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La lapidazione è un tipo di pena di morte, diffusa fin dall'antichità, nella quale il condannato è ucciso attraverso il lancio di pietre. Spesso tale supplizio avviene con la partecipazione della folla.
La lapidazione è stata usata fin dall'antichità per punire prostitute, adultere, assassini e, nella tradizione islamica, gli apostati e gli omosessuali.
La finalità di tale pratica era sostanzialmente l'espiazione pubblica della colpa del reo ed anche la formalizzazione del diritto alla vendetta; difatti, gli stessi accusatori del condannato partecipavano attivamente al lancio delle pietre.
La lapidazione (in lingua araba Rajm), è ancora oggi presente nella giurisdizione di alcuni stati islamici, come Iran, Nigeria, Arabia Saudita, Sudan, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Afghanistan e Yemen, il cui diritto è strutturato sulla legge coranica.
Nel 2004 alcune esecuzioni previste in Nigeria sono state fermate grazie alla pressione internazionale. Nella lapidazione il condannato è avvolto in un sudario bianco ed è seppellito fino alla vita, se si tratta di un uomo, e fino al petto, se si tratta di una donna.
Nei paesi islamici il condannato viene solitamente sepolto nel terreno fino al collo, o bloccato in altri modi del genere. La morte può essere causata da danni al cervello, da asfissia o da una combinazione di ferite, mentre la persona può essere colpita più volte senza perdere conoscenza, sicché l'agonia diventerebbe in tal caso molto lenta.
In Iran, paese in cui è praticata da lungo tempo, la procedura è studiata in modo che il decesso non avvenga a seguito di un solo colpo: la legge prevede che "le pietre non devono essere così grandi da far morire il condannato al solo lancio di una o due di esse; esse inoltre non devono essere così piccole da non poter essere definite come pietre".
Fonte: Wikipedia
Articoli di approfondimento:
Le donne condannate a morte per lapidazione in Nigeria
PENA DI MORTE: Sette donne condannate alla lapidazione in Iran
Lapidazioni in Iran: la maggior parte delle vittime sono donne
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Molti di voi avranno sentito parlare della bambina di 8 anni che in Yemen ha chiesto il divorzio dal marito, un uomo di 30. L'infanzia di una bambina è stata stroncata così: con violenze e abusi sessuali. Secondo il Centro Studi Donne e Sviluppo dell'università di Sana'a, capitale dello Yemen, il 52,1% delle donne nello stato vengono date in spose da bimbe, senza alcun controllo. Vi propongo quindi un articolo del Corriere della Sera del 14 Aprile, che racconta la storia di questa bambina-coraggio, scritto da Viviana Mazza. (in foto la bambina e il marito)
Tutta sola, avvolta in un’abaya nera, una bambina di 8 anni si è presentata il 2 aprile a un tribunale di Sana’a, la capitale dello Yemen, per chiedere il divorzio dal marito. Nojoud Muhammed Nasser ha denunciato il padre, che due mesi fa l’ha data in moglie a un uomo di 30 anni, e il marito, che l’ha picchiata e costretta ad avere rapporti sessuali.
«Ogni volta che volevo giocare in cortile, mi picchiava e mi faceva andare con lui in camera da letto – ha raccontato –. Era molto duro con me e quando lo imploravo di avere pietà, mi picchiava, mi schiaffeggiava e poi mi usava. Voglio avere una vita rispettabile e divorziare».
È la prima volta che una minorenne chiede il divorzio in Yemen. La legge non la protegge. Moltissime bambine vengono date in spose all’età di Nojoud in Yemen (oltre il 50% secondo uno studio del 2006). La legge fissa l’età minima per il matrimonio a 15 anni, per maschi e femmine, ma non punisce chi la viola, dice l’avvocato della Corte suprema Satha Muhammed Nasser, che ha assunto la difesa della bimba e le ha trovato un posto in un orfanotrofio.
All’uscita del tribunale, col sorriso teso ma lo sguardo deciso, Nojoud ha raccontato la sua storia al giornalista Hamed Thabet, 23 anni, dello Yemen Times. «Mio padre mi ha picchiato e mi ha detto che dovevo sposare quest’uomo. Lui mi ha fatto brutte cose, io non avevo idea di cosa fosse il matrimonio. Correvo da una stanza all’altra per sfuggirgli, ma alla fine mi acchiappava, mi picchiava e poi continuava a fare ciò che voleva. Ho pianto così tanto, ma nessuno mi ascoltava. Ho supplicato mia madre, mio padre, mia zia di aiutarmi a divorziare. Mi hanno risposto: “Non possiamo fare niente. Se vuoi, vai in tribunale da sola”. Ed è quello che ho fatto».
Dice Thabet al telefono da Sana’a: «Era così dolce e così triste. È una donna sposata, che capisce tante cose, e allo stesso tempo una bambina che vuole studiare e giocare». Anche il giudice Muhammad al-Qadhi si è impietosito: pur essendo Nojoud troppo giovane per testimoniare, ha fatto arrestare il padre, Muhammed Nasser, e il marito, Faez Ali Thamer.
L’avvocatessa Nasser sostiene che il matrimonio era illegale. Altri non ne sono certi: «A nessuno frega della legge, quello che conta è il sistema tribale», dice il giornalista Thabet. «Specialmente nelle zone rurali, i genitori danno le figlie in spose all’età di 7, 8 o 9 anni – spiega Amal Basha, direttrice di un gruppo per i diritti delle donne, Sisters Arab Forum for Human Rights –. Pongono la condizione che il marito non abbia contatto sessuale con la moglie finché non è matura. Ma vive con lui e non c’è controllo: è alla mercé del marito e del suo desiderio». Divorziare per Nojoud non sarà facile, aggiunge. «Non è un’adulta, quindi prevale ciò che dice il suo guardiano». Lo zio si è presentato come suo guardiano in aula. Ha detto che il padre di Nojoud ha perso il lavoro di netturbino e soffre di problemi mentali: è stato rilasciato. «La bambina deve anche restituire tutto il denaro che il marito ha dato alla famiglia in dote – dice Basha – oltre ad aver bisogno di una buona ragione per divorziare agli occhi del giudice». Oggi, dice Thabet, lui e l’avvocato cercheranno un accordo con il marito.
«Faremo una colletta. Gli offriremo i soldi della dote, anche il doppio». Ma lo sposo per ora non intende divorziare: «Sì, sono stato in intimità con lei – ha detto –, ma non ho fatto nulla di male. È mia moglie e ne ho il diritto. Nessuno può fermarmi».
Le parole del marito sono incommentabili: si può capire subito come vengono trattate e considerate le donne in Yemen...come puri oggetti che devono sottostare ai desideri del marito senza potersi opporre altrimenti rischiano la morte. Questa bambina ha avuto il coraggio di denunciare e per sua fortuna ha trovato un'avvocatessa che ha preso a cuore la sua storia; ma quella di Nojoud è solo una storia che si è conclusa positivamente in mezzo a milioni di altre storie di bambine vendute a uomini molto più grandi di loro, costrette con la forza ad avere rapporti sessuali e letteralmente schiavizzate.
A proposito della situazione delle donne in Yemen, segnalo il libro Vendute! scritto da Zana Muhsen che all'età di 16 anni è stata venduta insieme alla sorella di 13 ad un uomo yemenita. In questo libro vengono descritti chiaramente tutti i tipi di violenze a cui le donne sono sottoposte: non è un libro facile da leggere, però lo consiglio vivamente a chi avesse il coraggio di informarsi sulla situazione femminile in questo paese.
La storia di Nojoud ci fa capire che le donne non sono più disposte a subire in silenzio e che qualcosa sta iniziando finalmente a muoversi in questi paesi misogini e maschilisti. Le urla disperate delle milioni di donne che nel mondo chiedono aiuto non devono mai più essere coperte dal silenzio, dall'ignoranza e dall'indifferenza.
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Molti di voi avranno sicuramente sentito parlare, ai primi di Dicembre, della nostra connazionale che è stata vittima di stupro alle Maldive, dove si trovava per una vacanza; essendo in un Paese islamico, lo stupro non viene punito dalla legge, perché qualsiasi tipo di violenza sulle donne è legittima.
Nel numero di Chi del 9 Gennaio 2008, ho avuto il piacere di leggere la lettera di questa donna, che, coraggiosamente ha deciso di raccontare la sua drammatica esperienza, per denunciare i soprusi che milioni di donne nel mondo sono costrette a subire da una legge misogina. Ecco il suo racconto:
Voglio raccontare la mia storia per dare un contributo alla lotta contro la violenza: non si può rimanere in silenzio di fronte alle ingiustizie e ai soprusi, anche se accadono in Paesi molto lontani, con un ordinamento legale diverso dal nostro e nei quali la tutela delle donne è meno sentita.
Sono abituata a girare il mondo e da sempre viaggio sola, con un atteggiamento positivo e fiducioso nei confronti della gente: amo viaggiare, amo il mare, amo conoscere mondi e culture diverse. Proprio con questo stato d’animo il 30 novembre sono partita per le Maldive, con l’idea di starci una decina di giorni per effettuare delle immersioni subacquee. Sono partita da Roma sola e ho conosciuto sul posto gli altri partecipanti al viaggio, tutti appassionati di fondali come me. La vacanza è iniziata con un primo pernottamento in albergo, poi ci siamo imbarcati e siamo partiti per la crociera vera e propria. Sapevo di essere in un paese musulmano e in una settimana non mi sono mai fatta vedere in costume, anche perché le tante immersioni che scandivano le giornate ci obbligavano a indossare praticamente sempre la muta. Non credo dunque che mi si possa accusare di aver avuto un atteggiamento “provocante”.
La sera del 7 dicembre, ultimo giorno di vacanza, c’è stata una piccola festa a bordo: la notte, mentre dormivo tranquillamente nella mia cabina, sono stata aggredita e, nonostante abbia lottato come una furia, stuprata. Il mio aggressore mi teneva un cuscino sulla bocca e quando finalmente sono riuscita a liberarmi non l’ho riconosciuto perché era buio pesto. Sono corsa a chiedere aiuto agli altri turisti e ai membri dell’equipaggio, raccontando l’accaduto. “È proprio certa che non sia stato solo un brutto sogno?”, mi ha chiesto il capitano, e dopo essersi scusato a nome dell’equipaggio mi ha invitata comunque a non chiamare la polizia. Mi sono sentita violentata una seconda volta. Proprio non riuscivo a fare finta di niente. Mi sono messa in contatto con il console italiano che mi ha consigliato di sporgere denuncia. Con l’aiuto di un carabiniere italiano presente sull’imbarcazione mi sono recata dalla polizia a Malè. Hanno raccolto la mia versione dei fatti, aggiungendo che comunque era tutto inutile, dato che alle Maldive la legge non punisce la violenza sessuale. Anzi, nell’impianto legislativo non esiste nemmeno una specifica definizione di stupro. Mi è stato detto che la condanna per violenza sessuale può scaturire solo nel caso in cui l’aggressore ammetta la propria responsabilità (1), oppure quando venga fornita la testimonianza di due uomini o di quattro donne (2) che abbiano assistito al sopruso. Ho letto che il fatto che la legge maldiviana non fornisca alcuna tutela alle vittime di violenza sessuale naturalmente scoraggia la volontà di denunciare gli stupratori. Le donne che decidono di farlo si ritrovano con nome e cognome su internet e sui giornali. Non viene fornita loro alcuna garanzia di anonimato. Scoraggiata da queste incredibili scoperte, ho avuto la tentazione di mollare. Ma non l’ho fatto. Non ho voluto arrendermi, il dolore è troppo profondo, la rabbia troppo forte. Quando sono rientrata in Italia, mi sono rivolta alla Fondazione Doppia Difesa: voglio che tutti sappiano cosa mi è successo. Voglio giustizia per me e per le tante donne, vittime innocenti non soltanto degli stupratori ma, quel che è peggio, di uno Stato che non riconosce loro diritti fondamentali. Per questa ragione, per la prima volta rivelo il mio vero nome.
Elisabetta
Commenti:
1. "nel caso in cui l’aggressore ammetta la propria responsabilità": e quando mai?? Questa è davvero una presa in giro!
2. "la testimonianza di due uomini o di quattro donne": la testimonianza di un uomo in tribunale vale quella di due donne.
Credo che questo racconto valga più di mille dati raccolti da statistiche; è davvero utile per far aprire gli occhi su un problema grande e devastante: la violenza sulle donne, che colpisce una donna su tre nel mondo e che, nella maggior parte dei casi, non viene punita, perché legittimata da credenze misogine, nascoste sotto il nome di "culture": culture che calpestano i principali diritti umani.
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Ciao a tutti! Questo post voglio dedicarlo a me stessa, o meglio, a un articolo che ho scritto io personalmente e che ci tenevo a pubblicare. Non anticipo niente. BUONA LETTURA!
CULTURA O TORTURA?
La condizione delle donne nell’Islam è davvero una questione di cultura?
La condizione della donna nell’Islam è variegata: in stati come il Marocco e l’Algeria le donne stanno acquisendo sempre più diritti, anche se sono ancora lontane dall’ottenere la parità con l’altro sesso, mentre in stati come il Kuwait e l’Arabia Saudita le donne sono estremamente discriminate. Vorrei analizzare da vicino le situazioni più tragiche, di cui troppo spesso non si parla e che quindi restano coperte da un velo di silenzio che ogni giorno causa la morte di migliaia di donne.
Spesso mi chiedo come sia possibile che in certe culture musulmane, le donne non vengano considerate in nessun modo, così ho posto questa domanda a qualcuno e la risposta più frequente è stata questa: è la loro cultura. A quel punto mi sono domandata: ma si tratta di cultura o di tortura? Perché le donne non vivono in quei paesi: la loro non è vita; vengono torturate ogni giorno, con ogni tipo di violenza. La crudeltà nei loro confronti è una vera e propria persecuzione, che si conclude con la morte di moltissime donne islamiche per i motivi più futili: ad esempio, se si ha solo il sospetto (senza prove concrete) che una donna tradisca il marito, egli è tenuto ad ucciderla e nessun giudice gli infliggerà una pena; oppure, nel caso in cui quest’uomo venga arrestato, il delitto d’onore ha delle attenuanti, per cui l’assassino resterebbe in carcere pochi mesi. Questo è scritto nella legge. Purtroppo però, non c’è nessuna legge che protegga queste donne. Si tutelano gli uomini assassini, ma non le donne vittime di violenze e abusi. Insomma, che cultura è questa? Quale cultura può annientare i diritti di un individuo? Quale cultura può arrivare a togliere la libertà? Io mi sono risposta da sola: nessuna.
Credo invece che questi uomini sappiano benissimo che una donna è completamente uguale a un uomo, perché frequentano la scuola, studiano anche all’estero e viaggiano; alcuni diventano persino medici. E chi meglio di un medico può sapere che l’uomo e la donna sono da mettere sullo stesso livello? La barbara usanza che questi uomini hanno di maltrattare le donne, è solo un pretesto per tenerle loro schiave, per non farle vivere. Di certo, qualcuno potrebbe pensare che queste donne non si ribellano e che quindi sia anche colpa loro se sono in questa condizione. È facile parlare così se non ci si trova nella situazione. Queste donne hanno paura, ed è comprensibile. Vengono così violentemente picchiate, che alcune muoiono senza riuscire nemmeno a difendersi. Altre ci provano, ma finiscono o bruciate, o lapidate, o accoltellate, perché anche chiedere aiuto a un poliziotto non servirebbe: non possono parlare con uno sconosciuto, pena la morte. E chi si aspetterebbe che un poliziotto le possa aiutare? Non ci sono poliziotte donne, ma solo uomini con la stessa identica convinzione: le donne non hanno alcun valore!
Un altro punto davvero importante è l’istruzione delle donne: non ne hanno il diritto. Quindi già fin da piccole vengono mandate a lavorare nei campi e la sera picchiate come ringraziamento per il lavoro svolto. Inoltre, i genitori, soprattutto il padre, le convincono che il loro futuro è quello di sposarsi, avere molti figli maschi e ubbidire al marito. C’è da aggiungere che le donne, una volta sposate, devono restare per sempre con il proprio marito, anche se è violento, anche se le picchia, perché non si possono lamentare o ritornare dai genitori: sarebbe un disonore per la famiglia della sposa. E quando l’ultimo uomo della famiglia muore? A quel punto è finita per le donne, perché non possono uscire se non sono accompagnate da un uomo di famiglia: il loro destino è morire di stenti nella loro casa. E se una donna si ammala, oppure se si presenta un parto difficile? È impossibile chiamare un medico: una donna non può essere visitata da un uomo che non sia della famiglia, e visto che i medici sono tutti uomini, le donne che stanno male sono destinate a morire e così pure i loro bambini. Tra le numerose testimonianze che ho letto, ricordo quella di un caso di parto difficile: il bambino era podalico (significa che non c’era la testa che premeva sulla cervice, ma i piedi), l’intervento di un medico avrebbe potuto sistemare il bambino nella giusta posizione e salvargli la vita, ma poiché il medico è un uomo e non può vedere così intimamente una donna, il bambino è morto all’interno della madre per mancanza di ossigeno.
Nel Corano non sta scritto da nessuna parte che le donne devono essere picchiate, violentate, uccise perché ad esempio aspettano un bambino e non sono sposate. Anzi, il Corano vieta espressamente l’uso della violenza. La pena capitale per le donne è pura invenzione ed è anche una vergogna. Tutti questi uomini violenti e incivili non pagheranno mai per il male che da secoli continuano a fare a queste donne, non pagheranno mai per le violenze, gli abusi, le botte, le uccisioni. Non sconteranno mai una pena per le loro colpe. MAI. Continueranno a viaggiare, a studiare, ad arricchirsi, facendo morire di fame e di violenza tutte le donne della famiglia. Questa è cultura? Prima avevo qualche dubbio, ora ne sono convinta: NO!
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Andando all'università a Milano, mi capita spesso di prendere i giornali che vengono distribuiti appena fuori dalla metro: il giorno 10 Ottobre ho trovato su EPolis Milano degli articoli molto interessanti a proposito della "questione velo", imposto alle donne musulmane dalla loro religione (anche se molte volte ad imporlo sono i mariti di queste ultime).
Uno di questi articoli si riferisce alla città di Treviso, dove il prefetto ha deciso di dire sì al burqa (a meno che non copra totalmente il viso), un altro è a proposito della Francia e dell'Olanda che sono diventate sempre meno tolleranti verso questo tipo di usanza e l'ultimo (quello che ho intenzione di pubblicare qui) esprime lo sdegno delle musulmane residenti in Italia che sostengono giustamente la tesi che il nostro Paese aiuti gli integralisti. Quella che leggerete è l'opinione di Souad Sbai, presidente dell'Associazione donne marocchine.
La rabbia delle musulmane: "L'Italia aiuta gli integralisti"
L'allarme: "Più che una libera scelta è una violenza alle mogli imposta dai mariti"
Una mortificazione dell'identità, un'imposizione misogina intrisa di integralismo che castra la femminilità e uccide la dignità. Una gabbia di stoffa blu che annulla le donne, le isola dal mondo esterno, le condanna a un universo a senso unico costruito su misura per loro con la sopraffazione e la violenza.
Un pianeta a parte dove il silenzio è legge e l'oscurantismo domina sovrano. Un mondo in cui le donne musulmane che vivono in Italia non vogliono tornare. E' un grido disperato quello di Souad Sbai, presidente dell'Associazione donne marocchine in Italia e membro della Consulta per l'Islam italiano, che non vuole accettare la decisione del prefetto di Treviso. Si sente umiliata e offesa Sbai, lei che aveva scelto di vivere in Italia per i suoi "diritti e libertà" e ora dichiara di accorgersi che il Paese "aiuta gli integralisti". "Da un anno e mezzo a questa parte l'Italia sta diventando fondamentalista e ora è il momento di dire basta: tutte le donne dovrebbero alzarsi e dire basta". Grida allo scandalo Sbai: "C'è una legge del 1975 e quella vale per tutti", e poi aggiunge che la decisione "è più che pericolosa, perché se diventa effettiva moltissime donne saranno costrette ad indossare il burqa". Quel velo integrale più che una scelta è molto spesso imposto dai mariti, ha ricordato Sbai, chiedendo, rivolta al prefetto di Treviso: "Ha mai chiesto alle donne quanta violenza c'è dietro il burqa che indossano?". Che poi ha lanciato un invito ai politici. "Se vogliono fare accordi con il fondamentalismo li facciano fuori dall'Italia e non toccando le nostre teste", ha accusato Sbai, sottolineando che è proprio "attraverso le donne che si riescono a far passare cose che non appartengono alla religione". La presidente delle donne marocchine si è appellata quindi al ministro per le pari opportunità Barbara Pollastrini perché intervenga sulla questione. "Le donne devono cominciare a dire no", ha concluso la presidente dell'Associazione donne marocchine in Italia, annunciando che anche per questo le donne musulmane, ma anche iraniane e italiane, scenderanno in piazza il 24 Ottobre, davanti al Parlamento, per dire basta al fondamentalismo.
L'articolo così si conclude, ma non si conclude affatto la disputa. A parer mio è una vergogna che il nostro Paese accetti simili usanze maschiliste che privano le donne della propria dignità e della proprio persona. Io mi chiedo dove andremo a finire di questo passo. Finiremo per giustificare le violenze, giustificare gli omicidi, giustifcare gli stupri...dove finiremo? Se qualcosa non cambia non potremo che finire male; la libertà per noi donne sarà solo un sogno qui in Italia tra qualche anno? E' inevitabile porsi queste domande. Se volete esprimere il vostro parere lasciate commenti.
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Il post seguente è la TESTIMONIANZA AUTENTICA di una donna sfuggita alla morte, che ha trovato il coraggio di scrivere un libro per raccontare la sua triste storia (la bibliografia del libro è in fondo). Non voglio anticpare nulla perché credo che le sue parole bastino a descrivere l'indescrivibile.
BUONA LETTURA!
BRUCIATA VIVA
”al mio paese nascere donna è una maledizione”
Suad, giovane cisgiordana, sta facendo il bucato nel cortile di casa quando sente sbattere una porta alle sue spalle. È il cognato, che le rivolge una frase scherzosa. Suad si volta per replicare ma all’improvviso il suo corpo è intriso di liquido freddo che in meno di un secondo diventa fuoco. Bruciare viva, è questa la punizione inflittale dalla famiglia per avere commesso il peggiore dei peccati, essere rimasta incinta prima del matrimonio: il padre di suo figlio, che le aveva promesso di sposarla, è in realtà fuggito. Nel piccolo villaggio dove Suad è nata le donne non possono andare a scuola, non possono vestirsi come vogliono, non possono uscire senza essere accompagnate. E non possono innamorarsi. Il loro destino è occuparsi delle incombenze più umili, al servizio di padri e mariti che quotidianamente le picchiano. Nonostante le ustioni di terzo grado che la ricoprono, Suad riesce a salvarsi. Con l’aiuto di un’organizzazione umanitaria, fugge in Europa. Da qui, con indosso una maschera che protegge e nasconde il suo viso deturpato dal fuoco, racconta al mondo la sua storia, sfidando la legge degli uomini e la loro sete di vendetta. Vive in Europa in una località segreta, per ragioni di sicurezza. È sposata e ha tre figli, tra cui Maruan, “il figlio della colpa”. Suad è uno pseudonimo.
ESTRATTI DAL LIBRO DI SUAD “BRUCIATA VIVA”
Laggiù una donna non ha vita. Molte ragazze vengono picchiate, maltrattate, strangolate, bruciate, uccise. E per noi è tutto all’ordine del giorno. Mia madre ha cercato di avvelenarmi per finire il lavoro di mio cognato, e per lei era normale, faceva parte del suo mondo. È così che cresciamo noi donne. Ti riempiono di botte, è normale. Ti danno fuoco, è normale; ti strangolano, è normale. La mucca e le pecore, diceva mio padre, valgono più delle donne. Se non si vuol morire, bisogna tacere, obbedire, strisciare, sposarsi vergini e fare dei figli maschi. Se fossi rimasta al mio paese, è questa la vita che avrei avuto. Le mie figlie sarebbero diventate come me e le mie nipoti pure. Se fossi vissuta là, sarei stata come mia madre, che ha soffocato le sue bambine appena nate. Forse anch’io l’avrei fatto. Forse anch’io avrei fatto bruciare mia figlia. Adesso mi sembra mostruoso, ma se fossi rimasta al mio paese, no! Quando ero all’ospedale, laggiù, e stavo per morire, pensavo anche che tutto quello che mi stava succedendo fosse normale. Ma quando sono venuta in Europa ho capito che ci sono dei paesi dove non bruciano le donne e dove si è felici quando nasce una bambina. Per me il mondo si fermava entro i confini del mio villaggio. Era bello il mio villaggio, arrivava fino al mercato. Oltre il mercato, niente era più normale. Le ragazze si truccavano, portavano vestiti corti e scollati. Loro non erano normali, la mia famiglia sì. Noi eravamo puri, come la lana delle pecore, e gli altri, al di là del mercato, erano impuri.
Le ragazze non avevano il diritto di andare a scuola. Perché? Perché non dovevano conoscere il mondo. Per noi contavano solo i genitori. Bisognava fare quello che dicevano. Le nozioni, le regole, l’educazione venivano solo da loro. Ecco perché non andavamo a scuola. Per non farci prendere la corriera, per non farci vestire in un altro modo, perché non va bene che una ragazza sappia leggere e scrivere. Mio fratello era l’unico figlio maschio, era vestito come ci si veste qui, come in città, usciva quando voleva. Perché? Perché aveva un pisello tra le gambe. È stato fortunato, ha avuto due figli maschi, ma a conti fatti le più fortunate sono state le sue figlie femmine, quelle che non sono nate! La fondazione Surgir, con l’aiuto di Jacqueline, cerca di salvare queste ragazze. Ma non è facile. Noi siamo là, con le braccia legate. Io vi sto parlando e voi mi ascoltate, ma laggiù loro soffrono! Per questo voglio sostenere Surgir e portare la mia testimonianza sui delitti d’onore, perché continuano tuttora.
Ho conosciuto delle ragazze arrivate da lontano, come me, anni fa. Le tengono nascoste. Una non ha più le gambe, è stata aggredita da due vicini di casa che l’hanno incatenata alle rotaie perché fosse investita da un treno. Un’altra è stata massacrata a coltellate da suo padre e suo fratello e gettata nella spazzatura. Un’altra ancora è rimasta paralizzata perché sua madre e due fratelli l’avevano gettata dalla finestra. Poi ci sono quelle di cui non si parla, perché sono state trovate troppo tardi, morte. Quelle fuggite e rintracciate all’estero, morte. Quelle che sono scappate in tempo e si nascondono, con o senza figli, vergini o madri. Non ho conosciuto nessuna donna che fosse stata bruciata come me, non sono sopravvissute. Io mi nascondo sempre, non posso dire il mio nome, mostrare il mio viso. Posso solo parlare, è l’unica arma che mi resta.
Bibliografia
Autore: Suad
Titolo: Bruciata viva
Titolo Originale: Brulée vive
Editore: EDIZIONI PIEMME Spa
Luogo: Casale Monferrato (AL)
Anno: 2004
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