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Molti di voi avranno sentito parlare della bambina di 8 anni che in Yemen ha chiesto il divorzio dal marito, un uomo di 30. L'infanzia di una bambina è stata stroncata così: con violenze e abusi sessuali. Secondo il Centro Studi Donne e Sviluppo dell'università di Sana'a, capitale dello Yemen, il 52,1% delle donne nello stato vengono date in spose da bimbe, senza alcun controllo. Vi propongo quindi un articolo del Corriere della Sera del 14 Aprile, che racconta la storia di questa bambina-coraggio, scritto da Viviana Mazza. (in foto la bambina e il marito)
Tutta sola, avvolta in un’abaya nera, una bambina di 8 anni si è presentata il 2 aprile a un tribunale di Sana’a, la capitale dello Yemen, per chiedere il divorzio dal marito. Nojoud Muhammed Nasser ha denunciato il padre, che due mesi fa l’ha data in moglie a un uomo di 30 anni, e il marito, che l’ha picchiata e costretta ad avere rapporti sessuali.
«Ogni volta che volevo giocare in cortile, mi picchiava e mi faceva andare con lui in camera da letto – ha raccontato –. Era molto duro con me e quando lo imploravo di avere pietà, mi picchiava, mi schiaffeggiava e poi mi usava. Voglio avere una vita rispettabile e divorziare».
È la prima volta che una minorenne chiede il divorzio in Yemen. La legge non la protegge. Moltissime bambine vengono date in spose all’età di Nojoud in Yemen (oltre il 50% secondo uno studio del 2006). La legge fissa l’età minima per il matrimonio a 15 anni, per maschi e femmine, ma non punisce chi la viola, dice l’avvocato della Corte suprema Satha Muhammed Nasser, che ha assunto la difesa della bimba e le ha trovato un posto in un orfanotrofio.
All’uscita del tribunale, col sorriso teso ma lo sguardo deciso, Nojoud ha raccontato la sua storia al giornalista Hamed Thabet, 23 anni, dello Yemen Times. «Mio padre mi ha picchiato e mi ha detto che dovevo sposare quest’uomo. Lui mi ha fatto brutte cose, io non avevo idea di cosa fosse il matrimonio. Correvo da una stanza all’altra per sfuggirgli, ma alla fine mi acchiappava, mi picchiava e poi continuava a fare ciò che voleva. Ho pianto così tanto, ma nessuno mi ascoltava. Ho supplicato mia madre, mio padre, mia zia di aiutarmi a divorziare. Mi hanno risposto: “Non possiamo fare niente. Se vuoi, vai in tribunale da sola”. Ed è quello che ho fatto».
Dice Thabet al telefono da Sana’a: «Era così dolce e così triste. È una donna sposata, che capisce tante cose, e allo stesso tempo una bambina che vuole studiare e giocare». Anche il giudice Muhammad al-Qadhi si è impietosito: pur essendo Nojoud troppo giovane per testimoniare, ha fatto arrestare il padre, Muhammed Nasser, e il marito, Faez Ali Thamer.
L’avvocatessa Nasser sostiene che il matrimonio era illegale. Altri non ne sono certi: «A nessuno frega della legge, quello che conta è il sistema tribale», dice il giornalista Thabet. «Specialmente nelle zone rurali, i genitori danno le figlie in spose all’età di 7, 8 o 9 anni – spiega Amal Basha, direttrice di un gruppo per i diritti delle donne, Sisters Arab Forum for Human Rights –. Pongono la condizione che il marito non abbia contatto sessuale con la moglie finché non è matura. Ma vive con lui e non c’è controllo: è alla mercé del marito e del suo desiderio». Divorziare per Nojoud non sarà facile, aggiunge. «Non è un’adulta, quindi prevale ciò che dice il suo guardiano». Lo zio si è presentato come suo guardiano in aula. Ha detto che il padre di Nojoud ha perso il lavoro di netturbino e soffre di problemi mentali: è stato rilasciato. «La bambina deve anche restituire tutto il denaro che il marito ha dato alla famiglia in dote – dice Basha – oltre ad aver bisogno di una buona ragione per divorziare agli occhi del giudice». Oggi, dice Thabet, lui e l’avvocato cercheranno un accordo con il marito.
«Faremo una colletta. Gli offriremo i soldi della dote, anche il doppio». Ma lo sposo per ora non intende divorziare: «Sì, sono stato in intimità con lei – ha detto –, ma non ho fatto nulla di male. È mia moglie e ne ho il diritto. Nessuno può fermarmi».
Le parole del marito sono incommentabili: si può capire subito come vengono trattate e considerate le donne in Yemen...come puri oggetti che devono sottostare ai desideri del marito senza potersi opporre altrimenti rischiano la morte. Questa bambina ha avuto il coraggio di denunciare e per sua fortuna ha trovato un'avvocatessa che ha preso a cuore la sua storia; ma quella di Nojoud è solo una storia che si è conclusa positivamente in mezzo a milioni di altre storie di bambine vendute a uomini molto più grandi di loro, costrette con la forza ad avere rapporti sessuali e letteralmente schiavizzate.
A proposito della situazione delle donne in Yemen, segnalo il libro Vendute! scritto da Zana Muhsen che all'età di 16 anni è stata venduta insieme alla sorella di 13 ad un uomo yemenita. In questo libro vengono descritti chiaramente tutti i tipi di violenze a cui le donne sono sottoposte: non è un libro facile da leggere, però lo consiglio vivamente a chi avesse il coraggio di informarsi sulla situazione femminile in questo paese.
La storia di Nojoud ci fa capire che le donne non sono più disposte a subire in silenzio e che qualcosa sta iniziando finalmente a muoversi in questi paesi misogini e maschilisti. Le urla disperate delle milioni di donne che nel mondo chiedono aiuto non devono mai più essere coperte dal silenzio, dall'ignoranza e dall'indifferenza.
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Siamo giunti alla fine di questo “inventario della morte”, come è stato definito il libro L’Inferno di Ciudad Juàrez, di cui trovate la bibliografia nella prima parte (cliccando QUI potete leggere la seconda parte e QUI la terza). In questo post finale è giusto sottolineare la lotta delle donne a Ciudad Juàrez, che sono stanche dei continui omicidi e vogliono giustizia: i famigliari delle vittime si sentono presi in giro dalle autorità, che, invece di cercare e punire gli assassini, li coprono. Per questo l’8 marzo 1999 è stata organizzata una manifestazione nella città, per dire basta alle atrocità contro le donne.
Ni una màs (nessuna più):
La vita contro la morte. L’8 marzo 1999 le donne hanno occupato le strade di Ciudad Juàrez. Una grande folla ha dato vita a un’importante marcia cui hanno partecipato madri e orfani delle vittime, convocata dalle varie organizzazioni non governative che nel corso degli anni hanno levato la voce contro l’impunità, che s’impegnano a tenere aggiornato il doloroso elenco dei crimini e hanno intrapreso varie iniziative per favorire la prevenzione e la coesione del fronte eterogeneo dei parenti delle donne uccise.
“Oggi è toccato a delle sconosciute, domani potrebbe capitare a una donna della tua famiglia”, “La vita comincia là dove tutti e tutte siamo uguali”…dicevano alcuni cartelli, sui quali comparivano anche le foto delle figlie scomparse o assassinate.
Esteban, un bambino di appena quattro anni, inalberava un cartello con una domanda dipinta in grande lettere rosse: “Dov’è la mia mamma?”
Guillermina Gonzàlez, una ragazza snella di carnagione scura, come molte delle vittime, ha chiuso la manifestazione dell’8 marzo a Ciudad Juàrez ricordando la sorella Sagrario, il cui cadavere è stato ritrovato il 30 aprile 1998. Alle sue spalle, il padre e la sorella non riuscivano a trattenere le lacrime, le stesse lacrime di Irma Gonzàlez e delle altre madri che hanno perso le figlie.
“Le donne non meritano una morte del genere”, ha detto Guillermina Gonzàlez con la voce spezzata dai singhiozzi. “Nessuno ha il diritto di strapparci la vita. Chiedo a tutti gli abitanti di Ciudad Juàrez di unirsi perché queste cose non succedano mai più.”
L’ira e il dolore hanno fatto tremare la Plaza de Armas. La folla scandiva lo slogan: “Ni una màs, ni una màs, ni una màs…”
Questi tipi spaventerebbero anche Dio:
Altre vittime, ancora. Il prezzo dell’impunità. I casi di donne scomparse si moltiplicano, vengono alla luce altri cadaveri. Sembra evidente che non possono essere tutti opera dello stesso assassino, come sembra evidente che a Ciudad Juàrez potrebbero aver agito perlomeno quattro diversi omicidi che seguivano schemi di comportamento diversi. Uno di loro sceglie ragazze more, con i capelli lunghi, cui amputa il seno destro e strappa il capezzolo sinistro a morsi. E poi le strangola. Un altro è l’assassino di ragazzine adolescenti i cui cadaveri vengono scoperti pochi giorni dopo il sequestro. Un altro è l’uomo che, per quanto se ne sa, nel giro di pochi mesi ha strangolato due donne con tatuaggi e capsule d’argento sui denti, prostitute con cui si era appartato per bere. Un altro avrebbe strangolato le donne ritrovate nude sotto i letti delle camere di qualche motel.
(…) “Il Male”: si confonde con la corruzione, l’inettitudine, le indagini impestate di inesattezze, omissioni, irregolarità. Assassini che sembrano gli assassini, prove che sembrano prove, latitanza delle autorità politiche, una giustizia inesistente, che aspetta acquattata il prossimo assassinio per deliziarsi nella sua crudeltà, nell’orrore delle vittime di Juàrez. Nessuno sa quante siano. È un incubo da cui non potranno mai più risvegliarsi.
Per finire:
DAL 1993 AD OGGI A CIUDAD JUAREZ, PIÙ DI 400 DONNE SONO STATE STUPRATE, TORTURATE E BARBARAMENTE UCCISE, ALTRE 500 SONO SCOMPARSE. QUESTI SONO I DATI UFFICIALI: CIÒ SIGNIFICA CHE LA REALTÀ È BEN PIÙ MACABRA. LE VITTIME HANNO PER LA MAGGIOR PARTE UN'ETÀ COMPRESA TRA GLI 11 E I 25 ANNI: BAMBINE, RAGAZZE, STUDENTESSE, LAVORATRICI, MADRI...DI LORO RESTA SOLO IL RICORDO.
NON RESTIAMO INDIFFERENTI!
Questo è davvero il finale (almeno sul mio blog) delle macabre vicende di Ciudad Juàrez, ma tutto questo continua in Messico: donne giovani, anche bambine, subiscono torture e stupri, prima di essere barbaramente uccise. La loro vita viene stroncata, tutti i loro sogni e le loro aspettative: essere donne e vivere a Juàrez è una condanna a morte. Ci tenevo molto a pubblicare questi post, ci tengo perché so che purtroppo di questi omicidi poco si parla e poco si conosce: spero che dalla crudezza dei testi che ho proposto sia nata la consapevolezza delle ingiustizie che queste donne sono state costrette a subire.
Ringrazio chi mi ha seguita fino a quest’ultimo post, ringrazio chi nonostante gli orrori è riuscito a leggere tutto, anche se è crudo, anche se fa male: queste donne l’hanno subito sulla propria pelle. Consiglio a tutti la lettura del libro: al suo interno ci sono molte altre storie tragiche, che io non ho pubblicato, le interviste ai parenti delle vittime e dei principali sospettati, che negano il loro coinvolgimento, sostenendo che il governo protegga i veri colpevoli. Uno di loro pronuncia queste parole: “Nessuno dice la verità, perché la verità è brutta…” La verità, quale sarà? L’unica cosa vera e certa è la morte ingiusta e abominevole di centinaia di donne, che ancora oggi chiedono giustizia per le loro giovani vite spezzate.
Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598.
Grazie di cuore a tutti.
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Siamo giunti al terzo post su Ciudad Juàrez; in questa parte ho deciso di pubblicare il racconto dello stupro-omicidio di una donna da parte di uno degli uomini arrestati: la mia fonte è sempre il libro L’Inferno di Ciudad Juàrez, di cui trovate la bibliografia nella prima parte. Mi scuso in precedenza, perché questo passo è molto crudo, così come gli altri, ma penso che nelle donne in particolare solleverà grande disgusto. Mentre lo leggevo mi si è chiuso lo stomaco, lo giuro, però pubblicare è importante, il silenzio non dà giustizia alle vittime. Nel testo leggerete dei nomi particolari: sono i soprannomi degli uomini coinvolti. Grazie a chi ha deciso di seguirmi ancora e ha il coraggio di leggere anche questo post (cliccando QUI potrete leggere la seconda parte). Anche in questo caso il testo sarà privo di colore.
L'orrore continua:
La stampa ha avuto accesso a un frammento della dichiarazione resa davanti al pubblico ministero da José Gaspar Cevallos Chàvez, il Gaspy, conducente di autobus sulla statale 7, chiamata “Il Mirador” (la Panoramica) di Ciudad Juàrez.
«Doveva essere all’inizio di ottobre dell’anno scorso, non mi ricordo di preciso il giorno, sarà stato mezzogiorno, o l’una, sono venuti a casa mia degli autisti, colleghi di lavoro, che conosco, come il Tolteca, il Kiani e il Samber. Sono arrivati con una Nova vecchio modello, sarà stata del ’69, a due portiere. Mi ricordo che non aveva i vetri scuri e che la carrozzeria era scrostata, un po’ arrugginita. Mi hanno invitato a salire sull’auto per farci un giretto e spassarcela un po’; sono salito e siamo andati a fare un giro in avenida Los Aztecas e di lì a casa del Tolteca. Non so l’indirizzo, ma è un edificio di mattoni dove ci siamo scolati delle birre e abbiamo sniffato della coca.
Siamo rimasti a casa del Tolteca fin verso le due e mezza del pomeriggio, poi siamo andati sull’avenida Los Aztecas finché siamo arrivati a un negozio di alimentari dove abbiamo comprato altre birre. Siamo andati in giro per Juàrez facendo baldoria tutta la notte. Quando era già spuntato il sole verso le sei di mattina, ci siamo diretti sulla Ponciano Arriaga y Aztecas, lì il Tolteca si è fermato e senza spegnere il motore ha parcheggiato l’auto. Ha detto di aver visto una donna che gli piaceva, e voleva scendere per farsela.
Mentre eravamo a quell’incrocio, ho visto la donna ferma in piedi, me la ricordo alta, con i capelli lunghi fin sulle spalle, un fisico sottile, poteva avere dai ventuno ai venitré anni, indossava una camicetta nera e aveva i seni un po’ grossi; siccome a me non piaceva, non le ho fatto molto caso.
…Quando il Tolteca è sceso dall’auto, il Samber è passato alla guida e poi il Tolteca si è messo a parlare con la ragazza. Le ha chiesto se voleva fare un raid. Lei gli ha detto di no, di andarsene, e gli ha urlato: vattene via, porco. A quel punto il Tolteca ha afferrato la ragazza, l’ha costretta a salire sull’auto e l’ha ficcata sul sedile dietro, il Samber è rimasto alla guida e il Tolteca è salito di fianco a lui. Io e il Kiani eravamo sul sedile dietro.
Il Tolteca ha detto al Samber di prendere per la discarica, verso le montagne. Una volta arrivati lì, ci ha detto: “Toglietevi dai coglioni, il primo sono io”, così siamo scesi tutti. Il Tolteca ha cominciato a palpare la ragazza, e quando ha visto che non ci stava ha cominciato a darle dei cazzotti in faccia e a dirle: stai buonina, stronza, sta ferma. Poi ha cominciato a spogliarla, tutto questo succedeva dentro l’auto. A un certo punto il Tolteca ha cominciato a baciarla dappertutto, si è sbottonato i pantaloni e se li è abbassati insieme alle mutande per violentarla. La ragazza gridava: “Aiuto, lasciatemi stare”.
Quando ha finito, il Tolteca ha urlato: “Sotto a chi tocca, stronzi”. Allora il Samber si è gettato sulla ragazza, anche lui si è tolto i pantaloni, le mutande, e l’ha violentata. Il Samber è molto pesante, e così la ragazza non riusciva più a muoversi e ha smesso di gridare. Muoveva appena la testa e le uscivano le lacrime.
Una volta finito di violentarla, il Samber ha urlato: “Sotto a chi tocca”, e così si è fatto avanti il Kiani, anche lui si è abbassato i pantaloni e le mutande per violentarla e quando ha finito mi ha gridato: “Adesso manchi solo tu”.
Quando le sono andato vicino era quasi svenuta per le botte del Tolteca e si muoveva appena. Mi sono abbassato i calzoni e le mutande e l’ho violentata, ma quando ho finito il Tolteca si è messo a strattonarla per farla scendere dall’auto. Le urlava: “Vieni giù, stronza” e ha cominciato a darle altri cazzotti in faccia. Siccome era svenuta, l’ha gettata per terra, a cinque metri dall’auto.
Dopo che il Tolteca l’ha tirata giù, io e il Kiani siamo saliti sull’auto, sul sedile posteriore, mentre il Samber metteva in moto. Mi sono girato e ho visto che il Tolteca colpiva la ragazza sulla faccia con una grossa pietra, e perdeva sangue. Siccome era rimasta a faccia in giù ed era nuda, dopo che l’ha colpita con la pietra, il Tolteca ha preso un tubo, glielo ha infilato nell’ano e l’ha lasciato lì.
Io allora mi sono disteso sul sedile, e dato che mi ero portato un berretto nero, me lo sono sistemato per addormentarmi, perché mi aveva preso un po’ di sonnolenza, ma in quel momento ho visto che dalla discarica più in alto arrivava una Montecarlo o una Oldsmobile, non ricordo di che colore perché mi ero fatto molta droga. Il Samber ha accelerato, ha fatto una curva a U ed è partito a tutto gas per lasciare quel posto.
In quel lavoretto, a gettarsi sulla ragazza è stato il Tolteca, vale a dire Jesus Manuel Guardado, perché noi lo abbiamo soltanto accompagnato e abbiamo violentato la tipa, ma non c’entriamo niente con la sua morte. Non l’avevo mai vista prima in vita mia.»
Il cadavere di Marìa Eugenia Mendoza Arias è stato ritrovato il 4 ottobre 1998 nell’ex discarica municipale.
Chiunque tu sia che sei arrivato fino in fondo a leggere questo orrore, ti ringrazio: non ci sono parole per commentare un fatto simile. Sembra che la donna morta sia solo un oggetto, come se la sua vita non avesse alcun valore: credo che questo post mostri chiaramente la differenza tra esseri umani e mostri. Nel prossimo post, quello conclusivo del 14 Febbraio, si parlerà della manifestazione a Ciudad Juàrez contro questi stupri-omicidi efferati, anche se, nonostante gli sforzi di molti, continuano ancora.
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Termina qui questo secondo post sulle vicende orrende di Ciudad Juàrez: come potete capire, nemmeno le bambine sfuggono a questi animali. Non ci sono parole per commentare simili oscenità; ringrazio chi è riuscito a leggere tutto fino in fondo: so che è dura, ma è la cruda verità. Il prossimo post (del 7 Febbraio) purtroppo sarà nauseante: pubblicherò le dichiarazioni di un uomo che ammette di aver violentato una donna insieme ad altri tre uomini e ne descrive la morte. Sono dettagli indecenti, io stessa ho avuto una sensazione di vomito, ma sono convinta che facciano capire molto bene cosa stanno patendo le donne in quella città: le loro uniche colpe sono di essere nate donne e vivere a Juàrez, se di colpe si può parlare.
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La maglietta era rosa, un rosa slavato, e spuntava dal terriccio che la copriva quasi interamente. L’indumento era la traccia di un delitto. Infatti, a una ventina di metri di distanza dal punto del ritrovamento sono comparsi i resti di una colonna vertebrale, un rosario di ossa disarticolate. Il cranio affiorava dal terreno, dietro alcuni alberi di huisache. Una dose ulteriore di orrore: il dettaglio di un dente di platino con incisa una lettera R.
L’inventario della tragedia è proseguito con il ritrovamento di una scarpetta da tennis nera con dentro i resti delle ossa di un piede. A venticinque metri di distanza sono venuti alla luce il bacino e le ossa degli arti inferiori, infilati nelle mutandine celesti e in un paio di jeans. Erano animali rapaci quelli che hanno spogliato quel cadavere dell’ultima dignità di riposare integro.
Nelle vicinanze, di fianco a un crepaccio che sembrava smarrirsi in mezzo al deserto di Lomas de Poelo, sono state scoperte altre ossa e un reggiseno bianco in un sacchetto di plastica. C’era anche un altro cranio, e in un raggio di meno cinquanta metri sono affiorati i resti di una mandibola, un certo numero di vertebre, il coccige e il bacino di un secondo cadavere. Non lontano c’erano un paio di stivali da lavoro femminili numero 37 e un grembiule blu con il logo della ditta, Pedsa, stampato in lettere gialle.
Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598.
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Il post seguente è la TESTIMONIANZA AUTENTICA di una donna sfuggita alla morte, che ha trovato il coraggio di scrivere un libro per raccontare la sua triste storia (la bibliografia del libro è in fondo). Non voglio anticpare nulla perché credo che le sue parole bastino a descrivere l'indescrivibile.
BUONA LETTURA!
BRUCIATA VIVA
”al mio paese nascere donna è una maledizione”
Suad, giovane cisgiordana, sta facendo il bucato nel cortile di casa quando sente sbattere una porta alle sue spalle. È il cognato, che le rivolge una frase scherzosa. Suad si volta per replicare ma all’improvviso il suo corpo è intriso di liquido freddo che in meno di un secondo diventa fuoco. Bruciare viva, è questa la punizione inflittale dalla famiglia per avere commesso il peggiore dei peccati, essere rimasta incinta prima del matrimonio: il padre di suo figlio, che le aveva promesso di sposarla, è in realtà fuggito. Nel piccolo villaggio dove Suad è nata le donne non possono andare a scuola, non possono vestirsi come vogliono, non possono uscire senza essere accompagnate. E non possono innamorarsi. Il loro destino è occuparsi delle incombenze più umili, al servizio di padri e mariti che quotidianamente le picchiano. Nonostante le ustioni di terzo grado che la ricoprono, Suad riesce a salvarsi. Con l’aiuto di un’organizzazione umanitaria, fugge in Europa. Da qui, con indosso una maschera che protegge e nasconde il suo viso deturpato dal fuoco, racconta al mondo la sua storia, sfidando la legge degli uomini e la loro sete di vendetta. Vive in Europa in una località segreta, per ragioni di sicurezza. È sposata e ha tre figli, tra cui Maruan, “il figlio della colpa”. Suad è uno pseudonimo.
ESTRATTI DAL LIBRO DI SUAD “BRUCIATA VIVA”
Laggiù una donna non ha vita. Molte ragazze vengono picchiate, maltrattate, strangolate, bruciate, uccise. E per noi è tutto all’ordine del giorno. Mia madre ha cercato di avvelenarmi per finire il lavoro di mio cognato, e per lei era normale, faceva parte del suo mondo. È così che cresciamo noi donne. Ti riempiono di botte, è normale. Ti danno fuoco, è normale; ti strangolano, è normale. La mucca e le pecore, diceva mio padre, valgono più delle donne. Se non si vuol morire, bisogna tacere, obbedire, strisciare, sposarsi vergini e fare dei figli maschi. Se fossi rimasta al mio paese, è questa la vita che avrei avuto. Le mie figlie sarebbero diventate come me e le mie nipoti pure. Se fossi vissuta là, sarei stata come mia madre, che ha soffocato le sue bambine appena nate. Forse anch’io l’avrei fatto. Forse anch’io avrei fatto bruciare mia figlia. Adesso mi sembra mostruoso, ma se fossi rimasta al mio paese, no! Quando ero all’ospedale, laggiù, e stavo per morire, pensavo anche che tutto quello che mi stava succedendo fosse normale. Ma quando sono venuta in Europa ho capito che ci sono dei paesi dove non bruciano le donne e dove si è felici quando nasce una bambina. Per me il mondo si fermava entro i confini del mio villaggio. Era bello il mio villaggio, arrivava fino al mercato. Oltre il mercato, niente era più normale. Le ragazze si truccavano, portavano vestiti corti e scollati. Loro non erano normali, la mia famiglia sì. Noi eravamo puri, come la lana delle pecore, e gli altri, al di là del mercato, erano impuri.
Le ragazze non avevano il diritto di andare a scuola. Perché? Perché non dovevano conoscere il mondo. Per noi contavano solo i genitori. Bisognava fare quello che dicevano. Le nozioni, le regole, l’educazione venivano solo da loro. Ecco perché non andavamo a scuola. Per non farci prendere la corriera, per non farci vestire in un altro modo, perché non va bene che una ragazza sappia leggere e scrivere. Mio fratello era l’unico figlio maschio, era vestito come ci si veste qui, come in città, usciva quando voleva. Perché? Perché aveva un pisello tra le gambe. È stato fortunato, ha avuto due figli maschi, ma a conti fatti le più fortunate sono state le sue figlie femmine, quelle che non sono nate! La fondazione Surgir, con l’aiuto di Jacqueline, cerca di salvare queste ragazze. Ma non è facile. Noi siamo là, con le braccia legate. Io vi sto parlando e voi mi ascoltate, ma laggiù loro soffrono! Per questo voglio sostenere Surgir e portare la mia testimonianza sui delitti d’onore, perché continuano tuttora.
Ho conosciuto delle ragazze arrivate da lontano, come me, anni fa. Le tengono nascoste. Una non ha più le gambe, è stata aggredita da due vicini di casa che l’hanno incatenata alle rotaie perché fosse investita da un treno. Un’altra è stata massacrata a coltellate da suo padre e suo fratello e gettata nella spazzatura. Un’altra ancora è rimasta paralizzata perché sua madre e due fratelli l’avevano gettata dalla finestra. Poi ci sono quelle di cui non si parla, perché sono state trovate troppo tardi, morte. Quelle fuggite e rintracciate all’estero, morte. Quelle che sono scappate in tempo e si nascondono, con o senza figli, vergini o madri. Non ho conosciuto nessuna donna che fosse stata bruciata come me, non sono sopravvissute. Io mi nascondo sempre, non posso dire il mio nome, mostrare il mio viso. Posso solo parlare, è l’unica arma che mi resta.
Bibliografia
Autore: Suad
Titolo: Bruciata viva
Titolo Originale: Brulée vive
Editore: EDIZIONI PIEMME Spa
Luogo: Casale Monferrato (AL)
Anno: 2004
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