha a cuore la salute e l’incolumità delle donne? Direi proprio di no. Credo che questo sia invece uno stato in cui tutti puntano il dito verso gli “stranieri” e non si degnano nemmeno di guardare quello che combinano i cari italiani (che santi non sono).
permalink | Per partecipare lasciate i vostri commenti (54)
Categorie del post: italia, dati, antifascismo, violenza domestica, stupro, violenza sessuale, la mia opinione, autodifesa, stereotipi, violenza di genere, stupro di stato, spray antiaggressione
Chiedo a tutti un aiuto per diffondere il comunicato che sto per pubblicare. Si parla della famosa pillola del giorno dopo, il contraccettivo di emergenza. Per colpa dell'ignoranza comune in materia, questa pillola viene spesso confusa con la pillola abortiva Ru486: ebbene, NON C'ENTRANO ASSOLUTAMENTE NIENTE!
La pillola del giorno dopo NON è abortiva semplicemente perché agisce PRIMA dell'inizio della gravidanza impedendo all'eventuale ovulo fecondato di annidarsi nell'utero: nessuna gravidanza viene interrotta, perché non le si dà la possibilità di iniziare. Come si può interrompere un qualcosa che non è nemmeno iniziato? È opportuno specificare questo, altrimenti si continua a parlare per sentito dire, per luoghi comuni e per false credenze che vedono nella pillola del giorno dopo un "attacco alla vita".
Ovviamente questa pillola, per essere efficace, deve essere assunta entro e non oltre 48 ore dal rapporto a rischio. Ma come può una donna riuscire ad assumerla in tempo se deve "giocare" alla caccia al tesoro per trovare il medico che la prescriva e il farmacista che si degni di vendergliela?
Pensate che negli Stati Uniti per le ragazze maggiorenni è disponibile senza ricetta medica, in Francia inoltre le ragazze minorenni possono acquistarla liberamente senza il bisogno di dichiarare la propria identità, in Svizzera e nel Regno Unito viene venduta senza ricetta medica e distribuita anche gratuitamente. Come mai qui in Italia c'è ancora questa voglia di negare il diritto a una donna di accedere ad un farmaco di cui ha bisogno? Chissà cosa succederebbe se si negasse agli uomini il viagra...
Per questo diffondo il comunicato dell'UDI (Unione Donne in Italia): perché noi donne ci siamo stancate di avere persone che vogliono decidere per noi e per il nostro corpo. Vogliamo che l'obbligo di ricetta per la pillola del giorno dopo sparisca e che le donne possano usufruire in tutta libertà del cosiddetto contraccettivo d'emergenza.
Contraccezione d'emergenza: anche noi "non possumus"
Non possiamo più tollerare la vergognosa indulgenza delle istituzioni sanitarie e di governo verso quei medici che fanno obiezione alla prescrizione della contraccezione d'emergenza, detta "pillola del giorno dopo". Episodio dopo episodio, denuncia dopo denuncia, ci troviamo di fronte ad una diffusa e vergognosa omertà. E diciamo questo proprio ora, dopo che finalmente si rompe, anche sulla stampa, il muro di silenzio che ha circondato le nostre denunce in tutti questi anni. Ora che, a elezioni ormai sopraggiunte, Livia Turco ha predisposto due numeri, pubblicati dai giornali (0659942378-0659942758) corrispondenti all'Ufficio relazioni con il pubblico del Ministero della Salute, per "segnalare casi di rifiuto di certificazione della contraccezione d'emergenza" (la Repubblica, 9 aprile 2008), ora che qualcuno, per esempio il PM della Procura di Roma, nel chiedere l'archiviazione della denuncia presentata nel 2006 da una donna che si era vista rifiutare la certificazione, incomincia a porre il quesito se "forse" sia il caso di legiferare sull'obiezione di coscienza dei medici (la Repubblica, 9 aprile 2008).
Ora, forse, si incomincia a capire che cosa è successo in questi anni di "ritardo", in realtà anni di copertura ideologica, maschilista e fondamentalista di gravi prevaricazioni contro le donne.
Facciamo dunque sapere che l'UDI-Unione Donne in italia segue con pena e vera angoscia le vicissitudini delle donne che girano da un posto all'altro, elemosinando ciò che spetta loro di diritto... ma aggiungiamo che daremo voce e azione alla nostra pena.
Quei medici buontemponi (molti uomini e qualche donna, ahimè) che sottopongono giovanissime terrorizzate e insicure, ma anche donne mature e consapevoli, all'umiliante gioco dell'oca che hanno inventato per loro (vai alla casella, salta, fai un passo indietro) debbono sapere che abbiamo tutta l'intenzione di togliere il giocattolo dalle loro mani.
A breve sarà attivo il Comitato nazionale delle donne "Quando decidiamo noi", promosso dall'UDI, che fra i suoi obbiettivi principali prevede proprio il monitoraggio (dalla parte delle donne) della corretta applicazione della 194, con tutti i suoi corollari.
Vedremo se nell'Italia e nell'Europa del terzo millennio si potranno ancora predisporre queste forche caudine per deridere e disprezzare le donne, se la definizione della funzione di un farmaco deve essere subordinata all'estro del momento o se esistono definizioni convenzionali che debbono valere per tutti.
Gli ordini professionali di medici e farmacisti, le direzioni sanitarie e i sindaci (responsabili ultimi della salute dei cittadini) avranno in noi un pubblico attento, nel frattempo chiediamo al prossimo governo di liberalizzare subito la contraccezione d'emergenza, togliendo le donne dal ricatto di gente senza scrupoli e anche un po' perversa. Abbiamo aderito alla campagna radicale su questo tema e continueremo ad insistere su tale obbiettivo a breve termine.
Tutti sanno che la "pillola del giorno dopo" è un contraccettivo d'emergenza (definizione ufficiale dell'OMS), praticamente innocua, almeno come lo può essere un farmaco, che è distribuita senza ricetta in molti paesi europei e in alcuni (Norvegia, Olanda e Svezia) è distribuita anche fuori dalle farmacie. Dunque la ricetta è lo strumento di controllo e di filtro che dobbiamo togliere di mezzo.
Contemporaneamente certo pretendendo una sanità civile e sottoposta alla legge e non una giungla dove ciascuno fa quello che gli pare, pretendendo quindi che i santoni dell'embrione, anche virtuale, compiano le proprie pratiche lontani dai luoghi della salute pubblica, ma siccome potrebbe essere una cosa lunga e ci siamo fidate anche troppo della buonafede di dirigenti sanitari, medici e amministratori, intanto diciamo: via la ricetta dalla contraccezione d'emergenza!
Laura Piretti
Udi-Unione Donne in italia
Roma 15 Aprile 2008
permalink | Per partecipare lasciate i vostri commenti (25)
Categorie del post: italia, comunicati stampa, libertà , contraccezione, obiezione di coscienza, legge 194, pillola del giorno dopo
Molti di voi avranno sentito parlare della bambina di 8 anni che in Yemen ha chiesto il divorzio dal marito, un uomo di 30. L'infanzia di una bambina è stata stroncata così: con violenze e abusi sessuali. Secondo il Centro Studi Donne e Sviluppo dell'università di Sana'a, capitale dello Yemen, il 52,1% delle donne nello stato vengono date in spose da bimbe, senza alcun controllo. Vi propongo quindi un articolo del Corriere della Sera del 14 Aprile, che racconta la storia di questa bambina-coraggio, scritto da Viviana Mazza. (in foto la bambina e il marito)
Tutta sola, avvolta in un’abaya nera, una bambina di 8 anni si è presentata il 2 aprile a un tribunale di Sana’a, la capitale dello Yemen, per chiedere il divorzio dal marito. Nojoud Muhammed Nasser ha denunciato il padre, che due mesi fa l’ha data in moglie a un uomo di 30 anni, e il marito, che l’ha picchiata e costretta ad avere rapporti sessuali.
«Ogni volta che volevo giocare in cortile, mi picchiava e mi faceva andare con lui in camera da letto – ha raccontato –. Era molto duro con me e quando lo imploravo di avere pietà, mi picchiava, mi schiaffeggiava e poi mi usava. Voglio avere una vita rispettabile e divorziare».
È la prima volta che una minorenne chiede il divorzio in Yemen. La legge non la protegge. Moltissime bambine vengono date in spose all’età di Nojoud in Yemen (oltre il 50% secondo uno studio del 2006). La legge fissa l’età minima per il matrimonio a 15 anni, per maschi e femmine, ma non punisce chi la viola, dice l’avvocato della Corte suprema Satha Muhammed Nasser, che ha assunto la difesa della bimba e le ha trovato un posto in un orfanotrofio.
All’uscita del tribunale, col sorriso teso ma lo sguardo deciso, Nojoud ha raccontato la sua storia al giornalista Hamed Thabet, 23 anni, dello Yemen Times. «Mio padre mi ha picchiato e mi ha detto che dovevo sposare quest’uomo. Lui mi ha fatto brutte cose, io non avevo idea di cosa fosse il matrimonio. Correvo da una stanza all’altra per sfuggirgli, ma alla fine mi acchiappava, mi picchiava e poi continuava a fare ciò che voleva. Ho pianto così tanto, ma nessuno mi ascoltava. Ho supplicato mia madre, mio padre, mia zia di aiutarmi a divorziare. Mi hanno risposto: “Non possiamo fare niente. Se vuoi, vai in tribunale da sola”. Ed è quello che ho fatto».
Dice Thabet al telefono da Sana’a: «Era così dolce e così triste. È una donna sposata, che capisce tante cose, e allo stesso tempo una bambina che vuole studiare e giocare». Anche il giudice Muhammad al-Qadhi si è impietosito: pur essendo Nojoud troppo giovane per testimoniare, ha fatto arrestare il padre, Muhammed Nasser, e il marito, Faez Ali Thamer.
L’avvocatessa Nasser sostiene che il matrimonio era illegale. Altri non ne sono certi: «A nessuno frega della legge, quello che conta è il sistema tribale», dice il giornalista Thabet. «Specialmente nelle zone rurali, i genitori danno le figlie in spose all’età di 7, 8 o 9 anni – spiega Amal Basha, direttrice di un gruppo per i diritti delle donne, Sisters Arab Forum for Human Rights –. Pongono la condizione che il marito non abbia contatto sessuale con la moglie finché non è matura. Ma vive con lui e non c’è controllo: è alla mercé del marito e del suo desiderio». Divorziare per Nojoud non sarà facile, aggiunge. «Non è un’adulta, quindi prevale ciò che dice il suo guardiano». Lo zio si è presentato come suo guardiano in aula. Ha detto che il padre di Nojoud ha perso il lavoro di netturbino e soffre di problemi mentali: è stato rilasciato. «La bambina deve anche restituire tutto il denaro che il marito ha dato alla famiglia in dote – dice Basha – oltre ad aver bisogno di una buona ragione per divorziare agli occhi del giudice». Oggi, dice Thabet, lui e l’avvocato cercheranno un accordo con il marito.
«Faremo una colletta. Gli offriremo i soldi della dote, anche il doppio». Ma lo sposo per ora non intende divorziare: «Sì, sono stato in intimità con lei – ha detto –, ma non ho fatto nulla di male. È mia moglie e ne ho il diritto. Nessuno può fermarmi».
Le parole del marito sono incommentabili: si può capire subito come vengono trattate e considerate le donne in Yemen...come puri oggetti che devono sottostare ai desideri del marito senza potersi opporre altrimenti rischiano la morte. Questa bambina ha avuto il coraggio di denunciare e per sua fortuna ha trovato un'avvocatessa che ha preso a cuore la sua storia; ma quella di Nojoud è solo una storia che si è conclusa positivamente in mezzo a milioni di altre storie di bambine vendute a uomini molto più grandi di loro, costrette con la forza ad avere rapporti sessuali e letteralmente schiavizzate.
A proposito della situazione delle donne in Yemen, segnalo il libro Vendute! scritto da Zana Muhsen che all'età di 16 anni è stata venduta insieme alla sorella di 13 ad un uomo yemenita. In questo libro vengono descritti chiaramente tutti i tipi di violenze a cui le donne sono sottoposte: non è un libro facile da leggere, però lo consiglio vivamente a chi avesse il coraggio di informarsi sulla situazione femminile in questo paese.
La storia di Nojoud ci fa capire che le donne non sono più disposte a subire in silenzio e che qualcosa sta iniziando finalmente a muoversi in questi paesi misogini e maschilisti. Le urla disperate delle milioni di donne che nel mondo chiedono aiuto non devono mai più essere coperte dal silenzio, dall'ignoranza e dall'indifferenza.
permalink | Per partecipare lasciate i vostri commenti (13)
Categorie del post: testimonianze, libri consigliati, yemen, islam, libertà , stupro, violenza sessuale, discriminazione sessuale, violenza di genere
La violenza contro le donne è una delle più grandi piaghe del mondo, però troppo spesso si cerca di "risolvere il problema" agendo sulla parte lesa, ovvero le donne: si pensa di creare autobus per sole donne, luoghi in cui le donne possano stare da sole, senza il pericolo di incappare in uomini violenti.
Parliamoci chiaro: non è ghettizzando le donne (e quindi limitando la loro libertà) che si eviteranno le violenze nei loro confronti. Bisogna perciò agire direttamente sulla causa di queste violenze, ovvero gli uomini: bisogna "educarli" al rispetto della figura femminile in tutte le sue forme.
Girando per siti mi è capitato di visitarne uno molto bello (Maschile Plurale), creato da uomini: credo sia utile dare spazio a uomini così, uomini che riconoscono il problema della violenza sulle donne, uomini che vogliono iniziare essi stessi a ribellarsi al sistema patriarcale che vede le donne come degli oggetti. Per questo mi sembra doveroso pubblicare un vero e proprio appello scritto da questi uomini e pubblicato il 19 settembre 2006 sui quotidiani "Il Manifesto" e "Liberazione".
Tutti gli uomini possono aderire: per farlo basta cliccare qui ed inviare un'email all'indirizzo di posta elettronica che viene segnalato.
Ecco il testo dell'appello:
La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini (19/09/2006)
Assistiamo a un ritorno quotidiano della violenza esercitata da uomini sulle donne. Con dati allarmanti anche nei paesi “evoluti” dell’Occidente democratico. Violenze che vanno dalle forme più barbare dell’omicidio e dello stupro, delle percosse, alla costrizione e alla negazione della libertà negli ambiti familiari, sino alle manifestazioni di disprezzo del corpo femminile. Una recente ricerca del Consiglio d’Europa afferma che l’aggressività maschile è la prima causa di morte violenta e di invalidità permanente per le donne fra i 16 e i 44 anni in tutto il mondo . E tale violenza si consuma soprattutto tra le pareti domestiche.
Siamo di fronte a una recrudescenza quantitativa di queste violenze? Oppure a un aumento delle denunce da parte delle donne?
Resta il fatto che esiste ormai un’opinione pubblica e un senso comune, che non tollera più queste manifestazioni estreme della sessualità e della prevaricazione maschile.
Chi lavora nella scuola e nei servizi sociali sul territorio denuncia poi una situazione spesso molto critica nei comportamenti degli adolescenti maschi, più inclini delle loro coetanee femmine a comportamenti violenti, individuali e di gruppo.
Forse il tramonto delle vecchie relazioni tra i sessi basate su una indiscussa supremazia maschile provoca una crisi e uno spaesamento negli uomini che richiedono una nuova capacità di riflessione, di autocoscienza, una ricerca approfondita sulle dinamiche della propria sessualità e sulla natura delle relazioni con le donne e con gli altri uomini.
La rivoluzione femminile che abbiamo conosciuto dalla seconda metà del secolo scorso ha cambiato radicalmente il mondo.
Sono mutate prima di tutto le nostre vite, le relazioni familiari, l’amicizia e l’amore tra uomini e donne, il rapporto con figlie e figli. Sono cambiate consuetudini e modi di sentire. Anche le norme scritte della nostra convivenza registrano, sia pure a fatica, questo cambiamento.
L’affermarsi della libertà femminile non è una realtà delle sole società occidentali. Il moto di emancipazione e liberazione delle donne si è esteso, con molte forme, modalità e sensibilità diverse, in tutto il mondo.
La condizione della donna torna in modo frequente nelle polemiche sullo “scontro di civiltà” che sarebbe in atto nel mondo. Noi pensiamo che la logica della guerra e dello “scontro di civiltà” può essere vinta solo con un “cambio di civiltà” fondato in tutto il mondo su una nuova qualità del rapporto tra gli uomini e le donne.
Oggi attraversiamo una fase contraddittoria, in cui sembra manifestarsi una larga e violenta “reazione” contraria al mutamento prodotto dalla rivoluzione femminile. La violenza fisica contro le donne può essere interpretata in termini di continuità, osservando il permanere di un’antica attitudine maschile che forse per la prima volta viene sottoposta a una critica sociale così alta, ma anche in termini di novità, come una “risposta” nel quotidiano alle mutate relazioni tra i sessi.
Un altro sintomo inquietante è il proliferare di mentalità e comportamenti ispirati da fondamentalismi di varia natura religiosa, etnica e politica, che si accompagnano sistematicamente a una visione autoritaria e maschilista del ruolo della donna. Queste stesse tendenze sono però attualmente sottoposte a una critica sempre più vasta, soprattutto – ma non esclusivamente – da parte femminile
La recente cronaca italiana ci ha offerto alcuni casi drammatici, eclatanti che rivelano anche modi diversi di accanirsi sul corpo e sulla mente femminile.
Una ragazza incinta viene seppellita viva dall’amante, che non vuole affrontare il probabile scandalo. Un fratello insegue e uccide la sorella, rea di non aver obbedito al diktat matrimoniale della famiglia. Un immigrato pakistano uccide la figlia, aiutato da altri parenti maschi, perché non segue i costumi sessuali etnici e religiosi della comunità. In alcune città si susseguono episodi di stupro da parte di giovani immigrati ma anche di maschi italiani. Sono italiani gli stupratori di una ragazza lesbica a Torre del Lago. Italiano l’assassino che a Parma ha ucciso con otto coltellate la ex fidanzata, che perseguitava da qualche anno. Ultimo caso di una lunga scia di delitti commessi in questi ultimi anni in Italia da uomini contro le ex mogli o fidanzate, o contro compagne in procinto di lasciarli.
Il clamore e lo scandalo sono alti. In un contesto di insicurezza (in parte reale, in parte enfatizzata dai media e da settori della politica), di continua emergenza e paura per le azioni del terrorismo di matrice islamica e per le contraddizioni prodotte dalla nuova dimensione dei flussi di immigrazione, nel dibattito pubblico la matrice della violenza patriarcale e sessuale è stata spesso riferita a culture e religioni diverse dalla nostra.
Molte voci però hanno insistito giustamente sul fatto che anche la nostra società occidentale non è stata e non è a tutt’oggi immune da questo tipo di violenza. E’ anzi possibile che il rilievo mediatico attribuito alla violenza sessuale che viene dallo “straniero” risponda a un meccanismo inconscio di rimozione e di falsa coscienza rispetto all’esistenza di questo stesso tipo di violenza, anche se in diversi contesti culturali, nei comportamenti di noi maschi occidentali.
Si è parlato dell’esigenza di un maggiore ruolo delle istituzioni pubbliche, sino alla costituzione come parti civili degli enti locali e dello stato nei processi per violenze contro le donne. Si è persino messo sotto accusa un ipotetico “silenzio del femminismo” di fronte alla moltiplicazione dei casi di violenza.
Noi pensiamo che sia giunto il momento, prima di tutto, di una chiara presa di parola pubblica e di assunzione di responsabilità da parte maschile. In questi anni non sono mancati singoli uomini e gruppi maschili che hanno cercato di riflettere sulla crisi dell’ordine patriarcale.
Ma oggi è necessario un salto di qualità, una presa di coscienza collettiva.
La violenza è l’emergenza più drammatica.
Una forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini potrebbe assumere valore simbolico rilevante. Anche convocando nelle città manifestazioni, incontri, assemblee, per provocare un confronto reale.
Siamo poi convinti che un filo unico leghi fenomeni anche molto distanti tra loro ma riconducibili alla sempre più insopportabile resistenza con cui la parte maschile della società reagisce alla volontà che le donne hanno di decidere della propria vita, di significare e di agire la loro nuova libertà:
Il corpo femminile è negato con la violenza.
Ma viene anche disprezzato e considerato un mero oggetto di scambio (come ha dimostrato il recente scandalo sulle prestazioni sessuali chieste da uomini di potere in cambio di apparizioni in programmi tv ecc.). Viene rimosso da ambiti decisivi per il potere: nella politica, nell’accademia, nell’informazione, nell’impresa.
Lo sguardo maschile – pensiamo anche alle organizzazioni sindacali – non vede ancora adeguatamente la grande trasformazione delle nostre società prodotta negli ultimi decenni dal massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro.
Chiediamo che si apra finalmente una riflessione pubblica tra gli uomini, nelle famiglie, nelle scuole e nelle università, nei luoghi della politica e dell’informazione, nel mondo del lavoro.
Una riflessione comune capace di determinare una sempre più riconoscibile svolta nei comportamenti concreti di ciascuno di noi.
Primi firmatari
permalink | Per partecipare lasciate i vostri commenti (22)
Categorie del post: italia, appelli, uomini, libertà , violenza domestica, stupro, violenza sessuale, parità , violenza di genere
Volete essere d'aiuto anche voi? Leggete questa lettera e fatela girare!
Caro Dott. Ferrara,
ultimamente Lei sta promuovendo una forte campagna a favore della vita tramite la rivisitazione della legge 194.
Mi sembra di capire che, sostanzialmente, lei afferma fortemente il principio secondo il quale una donna dovrebbe essere fondamentalmente propensa a generare vita piuttosto che a donare morte.
Ebbene, io sono una di quelle che, fra le due opportunità, ha optato per la prima.
Tenterò di illustrale, brevemente, la mia situazione: " Sono Madre di due bambini, Sara e Roberto, rispettivamente di 14 e 11 anni .
I due bambini sono portatori, sin dalla nascita, di handicap grave(OLIGOFRENIA, LEUCOENCEFALOPATIA E IPOTONIA) , giudicati invalidi al 100%, io e mio marito Carlo, percepiamo un totale di 800 euro al mese quale indennità d'accompagnamento. Inoltre, in virtù di quanto previsto dalla legge 162/1998, vengono erogati pseudo servizi d'assistenza quali: accompagnamento dei bambini da casa a scuola e viceversa; supporto terapeutico psicologico (musicoterapia) e ausilio educativo mediante educatrice che permane nel nostro domicilio 2 ore al giorno. Cosa dice questa legge? In sintesi il legislatore ha voluto affermare un sacrosanto principio che si riassume così: " 1- ter)......... a disciplinare, allo scopo di garantire il diritto ad una vita indipendente alle persone con disabilità permanente e grave limitazione dell'autonomia personale nello svolgimento di una o più funzioni essenziali della vita, non superabili mediante ausili tecnici, le modalità di realizzazione di programmi d'aiuto alla persona, gestiti in forma indiretta, anche mediante piani personalizzati per i soggetti che ne facciano richiesta, con verifica delle prestazioni erogate e della loro efficacia".
L'esclamazione mi pare d'obbligo: "ALLA FACCIA DELLA GARANZIA DI UNA VITA INDIPENDENTE!!!!!!!". Se con gli interventi attualmente adottati a favore di Roberto e Sara si ritiene di assicurare il diritto summenzionato, la pretesa mi sembra, francamente, un po' "eccessiva, per non dire demenziale". Inoltre, io non posso, ovviamente, lavorare dovendomi occupare dei bambini; mio marito è disoccupato da anni e, nonostante le ripetute richieste tese a richiamare l'attenzione della nostra amministrazione locale affinché, in virtù della drammatica situazione, possano essere adottati provvedimenti d'eccezione per assicurare una qualsiasi attività lavorativa a mio marito Carlo, e quindi assicurare ai nostri due infelici figli perlomeno una adeguata alimentazione (sto parlando di ALIMENTAZIONE, non di sfumature voluttuarie) tutto tace, nel più assoluto immobilismo.
Caro Ferrara, le confesso, pur se con molta tristezza, che se dovessi tornare indietro, sarei una di quelle donne che avrebbe il buon senso di NON donare ai propri figli una vita fatta di stenti e sofferenze, di indigenze assolute, di abbandono da parte di una società che si professa democratica ed attenta al sociale e che, invece, con indifferenza ripone nel dimenticatoio le tragedie che colpiscono le persone più deboli. Le confido anche che, spesso, mi sembra di intravedere nello sguardo dei miei due bambini (ovviamente loro non sono in grado di articolare le parole e di formulare logici pensieri) una sorta di rimprovero per avergli donato una "non vita".
Ora, quel che le chiedo è: una volta tanto, invece di portare alla ribalta i casi di donne che decidono di abortire per paura di non poter assicurare ai propri figli una vita degna di potersi definire tale, parli della paura di una madre che, a causa del totale stato di abbandono in cui sono stati relegati i suoi figli , vive nell'angoscia di cosa il futuro potrà riservare a questi due bambini, convive col senso di colpa di avergli imposto una vita d'inferno e solitudine, in un paese dove ci si preoccupa del "modello" ma non ci si prende cura delle specificità sociali che incidono fortemente sulla sua applicazione pratica, dove le tristi problematiche di questi "figli di un Dio minore" vengono appositamente sminuite sino al punto di renderle invisibili proprio perché è comodo ed edificante parlarne ma, ahimè, forse troppo impegnativo e poco remunerativo risolverli.
Mi dimostri Dott. Ferrara che il suo è un forte e sentito convincimento e non l'ennesima messa in scena "Italianota" utile solo a dare visibilità al suo promotore.
Perché Lei possa meglio rendersi conto di cosa stiamo realmente parlando, le allego due fotografie dei miei bambini, che danno il senso del loro effettivo stato di salute.
Luisa Caddeo
Piazza della Repubblica, 18
09010 Vallermosa (CA)
Tel. 349 2534234
Giusto un mio commento personale. In questo clima antiabortista senza eccezioni, si vuole a tutti i costi costringere una donna a portare avanti una gravidanza e poi non le si dà il minimo aiuto se partorisce un bambino gravemente malato: è questa la società che vuole difendere la vita? Credo che la risposta venga da sé. Ecco dimostrata l'ipocrisia di chi, giusto per interessi politici, sfrutta un tema così delicato e sofferto per garantirsi un posto in Parlamento.
Segnalo, per chi volesse visitarli, i due blog di questa donna:
permalink | Per partecipare lasciate i vostri commenti (15)
Categorie del post: italia, testimonianze, aborto, legge 194