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Nel post del 27 Agosto, ho spiegato nei particolari la pratica dell'infibulazione. In questo post vorrei continuare il discorso infibulazione proponendo un articolo tratto dal Corriere della Sera del 20 Settembre 2007, che parla delle morti che questa pratica può provocare e anche delle ribellioni delle donne, che si rifiutano di sottoporsi o di sottoporre le proprie figlie.
Ringrazio alemaggiani per avermi suggerito l'articolo.
INFIBULAZIONE, KARIMA MUORE A 13 ANNI E AL CAIRO "SCIOPERANO" LE INFERMIERE
di Cecilia Zecchinelli
Un minuto di silenzio contro secoli, millenni di silenzio. Contro una delle pratiche più devastanti e umilianti per le donne, le ragazze e le bambine dell'Africa orientale, che la gente chiama «circoncisione» o «infibulazione», gli esperti «mutilazione genitale femminile». In Egitto, dove avrebbe avuto origine ben prima dell'arrivo dell'Islam (la chiamano «circoncisione faraonica»), ne sono state e ne sono tuttora oggetto a milioni. Il 96% delle donne adulte, sanciva un agghiacciante sondaggio nel 2005. Molte — anche perché «operate» da mammane o barbieri con strumenti rudimentali, più recentemente da «chirurghi» non meglio preparati — ne sono morte. Come Karima Rahim Said, 13 anni. O Bedour Ahmed Shaker, di 12. La prima dopo essere passata da una clinica del Cairo. La seconda mentre la madre disperata la portava all'ospedale per l'emorragia causata da una praticona, in un villaggio del sud. Per loro, e per tutte le altre, le infermiere e le lavoratrici sanitarie della capitale egiziana hanno tenuto pochi giorni fa, per la prima volta, un minuto di silenzio. Determinate a dire basta. «Sono decenni che combatto contro questa sciagura, all'inizio nello scetticismo generale, oggi con sempre più solidarietà. E le cose sono cambiate», dice al Corriere Marie Assad, 84 anni, antropologa, cristiana (la «circoncisione» colpisce anche loro, così come gli animisti e i seguaci di ogni fede nella regione). Ed è vero, le cose sono cambiate. Il ministero della Sanità, che aveva proibito la pratica nel 1997 «salvo casi eccezionali» (continuando di fatto a permetterla) ha da poco formato una commissione con lo scopo di ridurla del 20% in due anni. Il governo ha presentato un progetto di legge per proibirla davvero. Le autorità hanno chiuso la clinica dove è morta Karima, denunciato il chirurgo. L'ordine dei medici l'ha già radiato, senza attendere il verdetto. E altrettanto importante, ancor più cruciale, le autorità religiose sono finalmente uscite dall'ambiguità che di fatto legittimava quello che alcuni studiosi islamici già da anni denunciavano («la pratica non è nel Corano, anzi l'Islam proibisce di ferire e mutilare»). Ancora nel 2005, alla Conferenza contro le mutilazioni genitali organizzata da Emma Bonino a Gibuti, una schiera di imam e teologi in turbante avevano legittimato l’escissione parziale del clitoride purché eseguita da chirurghi». Ma la leader radicale e le donne presenti all'incontro, le stesse che due anni prima al Cairo avevano lanciato una grande campagna contro questo orrore, si erano dette soddisfatte. «Sono usciti allo scoperto, quando il dibattito diventa pubblico è già una mezza vittoria», ci aveva detto la Bonino.
E aveva ragione. Da allora, il Grande Muftì del Cairo, Ali Gomaa, ha dichiarato «haram», peccato, la mutilazione. La più alta autorità religiosa, sheikh Muhammad Tantawi di Al Azhar, l'ha condannata. Il ministero degli Affari religiosi ha diffuso un libretto che spiega perché l'Islam non vuole quella circoncisione, altra cosa da quella rituale maschile. E mentre politici e religiosi si muovono, l'argomento non è più tabù: se ne parla (grande novità) in tv, i giornali sparano in prima pagina le morti (che continuano) delle ragazzine, siti internet e centri di assistenza via telefono se ne occupano a tempo pieno.
La battaglia finale, però, deve ancora essere combattuta. E vinta. Ed è quella contro la «tradizione», contro il maschilismo che da sempre, in tutti i luoghi e in tutte le religioni, ha tentato di reprimere la libertà anche erotica delle donne. Che in Egitto (e non solo) hanno però deciso di farsi sentire. Con quel minuto di silenzio, finalmente pubblico.
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L'INFIBULAZIONE
L’infibulazione è una mutilazione genitale femminile; non ha alcuna base religiosa, ma solo culturale e viene praticata indipendentemente dalla religione in molte società tribali dell’Africa, del Sud della Penisola Araba e del Sud-est Asiatico. L’ OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha distinto le mutilazioni in quattro tipi differenti a seconda della gravità per il soggetto:
Circoncisione o infibulazione as sunnah: si limita alla scrittura della punta del clitoride con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche.
Escissione al uasat: asportazione del clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra.
Infibulazione o circoncisione faraonica o sudanese: asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale.
Nel quarto tipo sono inclusi una serie di interventi di varia natura sui genitali femminili.
Mentre la prima è puramente simbolica e non comporta quasi nessuna conseguenza, le altre e soprattutto la terza ledono gravemente sia la vita sessuale sia la salute delle donne, ed è contro quest'ultima che si adoperano i movimenti per l'emancipazione femminile, soprattutto in Africa.
I rapporti sessuali, attraverso questa pratica, vengono impossibilitati fino alla defibulazione (cioè alla scucitura della vulva), che in queste culture, viene effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio. Dopo ogni parto viene effettuata una nuova infibulazione per ripristinare la situazione prematrimoniale. La pratica dell'infibulazione faraonica ha lo scopo di conservare e di indicare la verginità al futuro sposo e di rendere la donna una specie di oggetto sessuale incapace di provare piacere nel sesso con il coniuge.
Le conseguenze per la donna sono tragiche, in quanto perde gran parte del piacere sessuale a causa della rimozione del clitoride e i rapporti diventano dolorosi e abbastanza difficoltosi. L'operazione viene eseguita spesso da chirurghi improvvisati, in condizioni di scarsa igiene e con strumenti inadeguati, con rischi seri di emorragie e infezioni (talvolta anche con esito fatale). Come conseguenza dell'operazione, possono insorgere cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali.
Queste pratiche sono eseguite in età differenti a seconda della tradizione: per esempio nel sud della Nigeria si praticano sulle neonate, in Uganda sulle adolescenti, in Somalia sulle bambine.
Si tratta di una procedura inumana e non rispettosa dell'integrità fisica della donna, simile a quella della circoncisione per l'uomo, a lungo (e tuttora) erroneamente ritenuta, da diverse culture e religioni, una pratica che favorisce l'igiene e la purificazione.
Con la legge 9 gennaio 2006 n. 7 il Parlamento italiano ha provveduto a tutelare la donna dalle pratiche di mutilazione genitale femminile. Al codice penale è aggiunto l'art. 583 bis che punisce con la reclusione da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili. Per mutilazione il legislatore intende, oltre alla infibulazione, anche la clitoridectomia, la escissione o comunque (norma di chiusura) qualsiasi pratica che cagioni effetti dello stesso tipo. L'esercente la professione sanitaria resosi colpevole del fatto sottostà altresì alla pena accessoria l'interdizione dall'esercizio della professione da tre a dieci anni.
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