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Siamo giunti alla fine di questo “inventario della morte”, come è stato definito il libro L’Inferno di Ciudad Juàrez, di cui trovate la bibliografia nella prima parte (cliccando QUI potete leggere la seconda parte e QUI la terza). In questo post finale è giusto sottolineare la lotta delle donne a Ciudad Juàrez, che sono stanche dei continui omicidi e vogliono giustizia: i famigliari delle vittime si sentono presi in giro dalle autorità, che, invece di cercare e punire gli assassini, li coprono. Per questo l’8 marzo 1999 è stata organizzata una manifestazione nella città, per dire basta alle atrocità contro le donne.

Ni una màs (nessuna più):

La vita contro la morte. L’8 marzo 1999 le donne hanno occupato le strade di Ciudad Juàrez. Una grande folla ha dato vita a un’importante marcia cui hanno partecipato madri e orfani delle vittime, convocata dalle varie organizzazioni non governative che nel corso degli anni hanno levato la voce contro l’impunità, che s’impegnano a tenere aggiornato il doloroso elenco dei crimini e hanno intrapreso varie iniziative per favorire la prevenzione e la coesione del fronte eterogeneo dei parenti delle donne uccise.
“Oggi è toccato a delle sconosciute, domani potrebbe capitare a una donna della tua famiglia”, “La vita comincia là dove tutti e tutte siamo uguali”…dicevano alcuni cartelli, sui quali comparivano anche le foto delle figlie scomparse o assassinate.
Esteban, un bambino di appena quattro anni, inalberava un cartello con una domanda dipinta in grande lettere rosse: “Dov’è la mia mamma?”
Guillermina Gonzàlez, una ragazza snella di carnagione scura, come molte delle vittime, ha chiuso la manifestazione dell’8 marzo a Ciudad Juàrez ricordando la sorella Sagrario, il cui cadavere è stato ritrovato il 30 aprile 1998. Alle sue spalle, il padre e la sorella non riuscivano a trattenere le lacrime, le stesse lacrime di Irma Gonzàlez e delle altre madri che hanno perso le figlie.
“Le donne non meritano una morte del genere”, ha detto Guillermina Gonzàlez con la voce spezzata dai singhiozzi. “Nessuno ha il diritto di strapparci la vita. Chiedo a tutti gli abitanti di Ciudad Juàrez di unirsi perché queste cose non succedano mai più.”
L’ira e il dolore hanno fatto tremare la Plaza de Armas. La folla scandiva lo slogan: “Ni una màs, ni una màs, ni una màs…”

Questi tipi spaventerebbero anche Dio:

Altre vittime, ancora. Il prezzo dell’impunità. I casi di donne scomparse si moltiplicano, vengono alla luce altri cadaveri. Sembra evidente che non possono essere tutti opera dello stesso assassino, come sembra evidente che a Ciudad Juàrez potrebbero aver agito perlomeno quattro diversi omicidi che seguivano schemi di comportamento diversi. Uno di loro sceglie ragazze more, con i capelli lunghi, cui amputa il seno destro e strappa il capezzolo sinistro a morsi. E poi le strangola. Un altro è l’assassino di ragazzine adolescenti i cui cadaveri vengono scoperti pochi giorni dopo il sequestro. Un altro è l’uomo che, per quanto se ne sa, nel giro di pochi mesi ha strangolato due donne con tatuaggi e capsule d’argento sui denti, prostitute con cui si era appartato per bere. Un altro avrebbe strangolato le donne ritrovate nude sotto i letti delle camere di qualche motel.
(…) “Il Male”: si confonde con la corruzione, l’inettitudine, le indagini impestate di inesattezze, omissioni, irregolarità. Assassini che sembrano gli assassini, prove che sembrano prove, latitanza delle autorità politiche, una giustizia inesistente, che aspetta acquattata il prossimo assassinio per deliziarsi nella sua crudeltà, nell’orrore delle vittime di Juàrez. Nessuno sa quante siano. È un incubo da cui non potranno mai più risvegliarsi.

Per finire:

DAL 1993 AD OGGI A CIUDAD JUAREZ, PIÙ DI 400 DONNE SONO STATE STUPRATE, TORTURATE E BARBARAMENTE UCCISE, ALTRE 500 SONO SCOMPARSE. QUESTI SONO I DATI UFFICIALI: CIÒ SIGNIFICA CHE LA REALTÀ È BEN PIÙ MACABRA. LE VITTIME HANNO PER LA MAGGIOR PARTE UN'ETÀ COMPRESA TRA GLI 11 E I 25 ANNI: BAMBINE, RAGAZZE, STUDENTESSE, LAVORATRICI, MADRI...DI LORO RESTA SOLO IL RICORDO.
NON RESTIAMO INDIFFERENTI!

Questo è davvero il finale (almeno sul mio blog) delle macabre vicende di Ciudad Juàrez, ma tutto questo continua in Messico: donne giovani, anche bambine, subiscono torture e stupri, prima di essere barbaramente uccise. La loro vita viene stroncata, tutti i loro sogni e le loro aspettative: essere donne e vivere a Juàrez è una condanna a morte. Ci tenevo molto a pubblicare questi post, ci tengo perché so che purtroppo di questi omicidi poco si parla e poco si conosce: spero che dalla crudezza dei testi che ho proposto sia nata la consapevolezza delle ingiustizie che queste donne sono state costrette a subire.

Ringrazio chi mi ha seguita fino a quest’ultimo post, ringrazio chi nonostante gli orrori è riuscito a leggere tutto, anche se è crudo, anche se fa male: queste donne l’hanno subito sulla propria pelle. Consiglio a tutti la lettura del libro: al suo interno ci sono molte altre storie tragiche, che io non ho pubblicato, le interviste ai parenti delle vittime e dei principali sospettati, che negano il loro coinvolgimento, sostenendo che il governo protegga i veri colpevoli. Uno di loro pronuncia queste parole: “Nessuno dice la verità, perché la verità è brutta…” La verità, quale sarà? L’unica cosa vera e certa è la morte ingiusta e abominevole di centinaia di donne, che ancora oggi chiedono giustizia per le loro giovani vite spezzate.

Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598.

Grazie di cuore a tutti.

Messo in luce da wonderely alle 10:44 di giovedì, 14 febbraio 2008


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Categorie del post: messico, libri consigliati, stupro, violenza sessuale, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, omicidi seriali di donne, ciudad juàrez

Siamo giunti al terzo post su Ciudad Juàrez; in questa parte ho deciso di pubblicare il racconto dello stupro-omicidio di una donna da parte di uno degli uomini arrestati: la mia fonte è sempre il libro L’Inferno di Ciudad Juàrez, di cui trovate la bibliografia nella prima parte. Mi scuso in precedenza, perché questo passo è molto crudo, così come gli altri, ma penso che nelle donne in particolare solleverà grande disgusto. Mentre lo leggevo mi si è chiuso lo stomaco, lo giuro, però pubblicare è importante, il silenzio non dà giustizia alle vittime. Nel testo leggerete dei nomi particolari: sono i soprannomi degli uomini coinvolti. Grazie a chi ha deciso di seguirmi ancora e ha il coraggio di leggere anche questo post (cliccando QUI potrete leggere la seconda parte). Anche in questo caso il testo sarà privo di colore.

L'orrore continua:

La stampa ha avuto accesso a un frammento della dichiarazione resa davanti al pubblico ministero da José Gaspar Cevallos Chàvez, il Gaspy, conducente di autobus sulla statale 7, chiamata “Il Mirador” (la Panoramica) di Ciudad Juàrez.
«Doveva essere all’inizio di ottobre dell’anno scorso, non mi ricordo di preciso il giorno, sarà stato mezzogiorno, o l’una, sono venuti a casa mia degli autisti, colleghi di lavoro, che conosco, come il Tolteca, il Kiani e il Samber. Sono arrivati con una Nova vecchio modello, sarà stata del ’69, a due portiere. Mi ricordo che non aveva i vetri scuri e che la carrozzeria era scrostata, un po’ arrugginita. Mi hanno invitato a salire sull’auto per farci un giretto e spassarcela un po’; sono salito e siamo andati a fare un giro in avenida Los Aztecas e di lì a casa del Tolteca. Non so l’indirizzo, ma è un edificio di mattoni dove ci siamo scolati delle birre e abbiamo sniffato della coca.
Siamo rimasti a casa del Tolteca fin verso le due e mezza del pomeriggio, poi siamo andati sull’avenida Los Aztecas finché siamo arrivati a un negozio di alimentari dove abbiamo comprato altre birre. Siamo andati in giro per Juàrez facendo baldoria tutta la notte. Quando era già spuntato il sole verso le sei di mattina, ci siamo diretti sulla Ponciano Arriaga y Aztecas, lì il Tolteca si è fermato e senza spegnere il motore ha parcheggiato l’auto. Ha detto di aver visto una donna che gli piaceva, e voleva scendere per farsela.
Mentre eravamo a quell’incrocio, ho visto la donna ferma in piedi, me la ricordo alta, con i capelli lunghi fin sulle spalle, un fisico sottile, poteva avere dai ventuno ai venitré anni, indossava una camicetta nera e aveva i seni un po’ grossi; siccome a me non piaceva, non le ho fatto molto caso.
…Quando il Tolteca è sceso dall’auto, il Samber è passato alla guida e poi il Tolteca si è messo a parlare con la ragazza. Le ha chiesto se voleva fare un raid. Lei gli ha detto di no, di andarsene, e gli ha urlato: vattene via, porco. A quel punto il Tolteca ha afferrato la ragazza, l’ha costretta a salire sull’auto e l’ha ficcata sul sedile dietro, il Samber è rimasto alla guida e il Tolteca è salito di fianco a lui. Io e il Kiani eravamo sul sedile dietro.
Il Tolteca ha detto al Samber di prendere per la discarica, verso le montagne. Una volta arrivati lì, ci ha detto: “Toglietevi dai coglioni, il primo sono io”, così siamo scesi tutti. Il Tolteca ha cominciato a palpare la ragazza, e quando ha visto che non ci stava ha cominciato a darle dei cazzotti in faccia e a dirle: stai buonina, stronza, sta ferma. Poi ha cominciato a spogliarla, tutto questo succedeva dentro l’auto. A un certo punto il Tolteca ha cominciato a baciarla dappertutto, si è sbottonato i pantaloni e se li è abbassati insieme alle mutande per violentarla. La ragazza gridava: “Aiuto, lasciatemi stare”.
Quando ha finito, il Tolteca ha urlato: “Sotto a chi tocca, stronzi”. Allora il Samber si è gettato sulla ragazza, anche lui si è tolto i pantaloni, le mutande, e l’ha violentata. Il Samber è molto pesante, e così la ragazza non riusciva più a muoversi e ha smesso di gridare. Muoveva appena la testa e le uscivano le lacrime.
Una volta finito di violentarla, il Samber ha urlato: “Sotto a chi tocca”, e così si è fatto avanti il Kiani, anche lui si è abbassato i pantaloni e le mutande per violentarla e quando ha finito mi ha gridato: “Adesso manchi solo tu”.
Quando le sono andato vicino era quasi svenuta per le botte del Tolteca e si muoveva appena. Mi sono abbassato i calzoni e le mutande e l’ho violentata, ma quando ho finito il Tolteca si è messo a strattonarla per farla scendere dall’auto. Le urlava: “Vieni giù, stronza” e ha cominciato a darle altri cazzotti in faccia. Siccome era svenuta, l’ha gettata per terra, a cinque metri dall’auto.
Dopo che il Tolteca l’ha tirata giù, io e il Kiani siamo saliti sull’auto, sul sedile posteriore, mentre il Samber metteva in moto. Mi sono girato e ho visto che il Tolteca colpiva la ragazza sulla faccia con una grossa pietra, e perdeva sangue. Siccome era rimasta a faccia in giù ed era nuda, dopo che l’ha colpita con la pietra, il Tolteca ha preso un tubo, glielo ha infilato nell’ano e l’ha lasciato lì.
Io allora mi sono disteso sul sedile, e dato che mi ero portato un berretto nero, me lo sono sistemato per addormentarmi, perché mi aveva preso un po’ di sonnolenza, ma in quel momento ho visto che dalla discarica più in alto arrivava una Montecarlo o una Oldsmobile, non ricordo di che colore perché mi ero fatto molta droga. Il Samber ha accelerato, ha fatto una curva a U ed è partito a tutto gas per lasciare quel posto.
In quel lavoretto, a gettarsi sulla ragazza è stato il Tolteca, vale a dire Jesus Manuel Guardado, perché noi lo abbiamo soltanto accompagnato e abbiamo violentato la tipa, ma non c’entriamo niente con la sua morte. Non l’avevo mai vista prima in vita mia.»
Il cadavere di Marìa Eugenia Mendoza Arias è stato ritrovato il 4 ottobre 1998 nell’ex discarica municipale.

Chiunque tu sia che sei arrivato fino in fondo a leggere questo orrore, ti ringrazio: non ci sono parole per commentare un fatto simile. Sembra che la donna morta sia solo un oggetto, come se la sua vita non avesse alcun valore: credo che questo post mostri chiaramente la differenza tra esseri umani e mostri. Nel prossimo post, quello conclusivo del 14 Febbraio, si parlerà della manifestazione a Ciudad Juàrez contro questi stupri-omicidi efferati, anche se, nonostante gli sforzi di molti, continuano ancora.

Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598
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Messo in luce da wonderely alle 11:17 di giovedì, 07 febbraio 2008


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Categorie del post: messico, libri consigliati, stupro, violenza sessuale, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, omicidi seriali di donne, ciudad juàrez

In questo secondo post dedicato alle vittime di Ciudad Juàrez, voglio dare importanza allo stupro-omicidio di bambine e adolescenti: anche in questo caso chiedo scusa a chiunque possa sentirsi scosso nel leggere. Gli estratti provengono dal libro L’Inferno di Ciudad Juàrez, di cui trovate la bibliografia nella prima parte. Anche questa volta, per la drammaticità dello scritto, mi riserbo dall’usare colori nel testo. Di nuovo buona lettura.
La stessa sorte spetta alle bambine…

Altri crimini: l’elenco interminabile di 321 omicidi, fino alla fine del 2003, e per ciascuno le sofferenze della vittima, la sua vita spezzata. Questo assassino preferisce le minorenni. Le sequestra, le tiene prigioniere e poi le sacrifica. I cadaveri vengono ritrovati in luoghi desertici. Queste cinque ragazzine sono state sequestrate, stuprate e poi strangolate: qualcuno ha approfittato di una specie di fossa in uno spiazzo remoto per gettarvi un cadavere che in seguito sarebbe stato identificato come quello di Esmeralda Leyva Rodriguez. Aveva undici anni ed è stata picchiata e stuprata, con conseguente emorragia vaginale e anale. In entrambi gli orifizi è stata riscontrata la presenza di un liquido vischioso e bianchiccio.
Esmeralda è uscita di casa ma non è mai arrivata a scuola: l’hanno trovata sui terreni della Scuola di agricoltura, vicino al bulevar Teòfilo Borunda. Aveva undici anni, occhi castani, naso corto e largo, la bocca grande con labbra sottili. Una corporatura normale. Presentava ematomi ed escoriazioni su tutto il corpo: la ragazzina era stata legata. Il cadavere era seminudo.
Il corpo di Marìa del Rocìo Cordero Esquivel è stato gettato dentro una tubatura per lo scolo delle acque. Era riverso a faccia in giù, con le braccia piegate. Le era uscito sangue dal naso, le labbra erano tumefatte e presentava escoriazioni ed ematomi. Rocìo aveva undici anni; l’hanno violentata e strangolata. Era mora, di corporatura normale e indossava una maglietta e un paio di pantaloni che le sono stati strappati insieme agli indumenti intimi.
Era uscita di casa mercoledì 9 marzo, di mattina. Viveva nella colonia México 68. La scuola non era distante e, come altre bambine, tutti i giorni ci andava e tornava da sola. Come le altre ragazzine, Laura Arriaga e Grisel Madrigal, o come Esmeralda Leyva, sequestrata e strangolata quattro mesi prima, anche Rocìo frequentava la stessa scuola elementare.
Quella mattina Laura e Grisel hanno visto la loro amica Rocìo parlare con un uomo: era moro, con i capelli ricci e i baffi. Vestiva di nero. La ragazzina non è entrata a scuola e qualche giorno dopo è stato ritrovato il suo cadavere.
Rocìo viveva con Guillermina Esquivel, che ricorda così la nipote: “Era piuttosto paurosa. Non la lasciavamo uscire. Conoscevamo poca gente. Faceva il tragitto da scuola a casa, tutto lì. La bambina non aveva tante amiche, giocava appena fuori di casa con le vicine della sua età.”
Gladys Janet Fierro Vargas frequentava il secondo anno delle medie. L’ultima volta che è stata vista viva, il 6 maggio 1994, si trovava vicino al monumento a Benito Juàrez, nelle calles di Constituciòn e Vincente Guerrero.
Due giorni dopo il corpo della ragazzina veniva ritrovato in un crepaccio nelle vicinanze della strada che collega Ciudad Juàrez a Porvenir Canon. Capelli neri, fronte regolare, naso e bocca piccoli, labbra sottili. La camicetta sollevata, il piccolo reggiseno che lasciava scoperti i seni appena sbocciati. La ragazzina era stata picchiata, aveva ematomi su tutto il corpo, oltre a escoriazioni sul collo, effetto dello strangolamento che ha provocato la morte.
I genitori di Cynthia Rocìo Acosta hanno identificato un cadavere ritrovato vicino alla discarica municipale: apparteneva alla figlia, di cui avevano denunciato la scomparsa l’8 febbraio 1997. La bambina, di dieci anni, era uscita di casa nella colonia Rubén Garcìa alle due del pomeriggio. Passava parecchio tempo in casa dell’amica Erika, giocando con il suo neonato. Anche quel pomeriggio era stata lì, come sempre aveva giocato per un po’ con il bambino e poi se n’era andata.
Tre settimane dopo, l’11 marzo 1997, il bracciante di una fattoria nelle vicinanze ha scoperto il cadavere, semisepolto a circa 300 metri a nord della strada che conduce alla discarica municipale, all’altezza del 25° chilometro della strada fra Ciudad Juàrez e Casas Grandes.
Secondo i risultati dell’autopsia, Cynthia Rocìo è morta tredici giorni prima che venisse ritrovato il suo cadavere, dopo essere rimasta diversi giorni in balìa dei suoi assassini. Presentava contusioni craniche, ematomi sulla mano, sulla coscia e sul gluteo destro. È probabile che la bambina sia stata strangolata.
Yésica Martìnez, di tredici anni, è stata rapita il pomeriggio del 23 dicembre 1997, e il suo corpo è stato scoperto il 2 gennaio 1998 in un terreno nelle vicinanze dell’autostrada Panamericana. In base allo stato in cui si trovava il cadavere, è stato possibile stabilire che era rimasta circa otto giorni in balìa del suo assassino.
Probabilmente il suo corpo è stato trascinato fino al letto del torrente in secca dove poi è stato trovato. L’autopsia ha rivelato che la ragazzina aveva subito violenza carnale: presentava lacerazioni vaginali e anali. La causa della morte: asfissia per strangolamento.
…e alle adolescenti:

Ci sono molte altre storie. Storie di donne accoltellate, picchiate senza pietà. Brenda Lizeth Nàjera e Susana Flores, due adolescenti di quindici e tredici anni, sono state uccise da un uomo identificato come Edgar Omar Sànchez.(…) Edgar potrebbe avere tra i diciotto e i ventidue anni, è di corporatura snella, alto 1 metro e 78, con la pelle chiara, gli occhi castani scuri, e come segno particolare l’acne sul viso. Non si sa bene chi sia e da dove venga, non si sa nemmeno se Edgar Omar Sànchez sia il suo vero nome. Secondo alcuni fonti giornalistiche, sarebbe originario di Parral, dove gli viene attribuito l’omicidio di una donna in strane circostanze, durante l’incendio della casa di lei, provocato da un ragazzo con l’acne che si diceva fosse il suo amante.
Delle sofferenze inflitte a Brenda Lizeth restano crudeli prove: le ferite da lei riportate. Brenda ha sofferto lacerazioni – inferte per torturarla e provocate da un oggetto appuntito e tagliente – sul collo, sulla schiena e la mano sinistra. Le terribili esperienze vissute durante la prigionia devono aver talmente terrorizzato la ragazza, secondo il rapporto del medico legale, da causarle quattro infarti prima che sopravvenisse la morte, provocata da un proiettile d’arma da fuoco che ha lasciato due fori: uno sull’osso parietale sinistro e l’altro dietro l’orecchio destro. Le hanno sparato a bruciapelo.
Il corpo di Susana non presentava tracce visibili di torture. Anche lei è stata giustiziata con due pallottole in testa, una conficcata nell’osso parietale sinistro e l’altra nel temporale destro. Le adolescenti erano rimaste in balìa del loro assassino almeno quindici giorni: dal 26 novembre 1996, data della loro scomparsa, fino al momento in cui sono state uccise, probabilmente due giorni prima del ritrovamento fortuito dei loro cadaveri in casa di Edgar Omar Sànchez.
A giudicare dalle dozzine di libri che teneva in casa, Edgar coltivava due passioni: le arti marziali e l’occultismo. I suoi libri erano di quelli che – a prezzi stracciati – svelano tutti i segreti del karatè e impartiscono lezioni di magia nera. A Edgar Omar Sànchez, inoltre, piaceva dipingere; secondo la polizia, in casa sua è stato trovato un quaderno sul quale il ragazzo aveva disegnato “diversi demoni”.
Del presunto omicida non si sa altro, e nessuno lo ha mai più visto a Juàrez.

Termina qui questo secondo post sulle vicende orrende di Ciudad Juàrez: come potete capire, nemmeno le bambine sfuggono a questi animali. Non ci sono parole per commentare simili oscenità; ringrazio chi è riuscito a leggere tutto fino in fondo: so che è dura, ma è la cruda verità. Il prossimo post (del 7 Febbraio) purtroppo sarà nauseante: pubblicherò le dichiarazioni di un uomo che ammette di aver violentato una donna insieme ad altri tre uomini e ne descrive la morte. Sono dettagli indecenti, io stessa ho avuto una sensazione di vomito, ma sono convinta che facciano capire molto bene cosa stanno patendo le donne in quella città: le loro uniche colpe sono di essere nate donne e vivere a Juàrez, se di colpe si può parlare.

Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598.

Messo in luce da wonderely alle 10:29 di giovedì, 31 gennaio 2008


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Questo post e i successivi saranno interamente dedicati all’esempio più lampante di violenza sulle donne: gli omicidi di donne a Ciudad Juàrez in Messico. Dopo il film Bordertown (anno 2006) e dopo la lettura del libro L’Inferno di Ciudad Juàrez del giornalista Victor Ronquillo, posso finalmente rendere partecipi anche voi di questi efferati delitti, di cui nel nostro Paese pochissime persone sono a conoscenza. Ho letto molti libri che trattano il tema della violenza sulle donne: tutti quanti lasciano un peso sul cuore, ma questo è riuscito a superarli. Gli estratti che pubblicherò qui sono estremamente crudi e violenti; chiedo scusa a chiunque possa sentirsi scosso nel leggerli, ma è inevitabile doverli pubblicare: rappresentano la realtà dei fatti (anche se è più simile a un film dell’orrore) che come tale deve essere affrontata e combattuta. Tutto quello che leggerete da adesso in poi sono estratti del libro, di cui trovate la bibliografia in fondo; non oso commentare nulla perché sono crudeltà che si commentano da sole. Data la drammaticità estrema dello scritto, ho preferito evitare l’utilizzo di colori. Grazie dell’attenzione e buona lettura.
Nessuno sa con precisione quante donne siano state uccise a Ciudad Juàrez dalla primavera del 1993 a oggi. Le donne uccise a Juàrez sono state aggredite, violentate, oltraggiate. A volte l’evidente inefficienza nella conduzione delle indagini, a volte il probabile insabbiamento e ricorrenti episodi di corruzione sollevano molti dubbi circa il modo in cui sono stati risolti alcuni casi di omicidio. Le vittime, perlopiù di modestissime condizioni economiche, in maggioranza giovani, rappresentano la triste allegoria di una società contrassegnata dalla violenza e da una mentalità sessista. Fin dalla comparsa della prima vittima, non solo sono risultati evidenti i limiti di quanti hanno indagato sui crimini, ma anche la negligenza e il disprezzo per le vittime. In parecchi casi è lecito sospettare che sia stato insabbiato tutto. I funzionari, procuratori, viceprocuratori e persino i pubblici ministeri speciali nominati per risolvere il caso, si sono prodigati fin dall’inizio per negarne le dimensioni. I famigliari delle vittime ricordano che veniva loro raccomandato di tornare a casa e di aspettare: la ragazza sarebbe ricomparsa qualche mese dopo con il fidanzato e un figlio, perciò non avevano motivo di preoccuparsi. Vi sono stati anche tentativi di screditare le vittime, accusate di condurre una doppia vita e di aver provocato esse stesse la loro fine.
Ricerca e ritrovamento di resti:

La maglietta era rosa, un rosa slavato, e spuntava dal terriccio che la copriva quasi interamente. L’indumento era la traccia di un delitto. Infatti, a una ventina di metri di distanza dal punto del ritrovamento sono comparsi i resti di una colonna vertebrale, un rosario di ossa disarticolate. Il cranio affiorava dal terreno, dietro alcuni alberi di huisache. Una dose ulteriore di orrore: il dettaglio di un dente di platino con incisa una lettera R.
L’inventario della tragedia è proseguito con il ritrovamento di una scarpetta da tennis nera con dentro i resti delle ossa di un piede. A venticinque metri di distanza sono venuti alla luce il bacino e le ossa degli arti inferiori, infilati nelle mutandine celesti e in un paio di jeans. Erano animali rapaci quelli che hanno spogliato quel cadavere dell’ultima dignità di riposare integro.
Nelle vicinanze, di fianco a un crepaccio che sembrava smarrirsi in mezzo al deserto di Lomas de Poelo, sono state scoperte altre ossa e un reggiseno bianco in un sacchetto di plastica. C’era anche un altro cranio, e in un raggio di meno cinquanta metri sono affiorati i resti di una mandibola, un certo numero di vertebre, il coccige e il bacino di un secondo cadavere. Non lontano c’erano un paio di stivali da lavoro femminili numero 37 e un grembiule blu con il logo della ditta, Pedsa, stampato in lettere gialle.

Come muore una donna a Ciudad Juàrez:

La famiglia va a fare compere su una vecchia jeep. Di fianco alla strada sterrata, vicino alla vecchia discarica municipale, c’è un corpo disteso per terra: è il cadavere di una donna. Età approssimativa trentadue anni, di corporatura normale, con i capelli e le unghie delle mani e dei piedi di un rosso vivo. Gli assassini si erano prodigati nell’infliggere dolore alla loro vittima per sottometterla: la sofferenza, le urla disperate, l’inutile tentativo di difesa. Un gusto contorto e perverso.
Enrique Silva, medico legale attivo presso la Procura di giustizia dello Stato di Chihuahua, ha informato la stampa circa le cause della morte di questa donna, che non è ancora stata identificata.
“Ha subito un forte trauma cranio-encefalico. Oltre al passaggio di pneumatici sul corpo, si è potuto accertare che presentava lacerazioni tipiche provocate da stupro vaginale e anale. Sembra, inoltre, che la donna sia stata picchiata con un pezzo di tubo ritrovato sul posto. È stato possibile accertare anche la frattura dell’osso ioide, ma si ignora ancora se la donna sia stata strangolata, dal momento che il suo volto è sfigurato a causa delle molteplici fratture.” (…) “L’hanno stuprata per via vaginale utilizzando un tubo di plastica”, ha precisato il medico legale. “Poi le hanno maciullato il volto e la testa con una pesante pietra e per finire sono passati sul cadavere con i pneumatici di un veicolo.”
La donna aveva tentato di difendersi: sotto le unghie aveva brandelli di pelle, e sulle braccia e le mani tracce di un’inutile lotta.
(…)”La meccanica degli omicidi negli anni 1995-1996”, dice l’odontologa legale “faceva registrare un’elevata percentuale di decessi per strangolamento. In seguito, nel 1997, è cresciuta l’utilizzazione di armi bianche. Attualmente c’è un panorama variegato per quanto riguarda le cause di morte quando le vittime sono donne. Si va dallo strangolamento al pestaggio, vale a dire al decesso in seguito a un severo trauma cranio-facciale, come è successo in uno dei casi più recenti. Si tratta di una vittima di trentadue anni circa, morta per trauma cranico: una grave lesione incompatibile con la vita. In questo caso mi ha colpito soprattutto il grado di sadismo con cui è stato perpetrato l’omicidio: a morte avvenuta, sono passati sul cadavere con un veicolo.
Parole di Ester Chàvez Cano, basate sulla lettura di giornali e periodici:
“La nostra è un’indagine esclusivamente emerografica, forse ci sarà qualche errore, ma le cifre sono impressionanti, soprattutto se si osserva il modo in cui sono morte queste donne, uccise in maniera brutale. È abbastanza risaputo che a molte di loro è stato mozzato il seno destro, mentre il capezzolo sinistro è stato strappato a morsi. Ultimamente sono cambiate le modalità dell’uccisione, adesso le donne vengono accoltellate con ferocia. Abbiamo registrato episodi di donne che hanno ricevuto 41 coltellate, altre 21; in ogni caso è un modo terribile di morire, oltre tutto dopo aver subito uno stupro, che di per sé è già un atto di sadismo estremo.”
Dati di morte:

Non si sa quante donne siano state uccise a Ciudad Juàrez: secondo Amnesty International, 370; stando ai dati forniti dal governo messicano, fino all’ottobre del 2003 sarebbero stati registrati 326 casi. Nel resoconto giornalistico patrocinato dall’Istituto di Chihuahua della donna figurano 321 omicidi. La Commissione nazionale per i diritti umani (CNDH), nel rapporto Gli omicidi e la scomparsa di donne nel comune di Ciudad Juàrez, Stato di Chihuahua,segnala di essere riuscita a ottenere informazioni su 263 casi di omicidio,mentre la Commissione intramericana per i diritti umani denuncia 285 vittime.
Il documento Omicidi di donne: indagine giornalistica (gennaio 1993 – luglio 2003) fornisce alcuni dati circa il profilo delle vittime: nel 73 per cento dei casi la loro età varia dagli undici ai venticinque anni, e il 35 per cento è costituito da lavoratrici, molte delle quali sicuramente operaie di fabbrica. Quanto al luogo di provenienza delle vittime, il 19 per cento erano originarie di Ciudad Juàrez, ma si ignora da dove venisse più della metà, intorno al 52 per cento. Sempre secondo lo stesso documento, che è stato presentato come indagine giornalistica ma riporta informazioni desunte da varie fonti – per esempio la Procura di giustizia dello Stato di Chihuahua – il 23 per cento (che corrisponde a “diciotto cadaveri e ventiquattro resti ossei”) delle vittime dei delitti ritenuti a “sfondo sessuale” non sono state identificate.
Concludo qui questo macabro post: non mi sento in grado di commentarlo, credo che nessuno ci riuscirebbe. L’unica cosa che posso fare è rendermi conto di quel che accade e non farlo passare sotto silenzio. Nel prossimo post, che verrà pubblicato il 31 Gennaio, ci saranno nuovi estratti del libro e nuove agghiaccianti storie di morte che riguardano purtroppo anche bambine di 10-11 anni. Vi lascio con la bibliografia del testo:
Autore: Victor Ronquillo
Titolo: L’Inferno di Ciudad Juàrez – La strage di centinaia di donne al confine Messico-USA
Titolo Originale: Las muertas de Juàrez - Crònica de una larga pesadilla
Editore: Edizione Mondolibri S.p.A, Milano
Anno: 2004

Se volete contribuire affinché simili aberrazioni non avvengano mai più, questo è il sito che dovete visitare per firmare gli appelli contro questi omicidi: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/598.

Messo in luce da wonderely alle 09:50 di giovedì, 24 gennaio 2008


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Categorie del post: messico, libri consigliati, stupro, violenza sessuale, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, omicidi seriali di donne, ciudad juàrez

Il testo che segue è tratto da un opuscolo, elaborato da Barbara Spinelli (per la bibliografia completa vedere in basso), diviso in 6 capitoli. Ho deciso di pubblicare il capitolo 3.2 dal titolo FEMMINICIDIO, GUERRA CIVILE, OCCUPAZIONE BELLICA.

CHIUNQUE E' INTERESSATO A LEGGERE L'INTERO OPUSCOLO PUO' CONTATTARMI E GLIELO FORNIRO' VOLENTIERI!

Ringrazio Federico Bastiani di Donne Senza Confini per avermi fornito il materiale.


Vi invito davvero a leggerlo perché è molto interessante e veritiero.



BUONA LETTURA!



Da sempre nella storia le donne durante le guerre hanno visto calpestati i diritti più elementari e sono state vittime silenziose di stupri e feroci violenze fisiche e psicologiche.



Spesso, soprattutto in contesti di occupazione o guerra civile, la violenza sulle donne è stata considerata uno strumento psicologicamente efficace contro il nemico.


Il corpo della donna diventa oggetto sul quale si manifestano relazioni di potere: attraverso lo stupro il rivale viene umiliato, la donna ripudiata o privata della sua funzione riproduttiva, se poi dallo stupro deriva una gravidanza, viene affermata la superiorità biologica del gruppo rivale (c.d. stupri etnici), destinando la donna e il feto alla morte o, nel migliore dei casi all’abbandono.


In tal modo la violazione del corpo della donna diventa un’arma tattica, una strategia pianificata per conquistare la vittoria morale sul nemico.


Lo stupro sistematico viene così utilizzato in larga scala per colpire l’identità di intere popolazioni, per infamare, disonorare e terrorizzare l’etnia nemica.



E’ questo il caso del Ruanda, dove l’ICCR in una sentenza ha dichiarato lo stupro sistematico una forma di genocidio, perché è efficace nella sua azione sterminatrice “allo stesso modo di ogni altro atto commesso con l’intento di distruggere in tutto o in parte un particolare gruppo”, nello specifico “ La violenza sessuale costituisce parte integrante del processo di distruzione rivolto specificamente alle donne di etnia tutsi e che mira alla distruzione dell’intero gruppo di etnia tutsi”.



Ma lo stupro sistematico è un fenomeno che riguarda anche il Darfur, dove i janjawid (vedi nota 51) stuprano sistematicamente donne e bambine per umiliare, punire, terrorizzare e controllare i gruppi rivali di appartenenza delle stesse, nonché per disperderle, poiché ripudiate dalla comunità, e per eliminare insieme ad esse la possibilità della comunità rivale di sopravvivere nel tempo.



Anche l’assenza di uomini in casa certo favorisce aggressioni sessuali da parte dei soldati nei confronti delle donne, come documentato da Human Right Watch in Cecenia, dove molte donne hanno denunciato abusi sessuali da parte di soldati russi che, nonostante l’identificazione, le denuncie e le sollecitazioni internazionali, non sono stati giudizialmente perseguiti.



Il Tribunale dell’Aja sta anche vagliando i riscontri degli stupri commessi durante l’ultima guerra in Kosovo da militari e paramilitari serbi, per i quali, “violentare le donne, possederle e sfruttare totalmente il loro corpo equivale a una violenza nei confronti di tutti quegli uomini kosovari che erano irraggiungibili e nascosti sulle montagne” .



Inutile nascondere che stupri sono stati perpetrati anche da coloro che semmai avrebbero dovuto impedirli, i c.d. “peacekeepers”.


Già nel 1993 il Centro per i crimini di guerra di Zenica documentò in Bosnia almeno 40 mila casi di stupro, e per parte delle aggressioni vennero segnalati come responsabili alcuni soldati ONU.


Più recentemente basti ricordare le inchieste aperte sugli stupri perpetrati dal contingente italiano in Somalia, o dal contingente americano in Iraq.


Proprio qui, gli incaricati di esportare la democrazia, secondo Eman Jamas, direttrice del centro dell’Osservatorio sull’Occupazione (anglo – italo – statunitense ecc.) che ha raccolto le testimonianze delle donne irachene, gli statunitensi utilizzerebbero la detenzione delle donne in ostaggio come strumento per pressare gli uomini. Inoltre molte donne ad Abu Ghraib hanno dato alla luce in carcere i propri bambini in situazioni inenarrabili e prive di assistenza.



Essendo per queste donne il valore dell’onore più sacro della stessa vita, esse non denunceranno mai pubblicamente quanto subito nelle prigioni americane, così anche questi crimini resteranno impuniti.