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Categorie del post: testimonianze, uomini, dati, tortura, indifferenza, persecuzione, notizie internazionali, violenza sessuale, inciviltà , la mia opinione, bambine, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, stupro di guerra
La violenza sulle donne, come già detto e sottolineato in precedenza, non è solo violenza fisica. Esistono altri tipi di violenze che non lasciano segni evidenti sul corpo, ma che sono lesivi della persona tanto quanto i maltrattamenti fisici. In questo post mi soffermo sulla violenza psicologica e sulla violenza economica (che viene spesso inserita nella violenza psicologica): le informazioni sono state reperite dal sito del Centro Antiviolenza Artemisia. I dati invece sono tratti dal documento ufficiale ISTAT 2006.
LA VIOLENZA PSICOLOGICA

La violenza psicologica accompagna sempre la violenza fisica e la prepara anche quando non degenera verso questo tipo di maltrattamento. Il messaggio che passa attraverso il maltrattamento psicologico è che chi ne è oggetto è una persona priva di valore. Ciò induce in qualche modo chi lo subisce ad accettare in seguito anche comportamenti violenti. Si tratta spesso di atteggiamenti che si insinuano gradualmente nella relazione e finiscono così con l’essere accolti dalla donna, al punto che spesso essa non riesce nemmeno a vedere quanto le siano dannosi e insidino la sua identità.
Allo stesso tempo il maltrattamento psicologico procura una grande sofferenza, e parte del dolore provato dipende dal non riuscire a dare un nome a questo stato di grave disagio: la donna continua a sentirsi confusa e sofferente, ma senza capirne il perché. Per questa ragione è sempre importante con le donne parlare e indurle a esplicitare quello che sta succedendo, perché possono non rendersi conto che quello che stanno subendo è un vero e proprio maltrattamento. Le tipologie e le modalità di maltrattamento sono molteplici, di seguito ne abbiamo identificate sei delle più comuni.
La violenza psicologica può portare alla morte tanto quanto la violenza fisica, perché distrugge l'autostima della persona che ne è vittima.
Le donne che hanno sperimentato comportamenti di violenza psicologica da parte del partner attuale sono spesso vittime di violenza fisica o sessuale. Fatte 100 le donne che hanno subito violenza fisica e sessuale dal partner, il 90,5% ha subito anche violenza psicologica. Nel 50,4% dei casi si verifica violenza fisica associata a quella psicolgica, nel 26,8% (ma soprattutto nel caso degli ex mariti) si verificano contemporaneamente i tre tipi di violenza.
Ora vediamo in che modo la violenza psicologica viene perpetrata:
Isolamento 46,7%
Controllo 40,7%
Violenza Economica 30,7%
Svalorizzazione 23,8%
Intimidazione 7,8%
LA VIOLENZA ECONOMICA
Per violenza economica si intende ogni forma di privazione o controllo che limiti l’accesso all’indipendenza economica di una persona. Vi sono inclusi comportamenti quali:
- privare delle informazioni relative al conto corrente e alla situazione patrimoniale e reddituale del partner
- non condividere le decisioni relative al bilancio familiare
- costringere la donna a spendere il proprio stipendio nelle spese domestiche
- non dare informazioni sullo stipendio
- non dare soldi o garanzie senza fornire le informazioni rispetto ai rischi e alle procedure di rivalsa,
- costringere a fare debiti
- tenerla in una situazione di privazione economica continua
- intestare tutti i beni a nome proprio o a nome dei propri familiari per impedire ogni accesso legale ai beni comuni.
- rifiutarsi di pagare un congruo assegno di mantenimento o costringere la donna a umilianti trattative per averlo
- licenziarsi per non pagare gli alimenti
- costringere a firmare contratti
Inoltre, molte donne vengono costrette a rinunciare al proprio lavoro per seguire la famiglia: in questo modo, non avendo uno stipendio, diventano del tutto dipendenti dal loro compagno, ed è quindi molto più facile che si verifichi questo tipo di violenza. Cliccando QUI potete leggere la testimonianza di una donna che ne è stata vittima.
Entrambi i tipi di violenza non sono ancora oggi riconosciuti come reati e quindi restano impuniti, soprattutto perché è più difficile individuare la violenza. Molte donne vittime di violenza psicologica, per esempio, non si rendono nemmeno conto di esserlo.
Un consiglio però si può comunque dare: se il vostro compagno/marito vi fa sentire male, vi svalorizza, vi impedisce di vedere vostri amici e/o parenti (o tutto quello che viene elencato nel post), non pensate che sia giusto, non pensate che "è normale". Nessuno ha il diritto di dirvi quello che dovete o non dovete fare. Voi siete padrone della vostra vita, nessun altro vi può comandare o farvi sentire delle nullità. Nei centri antiviolenza il personale specializzato può aiutarvi anche in questo senso. Come ho sempre detto: l'aiuto è a portata di mano, non abbiate timore.
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Categorie del post: testimonianze, dati, libertà , maltrattamenti, violenza domestica, persecuzione, la mia opinione, violenza psicologica, centri antiviolenza, violenza economica
Interrompo momentaneamente l’argomento della violenza sulle donne in Italia e del taglio dei fondi ai centri antiviolenza, per parlare di un argomento molto delicato: la tratta delle donne, vendute come prostitute e vittime di terribili violenze.
Vi propongo la storia di una ragazza che giovanissima è stata fatta schiava e portata in Italia, successivamente c’è un breve sunto con alcuni dati e un po’ di storia. Mi sono basata su una fonte segnalatami da Lorenza, che ringrazio, e che potete visitare tutti QUI (unico avvertimento: è scritta in francese, io l’ho tradotta per voi, riassumendola un po').
Il solo ricordo che Nita custodisce del giorno in cui i militari serbi l’hanno strappata dalla sua casa, a Pristina, per condurla in un campo dove l’hanno violentata è che faceva freddo e il suolo era ricoperto di neve. Non si ricorda se è stato prima o dopo il Natale 1996, l’anno in cui i combattimenti sono scoppiati tra le forze serbe e l’Armata di liberazione del Kosovo. Ha vissuto tali orrori negli ultimi dieci anni che il suo spirito, lei dice, è del tutto scombussolato. Nel 1996, Nita aveva 18 anni, era sposata e madre di una bambina di 8 mesi, e viveva vicino a suo padre, vedovo, e a sua sorella di 7 anni. I miliziani che sono andati a cercarla hanno preso anche la bambina e condotto suo marito, Milau, e suo padre in un altro campo. Per quattro giorni Nita è stata violentata ripetutamente insieme ad altre sette donne, prima di essere messa in una macchina e abbandonata vicino alla frontiera albanese. Nita ha cercato la sua famiglia con la collaborazione di un uomo che diceva di volerla aiutare: in realtà, l’ha trascinata su una barca, dove c’erano molte altre donne, l’ha tramortita e portata in Italia. Si è ritrovata infine a Torino, in un appartamento della periferia. Le altre donne che erano rinchiuse lì hanno appreso di essere state schiavizzate, vendute come prostitute a una rete di sfruttatori italiani e albanesi. Per sei anni, prima in un appartamento dove era tenuta prigioniera, poi per strada, Nita ha subito dei rapporti sessuali ogni notte, sette giorni su sette, con almeno una decina di uomini. Quando non riusciva ad attirare abbastanza clienti, uno degli uomini che dirigevano la tratta la picchiava. Non parlava l’italiano, non sapeva bene dove si trovava e viveva nella paura e nell’ignoranza. Una volta ha persino provato a fuggire, ma questo le è servito solo ad essere riempita di botte. Poi, un giorno la fortuna ha girato: per puro caso è salita in macchina di un uomo che affermava di avere conosciuto Milau e di aver sentito dire che era partito per la Gran Bretagna. Le ci è voluto un mese per potersi fidare di lui e alla fine ha accettato di viaggiare da clandestina attraverso l’Europa in un camion di sigarette. In Inghilterra ha finalmente ritrovato il marito, ma quando questi è venuto a conoscenza della sua vita trascorsa sulle strade, non l’ha potuto sopportare e l’ha buttata fuori di casa: era incinta di tre mesi. I servizi sociali l’hanno mandata in una casa di periferia dove ha potuto attendere la nascita del suo bambino.
Per l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (IOM), il traffico di esseri umani è “la forma più minacciosa dell’immigrazione irregolare in ragione della sua ampiezza e complessità crescenti, poiché ingloba le armi, la droga e la prostituzione”. Per l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC), si tratta della forma di crimine organizzato che conosce l’espansione più rapida del mondo. È impossibile procurarsi delle cifre affidabili. I responsabili dell’Organizzazione Internazionale del lavoro (BIT) stimano che ogni anno vengono venduti dai 700 mila ai 2 milioni di donne e bambini e che questo traffico alimenta un’industria i cui profitti oscillano tra i 12 e i 17 miliardi di dollari per anno. Secondo le Nazioni Unite, si contano oggi 127 paesi fonte – principalmente in Asia e nell’Europa dell’Est – che forniscono un grande numero di prostitute, e 137 paesi destinatari.
Una cosa è certa, il traffico di donne e di bambini avviene secondo le classiche modalità della schiavitù: rapimento, false promesse, trasporto in un luogo sconosciuto, perdita della libertà, sevizie sessuali, violenze e privazioni. Le vittime vengono isolate, sottomesse a pressioni fisiche o psicologiche, rese dipendenti dalla droga e dall’alcool. Le vittime del traffico, anche se sono consenzienti alla partenza, continuano ad essere sfruttate dai trafficanti al loro arrivo. Successivamente vendute a diversi acquirenti in un lungo ciclo di violenze, queste donne fanno eccellenti guadagni: i profitti che generano sono enormi, i rischi di farsi arrestare sono limitati e le sanzioni insignificanti. Secondo un rapporto della CIA, i trafficanti guadagnano in media 250 mila dollari a donna.
La globalizzazione e l’economia del mercato si sono tradotte in un accrescimento dei movimenti di capitali e di manodopera. Le frontiere si sono aperte alle merci, agli investitori e ai cittadini dei paesi ricchi residenti all’estero, ma quelli dei paesi poveri non circolano altrettanto liberamente. Le leggi severe che limitano l’immigrazione impediscono ai richiedenti asilo e agli immigrati di passare le frontiere. È in questo sotto-mondo di economie in fallimento, di povertà, di discriminazione, di governi corrotti e di nuove tecnologie che il traffico di esseri umani prospera.
Sui trafficanti si è meno informati perché le loro vittime, non protette dalla legge, sono spesso troppo spaventate per testimoniare, ma anche perché non esiste un solo tipo di trafficanti. All’apice della piramide, si trovano delle grandi reti criminali estremamente sofisticate, che operano abitualmente a fianco dei trafficanti di droga e di armi, ma formano delle cellule distinte. Operano spesso in molti paesi, fanno oltrepassare le frontiere alle loro vittime e le fanno passare di gruppo in gruppo come delle volgari merci, approfittando della corruzione che regna nella polizia. Queste reti fanno spesso ricorso a dei procacciatori per indurre le donne ad accettare dei lavori all’estero, presentandoli come proficui e rispettabili.
Un buon numero di trafficanti sono dei gestori di case chiuse, e la maggior parte delle ragazze vengono ingannate, reclutate e preparate da donne, a volte prostitute veterane, che le accompagnano durante la prima tappa del viaggio per rassicurarle. La cosa più sconvolgente è che alcuni procacciatori sono degli amici d’infanzia, degli zii o addirittura dei parenti che, per una commissione o a causa di una situazione finanziaria disperata, sono pronti a tradire chi sostengono di amare.
Nell’Europa del Sud-Est, la transizione dall’economia pianificata all’economia di mercato, e anche i conflitti del Kosovo e della Bosnia-Erzegovina, hanno permesso ai trafficanti di reclutare delle vittime tra i nuovi poveri e le nuove categorie di persone vulnerabili: giovani disoccupati, membri della comunità rom, donne che hanno perso il loro lavoro. Quando il conflitto nei Balcani si è placato, abbiamo cominciato a vedere sulle strade dei trafficanti che se ne andavano dalla Serbia al Kosovo e in Bosnia per organizzare delle vendite all’asta di donne. Le vittime venivano poi ripartite in case chiuse dove i primi clienti erano spesso dei caschi blu, protetti dall’immunità diplomatica in quanto personale delle Nazioni Unite.
Nel 1949, la Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione e l’abolizione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione altrui ha stabilito un legame tra il traffico e la prostituzione. In seguito, un numero considerabile di convenzioni e accordi internazionali sono stati firmati per lottare, direttamente o indirettamente, contro il traffico delle donne e dei bambini, e anche contro il matrimonio e il lavoro forzati. Nel 2000, la quasi totalità dei paesi hanno firmato la Convenzione dell’ONU contro la criminalità transnazionale organizzata, di cui uno dei protocolli, quello di Palermo, dà la prima definizione completa del traffico di esseri umani. I paesi firmatari sono tenuti ad adottare nuove leggi, a criminalizzare il traffico, a indagare sui trafficanti e perseguirli nei termini di legge, e a proteggere l’identità delle vittime del traffico. Ma il protocollo non prevede grandi cose per quanto riguarda la protezione delle prostitute, perché non richiede che si dia un aiuto o una protezione alle vittime del traffico.
In questi ultimi anni, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE) ha elaborato un proprio piano per lottare contro il traffico. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta degli esseri umani (entrata in vigore il 1° febbraio 2008) prevede tutta una serie di misure con questo scopo. L’iniziativa del Consiglio d’Europa è stata accolta con entusiasmo dai centri associativi, perché non si tratta soltanto di uno strumento di lotta contro la criminalità organizzata, ma anche l’unico strumento che costringe giuridicamente a delle misure per fornire una protezione alle donne e ai bambini vittime di questo traffico. Ma sussiste un baratro tra i discorsi antitrafficanti e le misure realmente adottate per dare protezione e assistenza alle vittime, o per arrestare e perseguire i trafficanti, che, persino quando vengono fermati, raramente sono condannati.
Questo è un sunto molto breve, ma esaustivo, riguardo al grandissimo problema della tratta delle donne. Mi aspetto da chi verrà qui a commentare il massimo rispetto per la sofferenza di queste donne; purtroppo ho sentito parecchie giustificazioni a riguardo, tra cui “gli uomini hanno più testosterone delle donne”, oppure “gli uomini vivono la sessualità in modo diverso”. A me non interessa un bel niente del testosterone e della sessualità, altrimenti ci mettiamo a giustificare tutto perché gli uomini sono fatti così: chi obbliga le donne a prostituirsi, chi le violenta, chi le sfrutta è SEMPRE da condannare senza alcuna remora. Se dovete venire qui a scrivere cazzate e a prendere in giro la sofferenza delle donne sfruttate girate i tacchi e andatevene, perché questo è un blog serio e io le mancanze di rispetto non le tollero.
Le prostitute non sono “puttane”, non sono “zoccole”, non sono “battone”: le prostitute sono donne che hanno perso la loro libertà per colpa di infami bastardi che non ragionano con il cervello, ma con un’altra parte del corpo. Ci sono pure uomini che hanno il coraggio di andare con una prostituta e dire che la tratta non esiste: almeno non fate i vigliacchi e ammettete che anche voi siete responsabili di questo traffico, perché lo siete tanto quanto gli sfruttatori. Mi sono stancata di sentire sempre giustificazioni. La vita di una donna ha valore, gli uomini non sono nessuno per strappare la libertà alle donne. Gli uomini non hanno il controllo sulle donne, perché le donne sono PERSONE tanto quanto gli uomini e nascono LIBERE tanto quanto gli uomini. Mettetevelo in testa una volta per tutte!
Segnalo infine che cliccando QUI è possibile firmare la petizione contro la tratta delle donne.
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Categorie del post: italia, testimonianze, uomini, dati, libertà , prostituzione, persecuzione, violenza sessuale, discriminazione sessuale, violenza di genere, stupro di guerra

Non è mai finita quando si tratta di manifesti obbrobriosi. Poco tempo fa vi avevo mostrato come a Roma pensano di difendere le donne scrivendo a caratteri cubitali “Non desiderare la donna d’altri” e ora, purtroppo, mi tocca segnalare un’altra indecenza prodotta da menti deliranti. Da notare in primis come il manifesto sia stato realizzato da uomini (idioti) per altri uomini (altrettanto idioti): lo capiamo subito leggendo la frase “se fosse tua madre, tua moglie, tua figlia?”. Donne è inutile, noi apparteniamo agli uomini: pure se veniamo stuprate a perderci sono solo loro. Di noi, chi se ne frega. Chissà a cosa servono queste scritte all’80% delle donne che subiscono violenza, visto che avviene in famiglia. Possono solo pensare “Be grazie, tanto è mio marito che pensa a picchiarmi”, oppure “Tanto è mio padre che pensa a violentarmi”.
Nella vita ho imparato che ci sono tre tipi di persone. Quelle che capiscono subito, quelle che capiscono dopo che gli spieghi le cose e quelle che non capiscono mai. Chi ha prodotto questo schifo sta nella terza categoria; forse non riesce a capire o forse gli fa comodo non capire. Non sono bastati i dati ISTAT, non è bastato dire che ogni due giorni in famiglia muore una donna, non è bastato sottolineare che più è stretta la relazione tra carnefice e vittima, più è alta la possibilità che si consumi la violenza: sembra di parlare con dei muri.
La violenza sulle donne non è solo stupri, la violenza sulle donne è violenza fisica, violenza psicologica, violenza economica. La violenza sulle donne è anche la mercificazione dei nostri corpi, la violenza sulle donne sono gli insulti nascosti dietro a battutine sarcastiche, la violenza sulle donne è tutto il maschilismo. La violenza sulle donne è l’indifferenza delle istituzioni. Ma visto che qui ci siamo fissati con gli stupri, allora parliamo di questi. Ecco la realtà: i partner sono responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica e sessuale. Il 69,7% degli stupri è infatti opera di partner, il 17,4% di un conoscente. Solo il 6,2% è ad opera di estranei (e qui rientrano quindi gli immigrati). Questi sono i dati ISTAT, non mi sto inventando niente.
Parliamoci chiaro, prima che insorgano polemiche inutili e stupide. Io non difendo gli immigrati criminali e non mi sognerei mai di farlo. Però è una presa in giro trasformare il problema della violenza sulle donne in un problema di immigrazione. Io non faccio differenza tra uno stupratore italiano e uno straniero: per me sono entrambi fecce dell’umanità. Non giustifico nessuno stupro da parte di immigrati dicendo che è commesso da persone povere che hanno bisogno d’aiuto: poveri o no sono dei criminali bastardi, che meritano di essere rispediti al loro paese. Ma non mi sognerei mai di far passare il messaggio sbagliatissimo che solo gli immigrati (non conosciuti dalla vittima) commettono questo genere di reati. Mi sembra che i dati sopra citati parlino chiaro.
Ci tengo anche a dedicare due righette a Forza Nuova, che si prodiga così tanto nella difesa delle donne. Hanno un rispetto innato per le donne che li porta ad insultarle se provano a contraddirli. Parlo per esperienza, perché non ho potuto azzardare la frase “in italia le donne non vengono tutelate in niente” che mi hanno riempita di insulti, non solo per me, ma anche sulla mia famiglia. Non scherziamo per favore, non prendiamoci in giro. Io sinceramente me ne frego degli insulti di un gruppo di fascistelli balordi e maleducati che sono talmente cocciuti da arrivare a negare l’evidenza. Appena gli poni la domanda: “Ma la legge contro la violenza domestica dov’è? E la legge contro lo stalking?”, non rispondono più. Ecco bravi state zitti che mi fate un favore.
I razzisti ignoranti non si smentiscono mai. I razzisti ignoranti sono quelli che se una donna viene stuprata da un romeno fanno saltare fuori un putiferio e poi stanno zitti se una ragazza di 14 anni viene massacrata da tre suoi amici italiani; stanno zitti se una donna viene uccisa dall’ex marito che continua a perseguitarla, stanno zitti se una ragazza indifesa subisce stupri di gruppo per dieci mesi, stanno zitti davanti a una donna incinta ammazzata dal marito. I razzisti ignoranti sono quelli che trattano le donne come puttane e sono contenti di vedere Mara Carfagna alle pari opportunità (perché almeno il governo è sexy) e poi fanno finta di difendere le donne organizzando pestaggi ai danni dei rom. I razzisti ignoranti sono quelli che pretendono che le donne dicano sempre sì agli uomini senza mai ribattere, altrimenti le insultano (o gli fanno di peggio). I razzisti ignoranti sono quelli che vedono una donna solo se è bella e sexy, altrimenti nemmeno la considerano: può morire quella, tanto non vale niente. Questi sono i razzisti ignoranti. I razzisti ignoranti sono feccia.
I razzisti ignoranti hanno prodotto questo schifo. Io non mi faccio zittire da un gruppo di razzisti ignoranti che fingono di interessarsi a un argomento così delicato e sofferto come la violenza sulle donne, per fare propaganda xenofoba. Non sanno niente di niente e parlano a vanvera, giusto per parlare, giusto per dare aria alla bocca. Leggete, informatevi, conoscete le vittime e i loro carnefici, conoscete la sofferenza, conoscete le lacrime, conoscete la paura, conoscete l'angoscia e dopo (solo dopo) parlate.
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In seguito ai continui attacchi alla 194 e al diritto d’aborto, ho deciso di mettermi in gioco, esponendo la mia sensibilità e riferendomi anche a mie esperienze personali, per parlare io stessa in prima persona di questo argomento. Ho redatto un breve testo, in cui spiego il mio punto di vista e voglio pubblicarlo su questo blog. Eccolo:
Sulla questione “aborto” hanno (stra)parlato in tanti: abbiamo sentito mille frasi fatte sulla tutela della vita, pesanti insinuazioni (fino ad arrivare alla calunnia) sulle donne, è nato (ed è già morto) addirittura un partito contro l’aborto, insomma, di cotte e di crude . Quindi, vorrei provare anch’io a dire la mia su un argomento così delicato, con la consapevolezza di essere solo una ragazza di 19 anni, che però si reputa abbastanza matura per poter proferire parola su un tema che da donna la riguarda molto da vicino.
Mi piacerebbe chiarire fin dal principio chi ha diritto di decidere senza condizionamenti e in totale libertà, cioè la donna. Il motivo è semplicissimo: è la donna che porta dentro di sé un figlio per nove mesi, è sempre lei che sopporta il grande cambiamento psicofisico che la gravidanza comporta, è ancora lei che dovrà poi convivere con suo figlio. Con la parola “convivere” intendo sia l’eventualità in cui la donna decida di tenere il bambino con sé, sia quella di darlo in adozione (nel caso in cui non abbia la possibilità di occuparsi del piccolo): in entrambi i casi la donna è madre, sa di aver messo al mondo un bambino, sa di avere una parte di lei su questa terra e, nel caso dell’adozione, è consapevole di abbandonare suo figlio sperando che una buona famiglia lo possa crescere al posto suo.
Solo una donna può capire cosa significhi essere madri, perché è in lei che si genera la vita: la natura non ha dato questa possibilità agli uomini, che quindi dovrebbero accettare questa loro carenza rispetto al genere femminile, mettendosi da parte (per una volta) e lasciando decidere chi ha davvero i requisiti per farlo. Gli uomini possono consigliare, mostrare la loro disponibilità, far sentire il loro appoggio, ma non hanno per natura la capacità di poter decidere in questo campo.
Io non mi sento di dire che l’aborto sia giusto: possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma sta di fatto che abortire significa interrompere una possibile vita. La realtà è questa e ogni donna lo sa. Ecco perché la decisione di abortire diventa così difficile e traumatica per molte donne. È per questo che io mi ostino a dire che l’aborto deve essere una vera decisione, non un dubbio: una donna deve abortire solo se è veramente decisa a farlo, non perché non sa cosa fare. Altrimenti si rischia l’effetto contrario: quella che doveva essere una scelta libera, diventa una prigione di dolore e pentimento per tutte quelle donne che vorrebbero tanto “poter tornare indietro”. Io reputo l’aborto l’ultima spiaggia, sempre e comunque, e penso che sia immorale sfruttarlo come anticoncezionale.
È doveroso ricordare che ci sono donne che abortiscono perché portano in grembo figli gravemente malati: il loro non è egoismo; semplicemente non se la sentono di crescere bambini con gravi malattie e passare la loro vita a chiedersi chi si occuperà di loro quando anche l’affetto e l’amore della madre verranno a mancare. Ci sono donne che abortiscono perché la loro vita o la loro salute sono in pericolo e magari hanno già altri bambini di cui prendersi cura che non vogliono lasciare; altre donne invece, in quel momento, non si sentono pronte o non desiderano un figlio. Inoltre, non dimentichiamo gli stupri: è tremenda la scoperta di aspettare un bambino dall’uomo che ti ha rovinato la vita, perché distrugge completamente l’anima della donna. Infine, è importante sottolineare i casi in cui si arriva all’aborto perché c’è stata una mancanza nella contraccezione. La vera libertà per le donne non è l’aborto, ma la possibilità di evitarlo. Oggi ci sono davvero tanti metodi ed è opportuno che tutti (uomini compresi) li conoscano e li utilizzino. “Aborto libero per non morire, contraccezione per non abortire”, ecco una frase delle femministe anni ’70 che mi sembra giusto citare, in quanto calza perfettamente con la mia tesi.
“Aborto libero” perché deve essere garantito sempre e comunque in ospedale, in condizioni igieniche adeguate. L’obiezione di coscienza è una grande vergogna, perché significa che un medico antepone le proprie convinzioni personali al benessere psicofisico della sua paziente. Nessun medico (che meriti di essere chiamato così) può letteralmente abbandonare una donna al proprio destino, lasciandola nelle pericolose grinfie degli aborti clandestini, che spesso sono praticati al di fuori degli ospedali dagli stessi “medici obiettori” a prezzi salatissimi. Non so come possa sentirsi un vero medico, sapendo che la sua paziente ha messo a rischio la propria vita, perché lui stesso si è rifiutato di aiutarla.
È inaccettabile che un ospedale pubblico possa assumere personale obiettore (ginecologi , anestesisti o infermieri) perché la salute è un diritto di tutti, poveri e ricchi, e non è giusto che alle donne meno abbienti venga negata la possibilità di abortire al sicuro in un ospedale, perché non hanno abbastanza denaro per pagarsi l’intervento in una clinica privata (purtroppo i dati sugli obiettori sono davvero preoccupanti). Ritengo inoltre vergognoso che ci siano “movimenti per la vita” composti da persone che si recano appositamente nei reparti di ginecologia e ostetricia a cercare di convincere le donne a non abortire, arrivando persino ad insultarle. L’ospedale è un luogo serio, dove non possono essere ammessi teatrini di chi non ha altro di meglio da fare durante la giornata; ma soprattutto va tutelata la privacy delle pazienti, che non devono rendere conto a estranei dei motivi della loro (sofferta) decisione.
Deve essere chiaro, anche a chi è di mentalità più stretta, che una donna non è né un contenitore, né un’incubatrice, ma una persona con un cervello per pensare e decidere. È necessario che le donne non vengano lasciate sole e sono utilissime le associazioni che aiutano le ragazze madri, perché devono essere fornite tutte le informazioni per una maternità consapevole: non si deve lasciare nulla di intentato, prima di ricorrere all’aborto. Ma quando la donna ha davvero deciso, nessuno deve più metterci becco.
Questa è la mia opinione sull’aborto; ovviamente, non pretendo che venga condivisa da tutti, però esigo che chiunque venga qui a commentare inserisca solo ed esclusivamente la propria opinione, lasciando da parte qualsiasi tipo di insulto o immagine di feti. Un conto è esprimere il proprio parere, un altro è insultare una persona bollandola con diversi nomignoli, che non mi va di ripetere qui, perché mi nauseano (inoltre ricordo che sono calunnie punibili dal codice penale). Nessuno ha il diritto di insultare la sensibilità altrui con foto di feti abortiti: a tutte queste persone chiederei, invece, di andarsi a guardare le foto di tutte quelle ragazze o donne, che hanno perso la vita perché non hanno avuto la sacrosanta possibilità di abortire in ospedale.
Lo dico fin da subito: in questo blog esiste la libertà di parola, ma non la libertà di insultare. Quindi, qualsiasi commento con le caratteristiche sopra descritte, verrà immediatamente cancellato.
Grazie a tutti per l'attenzione.
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Categorie del post: italia, dati, aborto, contraccezione, obiezione di coscienza, la mia opinione, legge 194, libertà di scelta
Si chiamava Alicia Aristegui, 37 anni, di Villalba, Navarra, Spagna. Due anni fa passeggiava con un'amica, forse confidandosi con lei dei problemi con il marito, in carcere per reati non gravissimi e più volte denunciato dalla consorte per le violenze e i maltrattamenti subiti da lei e dai suoi due bambini.
Era il 9 aprile, pomeriggio, e fu l'ultima passeggiata per Alicia. Perché Jesus Gil, 38 anni, aveva giurato alla moglie che l'avrebbe uccisa se lei avesse chiesto il divorzio, e Alicia lo aveva richiesto, dopo anni di reiterate e inascoltate richieste di aiuto a polizia e istituzioni contro quell'uomo. Jesus, uscito di prigione il giorno prima, segue la donna, la affronta e con 10 coltellate la uccide, nel pieno centro di Villalba. È nel nome di Alicia, delle 34 ultime vittime fino ad oggi nel 2004, e delle migliaia di altre brutalizzate nel silenzio che un migliaio di intellettuali spagnoli, tutti uomini, ha clamorosamente firmato un manifesto in appoggio alla nuova legge contro la violenza di genere, (così si chiama, e per la prima volta viene nominato il genere e non la più usata dicitura "sessuale") presentata in parlamento dal governo Zapatero, già passata la settimana scorsa alla Camera dei deputati e in lettura al Senato.
Nei primi mesi del 2004, dopo una decina di assassinii tra le mura domestiche, persino Amnesty International aveva presentato un agghiacciante rapporto sulla situazione spagnola, non solo denunciando l'immobilità e il silenzio del precedente governo, ma puntando il dito sullo stato di arretratezza, e omertà sull'argomento nell'intero tessuto sociale. Per questo risultano così dirompenti le parole del testo del manifesto: «Noi firmatari, uomini, diciamo Sì alla legge contro la violenza di genere. Perché non possiamo essere complici rispetto alla realtà di una violenza che, anno dopo anno, uccide decine di donne e obbliga molte altre ad abbandonare il proprio lavoro, la propria casa e la propria città per cercare di sfuggire al loro aggressore; una violenza che provoca ogni anno il suicidio di centinaia di donne e ne maltratta fisicamente e psicologicamente centinaia di migliaia. Perché la violenza esercitata da uomini contro donne richiede misure specifiche, dato che non assomiglia in niente, né in quantità né come caratteristiche, ai casi isolati di violenza di donne contro uomini».
Affermazioni pesantissime e inequivocabili, che segnalano una svolta epocale in Spagna, soprattutto perché il senso delle parole del manifesto non è solo la denuncia di una situazione gravissima in generale: per la prima volta, in modo plateale, alcuni uomini, prima ancora che a partire dal loro ruolo sociale, e proprio in quanto appartenenti al genere maschile, si assumono delle responsabilità come genere sull'argomento più tabù: la violenza contro le donne.
La legge è stata definitivamente approvata il 28 dicembre 2004 e qui sotto ne pubblico lo schema riassuntivo:
• L’uguaglianza tra uomo e donna: la violenza è la manifestazione più eclatante della disuguaglianza esistente.
• La garanzia di continuità delle azioni e dei programmi volti a tutelare la donna vittima di violenza.
• La certezza e la pubblicità dell’assistenza come base per l’emersione dei casi non denunciati.
• La gratuità della giustizia
Obiettivi
• La Legge mira a prevenire e a proteggere le situazioni di violenza.
• Si introducono nell’ordinamento giuridico spagnolo misure di azioni positive con l’obiettivo di sovvertire la situazione di disuguaglianza che, essendo latente nella coscienza collettiva, colpisce direttamente la donna.
• L’obiettivo finale è lo sradicamento del fenomeno. La protezione integrale delle vittime sarà perseguita attraverso misure che incidono sulla prevenzione, sulla sanzione dell’aggressore e sulle misure di assistenza totale per le vittime.
Misure d’appoggio alle vittime
• Si riconosce alla vittima il diritto di riduzione del tempo di lavoro, alla sospensione della relazione professionale con riserva del posto con diritto di sussidio di disoccupazione.
• Si stabilisce un programma di reinserimento lavorativo per le vittime che hanno perso il lavoro e per chi non può seguire il programma, si stabilisce un aiuto economico in funzione dell’età e della responsabilità familiare.
• Si stabiliscono aiuti per la formazione delle donne a sottrarsi alla dipendenza economica dei propri aggressori.
• Priorità d’accesso a case d’accoglienza ufficiali.
• Sussidi addizionali alle imprese che offrono un contratto alle vittime.
• Omologazione dei “servizi d’informazione alla donna” in tutte le città e in tutti i comuni per garantire a tutte le vittime le stesse possibilità.
• Adattamenti delle attuali case di accoglienza che si convertano in centri specializzati di recupero integrale al fine di offrire terapia psicologica, appoggio legale, sociale e educativo.
Sicurezza
• Creazione di unità speciali del Corpo nazionale di Polizia e dei Carabinieri
• I corpi nazionali partecipano con tutte le Amministrazioni.
• Si provvede alla sospensione cautelare della licenza d’armi ai colpevoli o ai sospettati d’atti di violenza contro una donna.
Giustizia
• Creazione di 430 giudici speciali, con competenze civili e penali, dedicati alla lotta contro la violenza di genere, di coppia e domestica.
• Creazione della figura del Procuratore contro la violenza di genere, in funzione del delegato fiscale dello Stato, competente in materie penali e civili pertinenti al discorso di genere.
• Modificazione della legge d’Assistenza Gratuita: le vittime di violenza domestica hanno diritto all’assistenza gratuita.
• La nuova norma ha modificato anche il Codice Penale, stabilendo pene più dure riguardo alla violenza di genere e di coppia, ma soprattutto stabilisce pene di peso differente a seconda che l’aggressore sia un uomo o una donna. All’aggressore di sesso maschile il maggior castigo (questo l’argomento maggiormente polemizzato che ha posto la Legge Integrale come oggetto di verifica d’incostituzionalità da parte del Tribunale Costituzionale spagnolo in quanto discriminatoria nei confronti degli uomini e violante il principio costituzionale secondo cui tutti gli uomini sono uguali dinanzi alla legge).
Educazione
• Creazione di una materia obbligatoria nelle scuole superiori: “Educazione per l’uguaglianza e contro la violenza di genere”.
• Incorporazione in tutti i Consigli d’Istituto, di tutte le scuole, di un membro incaricato di fornire mezzi educativi contro la violenza di genere.
Nuovi organismi
• Creazione di una Delegazione di Governo contro la violenza di Genere, in aggiunta al Difensore del Popolo e un Osservatorio incaricato di valutare le azioni di governo e le nuove misure.
• Creazione dell’Osservatorio nazionale sulla violenza sulla donna, che sarà l’occhio sulla situazione e sull’evoluzione della violenza sulla donna.
Sanità
• Sistemi di diagnosi precoci e sviluppo di programmi di sensibilizzazione e formazione del personale sanitario.
• Si stabiliranno protocolli sanitari per la prevenzione, la diagnosi precoce e l’intervento continuato, collaborando con l’amministrazione della giustizia.
• Creazione di una Commissione, in seno al Consiglio Interterritoriale del Sistema Nazionale di Salute, incaricata di appoggiare tecnicamente, coordinare e valutare le misure sanitarie stabilite dalla legge.
Minori
• Le situazioni di violenza sulle donne colpiscono anche i minori che si trovano nell’ambiente familiare, vittime indirette o mediate di questa violenza. La Legge contempla anche la loro protezione, non solo per la tutela dei diritti dei minori, ma anche per garantire in forma effettiva le misure di protezione adottate rispetto alla donna.
• I minori avranno diritto alle prestazioni dei servizi sociali nel caso si trovino sotto la patria potestà o in custodia della persona aggredita.
Altre misure
• Campagne informative di prevenzione e sensibilizzazione
• La pubblicità che utilizzi il corpo e l’immagine della donna in forma discriminatoria o vessatoria sarà qualificata come illecita e conseguentemente sanzionata.

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