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Categorie del post: testimonianze, uomini, dati, tortura, indifferenza, persecuzione, notizie internazionali, violenza sessuale, inciviltà , la mia opinione, bambine, femminicidio, discriminazione sessuale, violenza di genere, stupro di guerra
Interrompo momentaneamente l’argomento della violenza sulle donne in Italia e del taglio dei fondi ai centri antiviolenza, per parlare di un argomento molto delicato: la tratta delle donne, vendute come prostitute e vittime di terribili violenze.
Vi propongo la storia di una ragazza che giovanissima è stata fatta schiava e portata in Italia, successivamente c’è un breve sunto con alcuni dati e un po’ di storia. Mi sono basata su una fonte segnalatami da Lorenza, che ringrazio, e che potete visitare tutti QUI (unico avvertimento: è scritta in francese, io l’ho tradotta per voi, riassumendola un po').
Il solo ricordo che Nita custodisce del giorno in cui i militari serbi l’hanno strappata dalla sua casa, a Pristina, per condurla in un campo dove l’hanno violentata è che faceva freddo e il suolo era ricoperto di neve. Non si ricorda se è stato prima o dopo il Natale 1996, l’anno in cui i combattimenti sono scoppiati tra le forze serbe e l’Armata di liberazione del Kosovo. Ha vissuto tali orrori negli ultimi dieci anni che il suo spirito, lei dice, è del tutto scombussolato. Nel 1996, Nita aveva 18 anni, era sposata e madre di una bambina di 8 mesi, e viveva vicino a suo padre, vedovo, e a sua sorella di 7 anni. I miliziani che sono andati a cercarla hanno preso anche la bambina e condotto suo marito, Milau, e suo padre in un altro campo. Per quattro giorni Nita è stata violentata ripetutamente insieme ad altre sette donne, prima di essere messa in una macchina e abbandonata vicino alla frontiera albanese. Nita ha cercato la sua famiglia con la collaborazione di un uomo che diceva di volerla aiutare: in realtà, l’ha trascinata su una barca, dove c’erano molte altre donne, l’ha tramortita e portata in Italia. Si è ritrovata infine a Torino, in un appartamento della periferia. Le altre donne che erano rinchiuse lì hanno appreso di essere state schiavizzate, vendute come prostitute a una rete di sfruttatori italiani e albanesi. Per sei anni, prima in un appartamento dove era tenuta prigioniera, poi per strada, Nita ha subito dei rapporti sessuali ogni notte, sette giorni su sette, con almeno una decina di uomini. Quando non riusciva ad attirare abbastanza clienti, uno degli uomini che dirigevano la tratta la picchiava. Non parlava l’italiano, non sapeva bene dove si trovava e viveva nella paura e nell’ignoranza. Una volta ha persino provato a fuggire, ma questo le è servito solo ad essere riempita di botte. Poi, un giorno la fortuna ha girato: per puro caso è salita in macchina di un uomo che affermava di avere conosciuto Milau e di aver sentito dire che era partito per la Gran Bretagna. Le ci è voluto un mese per potersi fidare di lui e alla fine ha accettato di viaggiare da clandestina attraverso l’Europa in un camion di sigarette. In Inghilterra ha finalmente ritrovato il marito, ma quando questi è venuto a conoscenza della sua vita trascorsa sulle strade, non l’ha potuto sopportare e l’ha buttata fuori di casa: era incinta di tre mesi. I servizi sociali l’hanno mandata in una casa di periferia dove ha potuto attendere la nascita del suo bambino.
Per l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (IOM), il traffico di esseri umani è “la forma più minacciosa dell’immigrazione irregolare in ragione della sua ampiezza e complessità crescenti, poiché ingloba le armi, la droga e la prostituzione”. Per l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC), si tratta della forma di crimine organizzato che conosce l’espansione più rapida del mondo. È impossibile procurarsi delle cifre affidabili. I responsabili dell’Organizzazione Internazionale del lavoro (BIT) stimano che ogni anno vengono venduti dai 700 mila ai 2 milioni di donne e bambini e che questo traffico alimenta un’industria i cui profitti oscillano tra i 12 e i 17 miliardi di dollari per anno. Secondo le Nazioni Unite, si contano oggi 127 paesi fonte – principalmente in Asia e nell’Europa dell’Est – che forniscono un grande numero di prostitute, e 137 paesi destinatari.
Una cosa è certa, il traffico di donne e di bambini avviene secondo le classiche modalità della schiavitù: rapimento, false promesse, trasporto in un luogo sconosciuto, perdita della libertà, sevizie sessuali, violenze e privazioni. Le vittime vengono isolate, sottomesse a pressioni fisiche o psicologiche, rese dipendenti dalla droga e dall’alcool. Le vittime del traffico, anche se sono consenzienti alla partenza, continuano ad essere sfruttate dai trafficanti al loro arrivo. Successivamente vendute a diversi acquirenti in un lungo ciclo di violenze, queste donne fanno eccellenti guadagni: i profitti che generano sono enormi, i rischi di farsi arrestare sono limitati e le sanzioni insignificanti. Secondo un rapporto della CIA, i trafficanti guadagnano in media 250 mila dollari a donna.
La globalizzazione e l’economia del mercato si sono tradotte in un accrescimento dei movimenti di capitali e di manodopera. Le frontiere si sono aperte alle merci, agli investitori e ai cittadini dei paesi ricchi residenti all’estero, ma quelli dei paesi poveri non circolano altrettanto liberamente. Le leggi severe che limitano l’immigrazione impediscono ai richiedenti asilo e agli immigrati di passare le frontiere. È in questo sotto-mondo di economie in fallimento, di povertà, di discriminazione, di governi corrotti e di nuove tecnologie che il traffico di esseri umani prospera.
Sui trafficanti si è meno informati perché le loro vittime, non protette dalla legge, sono spesso troppo spaventate per testimoniare, ma anche perché non esiste un solo tipo di trafficanti. All’apice della piramide, si trovano delle grandi reti criminali estremamente sofisticate, che operano abitualmente a fianco dei trafficanti di droga e di armi, ma formano delle cellule distinte. Operano spesso in molti paesi, fanno oltrepassare le frontiere alle loro vittime e le fanno passare di gruppo in gruppo come delle volgari merci, approfittando della corruzione che regna nella polizia. Queste reti fanno spesso ricorso a dei procacciatori per indurre le donne ad accettare dei lavori all’estero, presentandoli come proficui e rispettabili.
Un buon numero di trafficanti sono dei gestori di case chiuse, e la maggior parte delle ragazze vengono ingannate, reclutate e preparate da donne, a volte prostitute veterane, che le accompagnano durante la prima tappa del viaggio per rassicurarle. La cosa più sconvolgente è che alcuni procacciatori sono degli amici d’infanzia, degli zii o addirittura dei parenti che, per una commissione o a causa di una situazione finanziaria disperata, sono pronti a tradire chi sostengono di amare.
Nell’Europa del Sud-Est, la transizione dall’economia pianificata all’economia di mercato, e anche i conflitti del Kosovo e della Bosnia-Erzegovina, hanno permesso ai trafficanti di reclutare delle vittime tra i nuovi poveri e le nuove categorie di persone vulnerabili: giovani disoccupati, membri della comunità rom, donne che hanno perso il loro lavoro. Quando il conflitto nei Balcani si è placato, abbiamo cominciato a vedere sulle strade dei trafficanti che se ne andavano dalla Serbia al Kosovo e in Bosnia per organizzare delle vendite all’asta di donne. Le vittime venivano poi ripartite in case chiuse dove i primi clienti erano spesso dei caschi blu, protetti dall’immunità diplomatica in quanto personale delle Nazioni Unite.
Nel 1949, la Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione e l’abolizione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione altrui ha stabilito un legame tra il traffico e la prostituzione. In seguito, un numero considerabile di convenzioni e accordi internazionali sono stati firmati per lottare, direttamente o indirettamente, contro il traffico delle donne e dei bambini, e anche contro il matrimonio e il lavoro forzati. Nel 2000, la quasi totalità dei paesi hanno firmato la Convenzione dell’ONU contro la criminalità transnazionale organizzata, di cui uno dei protocolli, quello di Palermo, dà la prima definizione completa del traffico di esseri umani. I paesi firmatari sono tenuti ad adottare nuove leggi, a criminalizzare il traffico, a indagare sui trafficanti e perseguirli nei termini di legge, e a proteggere l’identità delle vittime del traffico. Ma il protocollo non prevede grandi cose per quanto riguarda la protezione delle prostitute, perché non richiede che si dia un aiuto o una protezione alle vittime del traffico.
In questi ultimi anni, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE) ha elaborato un proprio piano per lottare contro il traffico. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta degli esseri umani (entrata in vigore il 1° febbraio 2008) prevede tutta una serie di misure con questo scopo. L’iniziativa del Consiglio d’Europa è stata accolta con entusiasmo dai centri associativi, perché non si tratta soltanto di uno strumento di lotta contro la criminalità organizzata, ma anche l’unico strumento che costringe giuridicamente a delle misure per fornire una protezione alle donne e ai bambini vittime di questo traffico. Ma sussiste un baratro tra i discorsi antitrafficanti e le misure realmente adottate per dare protezione e assistenza alle vittime, o per arrestare e perseguire i trafficanti, che, persino quando vengono fermati, raramente sono condannati.
Questo è un sunto molto breve, ma esaustivo, riguardo al grandissimo problema della tratta delle donne. Mi aspetto da chi verrà qui a commentare il massimo rispetto per la sofferenza di queste donne; purtroppo ho sentito parecchie giustificazioni a riguardo, tra cui “gli uomini hanno più testosterone delle donne”, oppure “gli uomini vivono la sessualità in modo diverso”. A me non interessa un bel niente del testosterone e della sessualità, altrimenti ci mettiamo a giustificare tutto perché gli uomini sono fatti così: chi obbliga le donne a prostituirsi, chi le violenta, chi le sfrutta è SEMPRE da condannare senza alcuna remora. Se dovete venire qui a scrivere cazzate e a prendere in giro la sofferenza delle donne sfruttate girate i tacchi e andatevene, perché questo è un blog serio e io le mancanze di rispetto non le tollero.
Le prostitute non sono “puttane”, non sono “zoccole”, non sono “battone”: le prostitute sono donne che hanno perso la loro libertà per colpa di infami bastardi che non ragionano con il cervello, ma con un’altra parte del corpo. Ci sono pure uomini che hanno il coraggio di andare con una prostituta e dire che la tratta non esiste: almeno non fate i vigliacchi e ammettete che anche voi siete responsabili di questo traffico, perché lo siete tanto quanto gli sfruttatori. Mi sono stancata di sentire sempre giustificazioni. La vita di una donna ha valore, gli uomini non sono nessuno per strappare la libertà alle donne. Gli uomini non hanno il controllo sulle donne, perché le donne sono PERSONE tanto quanto gli uomini e nascono LIBERE tanto quanto gli uomini. Mettetevelo in testa una volta per tutte!
Segnalo infine che cliccando QUI è possibile firmare la petizione contro la tratta delle donne.
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Categorie del post: italia, testimonianze, uomini, dati, libertà , prostituzione, persecuzione, violenza sessuale, discriminazione sessuale, violenza di genere, stupro di guerra
Il testo che segue è tratto da un opuscolo, elaborato da Barbara Spinelli (per la bibliografia completa vedere in basso), diviso in 6 capitoli. Ho deciso di pubblicare il capitolo 3.2 dal titolo FEMMINICIDIO, GUERRA CIVILE, OCCUPAZIONE BELLICA.
CHIUNQUE E' INTERESSATO A LEGGERE L'INTERO OPUSCOLO PUO' CONTATTARMI E GLIELO FORNIRO' VOLENTIERI!
Ringrazio Federico Bastiani di Donne Senza Confini per avermi fornito il materiale.
Vi invito davvero a leggerlo perché è molto interessante e veritiero.
BUONA LETTURA!
Da sempre nella storia le donne durante le guerre hanno visto calpestati i diritti più elementari e sono state vittime silenziose di stupri e feroci violenze fisiche e psicologiche.
Spesso, soprattutto in contesti di occupazione o guerra civile, la violenza sulle donne è stata considerata uno strumento psicologicamente efficace contro il nemico.
Il corpo della donna diventa oggetto sul quale si manifestano relazioni di potere: attraverso lo stupro il rivale viene umiliato, la donna ripudiata o privata della sua funzione riproduttiva, se poi dallo stupro deriva una gravidanza, viene affermata la superiorità biologica del gruppo rivale (c.d. stupri etnici), destinando la donna e il feto alla morte o, nel migliore dei casi all’abbandono.
In tal modo la violazione del corpo della donna diventa un’arma tattica, una strategia pianificata per conquistare la vittoria morale sul nemico.
Lo stupro sistematico viene così utilizzato in larga scala per colpire l’identità di intere popolazioni, per infamare, disonorare e terrorizzare l’etnia nemica.
E’ questo il caso del Ruanda, dove l’ICCR in una sentenza ha dichiarato lo stupro sistematico una forma di genocidio, perché è efficace nella sua azione sterminatrice “allo stesso modo di ogni altro atto commesso con l’intento di distruggere in tutto o in parte un particolare gruppo”, nello specifico “ La violenza sessuale costituisce parte integrante del processo di distruzione rivolto specificamente alle donne di etnia tutsi e che mira alla distruzione dell’intero gruppo di etnia tutsi”.
Ma lo stupro sistematico è un fenomeno che riguarda anche il Darfur, dove i janjawid (vedi nota 51) stuprano sistematicamente donne e bambine per umiliare, punire, terrorizzare e controllare i gruppi rivali di appartenenza delle stesse, nonché per disperderle, poiché ripudiate dalla comunità, e per eliminare insieme ad esse la possibilità della comunità rivale di sopravvivere nel tempo.
Anche l’assenza di uomini in casa certo favorisce aggressioni sessuali da parte dei soldati nei confronti delle donne, come documentato da Human Right Watch in Cecenia, dove molte donne hanno denunciato abusi sessuali da parte di soldati russi che, nonostante l’identificazione, le denuncie e le sollecitazioni internazionali, non sono stati giudizialmente perseguiti.
Il Tribunale dell’Aja sta anche vagliando i riscontri degli stupri commessi durante l’ultima guerra in Kosovo da militari e paramilitari serbi, per i quali, “violentare le donne, possederle e sfruttare totalmente il loro corpo equivale a una violenza nei confronti di tutti quegli uomini kosovari che erano irraggiungibili e nascosti sulle montagne” .
Inutile nascondere che stupri sono stati perpetrati anche da coloro che semmai avrebbero dovuto impedirli, i c.d. “peacekeepers”.
Già nel 1993 il Centro per i crimini di guerra di Zenica documentò in Bosnia almeno 40 mila casi di stupro, e per parte delle aggressioni vennero segnalati come responsabili alcuni soldati ONU.
Più recentemente basti ricordare le inchieste aperte sugli stupri perpetrati dal contingente italiano in Somalia, o dal contingente americano in Iraq.
Proprio qui, gli incaricati di esportare la democrazia, secondo Eman Jamas, direttrice del centro dell’Osservatorio sull’Occupazione (anglo – italo – statunitense ecc.) che ha raccolto le testimonianze delle donne irachene, gli statunitensi utilizzerebbero la detenzione delle donne in ostaggio come strumento per pressare gli uomini. Inoltre molte donne ad Abu Ghraib hanno dato alla luce in carcere i propri bambini in situazioni inenarrabili e prive di assistenza.
Essendo per queste donne il valore dell’onore più sacro della stessa vita, esse non denunceranno mai pubblicamente quanto subito nelle prigioni americane, così anche questi crimini resteranno impuniti.
E’ necessario anche ricordare in questa sede che l’80% dei rifugiati e sfollati presenti nel mondo è rappresentato da donne sole o con i propri figli, che sono soggette ad ogni genere di molestia dai combattenti sia durante il percorso verso il campo profughi, sia nel campo stesso. In Angola, Mozambico e Sierra Leone, molte donne in fuga sono state rapite e tenute in schiavitù.
Un rapporto dell’UNFPA denuncia che è alto il rischio corso dalle donne di subire rapporti forzati non protetti, con i quali viene trasmesso il virus dell’HIV, e dai quali possono conseguire gravidanze indesiderate: il 25% delle donne rifugiate in età riproduttiva ha subito una gravidanza indesiderata. A ciò si aggiungano i rischi che tale gravidanza comporta soprattutto nel caso di adolescenti, mancando adeguata assistenza sanitaria. Nei campi profughi sudanesi ad esempio si è riscontrato che per le adolescenti era più probabile la morte per complicazioni della gravidanza o del parto, piuttosto che la fine del ciclo di scuola primaria.
Il rischio di violenza è alto anche per le bambine che girano intorno al campo in cerca di legna o acqua: molte di esse sono state adulate e costrette a rapporti in cambio del dono di un po’ di pesce, alimento base dell’alimentazione molto difficile da reperire, altre vengono “reclutate” dai gruppi armati come schiave sessuali, cuoche o lavandaie.
L’elenco delle violenze proseguirebbe lungamente comprendendo altri teatri di guerra dagli anni ’80 del secolo scorso ad oggi, tra i quali si ricordano: Guinea, El Salvador, Haiti, Argentina, Sierra Leone, Liberia, Congo, Vietnam.
Dal punto di vista giuridico, indubbiamente contribuisce al tentativo di non lasciare impunite le atrocità commesse in guerra contro le donne la creazione di Tribunali Internazionali ad hoc nelle zone di conflitto e il fatto che lo Statuto stesso della CPI consideri lo stupro, la schiavitù sessuale, la prostituzione forzata, la gravidanza forzata, la sterilizzazione forzata e qualsiasi altra forma di violenza di tale gravità un crimine contro l’umanità, se commessi come attacco sistematico su vasta scala contro qualsiasi popolazione civile.
Tuttavia ancora manca una adeguata protezione alle donne vittime di violenza in contesti di guerra, e ciò dipende soprattutto dalla refrattarietà di molti Stati ad aprire le frontiere e concedere asilo alle vittime di stupri in contesti bellici, aggrappandosi al fatto che, nella convenzione di Ginevra del 1951 la definizione di rifugiato non comprende la persecuzione per ragioni “sessuali”.