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A settembre, la rivista medica britannica “The Lancet” pubblica un rapporto sconvolgente in cui si dice che durante il colpo di stato ad Haiti, guidato dagli USA dopo la destituzione nel 2004 del presidente democraticamente eletto Jean Bertrand Aristide, 8.000 persone sono state uccise e 35.000 donne e ragazze violentate. Tra i responsabili di queste azioni compaiono la polizia haitiana, bande, e “peacekeeper” ONU.

A fine novembre, la BBC manda in onda dei reportage di denuncia su nuovi episodi di violenza sessuale e abusi in Liberia e ad Haiti da parte di forze ONU. Le accuse chiamano in causa alcuni militari della MINUSTAH (United Nations Stabilization Mission in Haiti), impiegati in missione di “peace-keeping” nel piccolo stato caraibico. L'inchiesta della BBC è partita all'interno di un programma che si occupa di giovani sotto i 18 anni, “Generation Next”, in cui il conduttore, Mike Williams, ha intervistato alcune ragazzine ad Haiti: una ragazza di sedici anni ha riferito di essere stata rapita e violentata, all'interno di una base navale delle Nazioni Unite, da un militare brasiliano, quando aveva quattordici anni. I genitori della giovane hanno denunciato il fatto alle autorità dell'ONU presenti sul territorio, ma, nonostante le evidenti prove mediche, il soldato in questione è stato rimpatriato senza alcun provvedimento. Un'altra bambina ha affermato di essere stata stuprata da un peacekeeper a soli undici anni, e altri militari sono stati accusati di usufruire della prostituzione locale (anche minorile).

Nel Burundi, dove l'ONU è presente con 5.188 caschi blu, diversi soldati sono stati coinvolti in crimini legati alla prostituzione. Secondo Charles Mukasi, da sempre contrario all'arrivo del convoglio ONU in Burundi, «il fatto più grave non è tanto che questi soldati siano implicati in scandali sessuali, ma che siano venuti qui per proteggere la popolazione dal genocidio e da altri crimini contro l'umanità». Dal 2004 ad oggi, l'ONU ha messo sotto inchiesta, ben 319 “operatori di pace” delle Nazioni Unite, accusati di abusi sessuali verso le popolazioni che avrebbero dovuto proteggere: nel complesso, sono stati presi provvedimenti disciplinari (tra cui licenziamenti e rimpatri forzati) contro 179 soldati, poliziotti e civili.

Un rapporto ONU dello scorso ottobre, dedicato alla violenza contro le donne, stima che durante il genocidio del Ruanda del 1994 siano state violentate tra le 250.000 e le 500.000 donne, mentre in Bosnia tra le 20.000 e le 50.000. Per le milizie è un modo di umiliare il nemico, impedire che si riproduca - nel caso le donne vengano anche ammazzate - o (in Africa) diffondere il virus dell'AIDS. “Le violenze sessuali sono sempre meno una conseguenza della guerra e sempre più un'arma utilizzata a fini di terrore politico, di sradicamento di un gruppo, di un disegno di genocidio e di una volontà di epurazione etnica” (dall'introduzione a “Stupri di Guerra” di Karima Guenivet).

Karima Guenivet, una giornalista algerina esperta di diritto umanitario, ha ricostruito in maniera approfondita la storia di quel che è accaduto in tre regioni devastate dalla brutalità della violenza: l'Algeria, il Rwanda, la Bosnia. In particolare, Karima documenta la violenza contro le donne da parte dei militari, definendo lo stupro di guerra come un vero e proprio crimine contro l'umanità.

Articolo: dicembre 2006



Potete continuare a leggere l'articolo QUI: ci sono storie di ogni genere, stupri di massa, stupri etnici, stupri ai danni di bambine che poi sono state brutalmente uccise...di tutto e di più. La cosa che mi disgusta maggiormente è che di questi stupri non sentiamo MAI parlare. Sfido chiunque a prendere in mano un libro di storia e trovare un paragrafo dal titolo "gli stupri di guerra" (o qualcosa che più o meno si avvicini). In tutta la mia esperienza scolastica NON ho MAI trovato un libro di storia che parlasse anche delle donne e delle violenze che sono costrette a subire nei periodi di guerra. Mai un accenno, NIENTE DI NIENTE. Sfido chiunque ad accendere la tivù e sentire parlare al telegiornale di queste violenze: i giornalisti saranno troppo impegnati a parlare di questa e quell'altra partita di calcio, o di questo e quell'altro film...

Insomma, lo stupro di guerra è solo un danno collaterale, le gravidanze derivate dagli stupri pure, le donne ammazzate dopo essere state violentate ripetutamente da più uomini anche. Tanto sono donne e non valgono niente. La perdita di una donna o la violenza su una donna sono accettabili. Basta che gli uomini combattano le loro guerre: chi se ne importa se ci vanno di mezzo le donne e i bambini. Sono danni collaterali e niente di più. Gli stupri sono utilizzati dalla fazione vincente per annientare del tutto il nemico: le donne vengono stuprate e molte volte uccise, gli stessi uomini sono obbligati a osservare lo stupro della propria moglie o delle proprie figlie; gli stupri sono anche utilizzati per mettere incinte le donne e obbligarle poi a portare avanti le gravidanze per dimostrare la superiorità biologica del gruppo vincitore. Molte altre volte, invece, le donne vengono ripudiate dalle loro stesse famiglie, in seguito allo stupro subito. Le stesse donne soldato vengono stuprate dai loro colleghi uomini...è una violenza senza limiti e confini.

Io - sarò diversa dalla massa di cialtroni petulanti che dominano l'informazione - non voglio far parte di tutta quella schiera di gentaglia perbenista che reputa un disonore lo stupro, che si vergogna a pronunciare anche solo la parola o che, ancora peggio, scarica la colpa sulla vittima. Ben venga la risoluzione dell'ONU che reputa lo stupro un crimine di guerra: finalmente qualcuno che si accorge e tira fuori la testa dalla sabbia! Ovviamente, anche l'ONU dovrà fare i conti con i caschi blu stupratori, che dovrebbero "portare la pace" e "tutelare le popolazioni" e invece si prestano a stupri di gruppo e frequentano bordelli in cui le donne vengono obbligate a prostituirsi. Tutto questo deve farci capire come la violenza sulle donne sia UNIVERSALE, senza razza, età e classe sociale. La violenza sulle donne ha un solo sesso, quello maschile.

Da quando ho iniziato ad occuparmi di violenza sulle donne mi sono resa conto di una cosa: le donne vittime di violenza sono talmente tante che è IMPOSSIBILE contarle. È un pozzo senza fondo, una sofferenza che non ha fine, una violenza smodata e crudele che colpisce le donne in ragione del loro sesso. Provate a leggere tutto l'articolo, se riuscite, perché descrive molto bene le violenze e le sopraffazioni a cui le donne sono state sottoposte nel corso di diverse guerre: i numeri sono da capogiro! Dalle 20mila alle 500mila donne per guerra! Non nego che è un articolo che colpisce, perché racconta una realtà troppo spesso nascosta, che si preferisce non vedere, come se negando un problema questo possa magicamente scomparire. Possiamo anche ignorare i fatti, ma nonostante questo gli stupri ci sono e continuano ancora oggi in tutti i paesi colpiti dalle guerre. Scegliamo il sapere una volta tanto. È proprio questa indifferenza di fondo che permette il proliferare di queste violenze ai danni delle persone più indifese.
Messo in luce da wonderely alle 22:25 di venerdì, 04 luglio 2008


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Colombia, liberata Ingrid Betancourt

 

BOGOTÀ (Colombia) - Ingrid Betancourt è libera. La notizia è stata diramata dal governo di Bogotà che ha annunciato che, oltre all'ex candidata alle elezioni presidenziali - nelle mani dei guerriglieri della Farc (Forze armate rivoluzionarie colombiane) dal febbraio del 2002 -, sono stati riportati in libertà altri 14 ostaggi: tre cittadini americani (Thomas Howes, Keith Stansell e Marc Gonsalve) e 11 militari colombiani, che a loro volta erano finiti in tempi e modalità diverse nelle mani dei rivoltosi. «Voglio ringraziare prima di tutto Dio e i soldati colombiani» sono state le prime parole pronunciate dalla Betancourt e raccolte dall'emittente radiofonica Caracol. Un riferimento, quello religioso, ripreso poi più tardi, all'arrivo all'aeroporto di Bogotà, dove la Betancourt ha detto di provare pena per i propri carcerieri.

«NESSUNO SPARO» - «Non ci siamo resi conto di quello che succedeva, perché non c'è stato un solo sparo, non è stato ucciso nessuno, ci hanno portato fuori alla grande» ha poi raccontato la donna alla radio militare colombiana. Una dura prova che non ha eliminato la sua voglia di lottare: «Aspiro ancora alla carica di presidente della Colombia» ha detto al suo arrivo alla base militare di Catam. E ha sottolineato di volersi impegnare per gli altri ostaggi in mano alle Farc «fino a quando non saranno liberati». «Lotteremo insieme finché non saranno liberati, la comunità internazionale ci può aiutare». Poi ha esortato le Farc e il loro nuovo capo, Guillermo Leon Saenz, a «comprendere che questo è un momento storico e fare politica abbandonando le armi». Infine ha chiesto al popolo colombiano di «credere nell’esercito».

A PARIGI - La stanchezza pare non si faccia sentire. Giovedì Ingrid Betancourt parte per Parigi dove sarà ricevuta dal presidente Sarkozy. Lo ha annunciato lei stessa alla catena televisiva Rcn poche ore dopo la liberazione. Il trasferimento in Francia avverrà con lo stesso aereo su cui sono in arrivo a Bogotà il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, e i parenti della Betancort residenti a Parigi. A bordo anche il medico personale di Sarkozy, Christophe Fernandez, che visiterà l’ex candidata alle presidenziali colombiane. «Lo stato di salute di Ingrid Betancourt sembra piuttosto rassicurante ma non si può dire nulla prima di un esame approfondito» ha detto uno dei medici della delegazione, avvertendo che «dopo la liberazione gli ostaggi si trovano spesso in uno stato di euforia che non riflette necessariamente le loro effettive condizioni». Juan Carlos Lecompte, marito di Ingrid, l'ha definita «perfetta e lucida». «È solo più magra» ha aggiunto, sottolineando che «la sua liberazione provoca un sentimento così forte che le parole non possono descriverlo».

PORTATI AL SICURO - Gli ostaggi, dopo la liberazione, sono stati trasportati in elicottero verso San Jose del Guaviare. La Betancourt, i tre statunitensi e gli undici militari sono stati poi trasferiti nella base aerea di Toleimada, nel dipartimento di Tolima, a meno di 190 chilometri da Bogotà. Secondo quanto annunciato il ministro della difesa colombiano, Manuel Santos, tutte le persone rilasciate sarebbero in buone condizioni di salute, ma saranno sottoposti a nuovi accertamenti sanitari. Anche il presidente della Colombia, Alvaro Uribe, si è trasferito nella base aerea di Toleimada, per accogliere gli ostaggi liberati dall'esercito.

IL SEQUESTRO - La Betancourt, di origini francesi, era stata sequestrata e poi trattenuta in qualche rifugio segreto nella foresta. Secondo molti il suo sequestro era stato dettato dalle campagne da lei condotte, da senatrice, contro la corruzione e il narcotraffico. E dal rischio di una sua possibile affermazione elettorale. Prima di essere rapita la donna, che già da tempo era attiva in politica, aveva pubblicato un'autobiografia dal titolo «Forse mi uccideranno domani», in cui venivano denunciati per nome e cognome molti dei politici corrotti della Colombia.

LA LIBERAZIONE - L'emittente satellitare americana Cnn ha ricordato che nei giorni scorsi si trovavano in Colombia due mediatori impegnati sul caso, uno di nazionalità francese, l'altro svizzero. Il ministro Santos ha però spiegato che gli ostaggi sono stati liberati grazie ad un blitz delle forze militari colombiane, che hanno utilizzato anche alcuni infiltrati per raggirare e neutralizzare i due guerriglieri che custodivano i prigionieri. A favore della liberazione di Ingrid Betancourt, nel corso di questi anni, si erano mobilitati gruppi di pressione in tutto il mondo. E un appello per il suo rilascio era stato tra i primi atti ufficiali della coppia presidenziale francese Sarkozy-Bruni.

LA GIOIA DEI FIGLI - «È la notizia più bella della mia vita».Così il figlio di Ingrid Betancourt, Lorenzo Delloye, ha commentato il rilascio della madre, mentre la sorella Melanie ha rivolto un pensiero «a tutti coloro che non possono essere qui a gioire con noi perché si trovano ancora in prigionia». «Mi dicevo che sarebbe durato tutto un giorno, al massimo una settimana - ha detto ancora Melanie -. Ma poi si è rivelata una prova lunghissima. Sono stati sei anni molto dolorosi».

Fonte: Corriere della Sera

Per approfondire:

La Biografia e il Rapimento

Messo in luce da wonderely alle 13:16 di giovedì, 03 luglio 2008


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Prostituta torturata, preso il presunto responsabile

MONTESILVANO. Un dramma della clandestinità, una storia di vessazioni e prepotenza quella subita dalla giovane prostituta romena di 20 anni torturata nei giorni scorsi. Lei non voleva lavorare in strada e così sono partite le violenze.
Solo nel tardo pomeriggio di ieri è stato arrestato il presunto responsabile: si tratta di Daniel Raducan, romeno 29enne senza fissa dimora, accusato di induzione e sfruttamento della prostituzione, riduzione in schiavitù e lesioni personali.
La ragazza è stata salvata casualmente dai carabinieri, nella notte tra domenica e lunedì in una delle retate predisposte dal comando provinciale lungo la riviera tra Pescara e Montesilvano per arginare il fenomeno della prostituzione.
Proprio quella operazione ha consentito di liberare la giovane vittima che, nonostante le ferite, le contusioni e il trauma psicologico, continuava a battere.
Nel corso della maxi retata i militari hanno portato in caserma alcune straniere: solo una volta giunti negli uffici, nel momento di verbalizzare i dati delle donne, i militari hanno fatto l’incredibile scoperta.
Tra le prostitute ve ne era una, romena, giovanissima, appena 20 anni, con ferite e lesioni in varie parti del corpo.
I carabinieri l’hanno portata immediatamente all’ospedale di Pescara dove è stata medicata.
I medici le hanno riscontrato diverse fratture alle costole, una frattura al dito della mano destra, escoriazioni multiple, trauma cranico, evidenti ferite all’occhio destro e sinistro: una situazione clinica complessa, giudicata guaribile in 40 giorni.
Subito è iniziato l’interrogatorio alla giovane vittima.
I carabinieri hanno faticato molto per guadagnarsi la sua fiducia. La ragazza, infatti, in chiaro stato di shock aveva qualche reticenza a parlare.

IL RACCONTO DELLA VITTIMA

Ma con delicatezza è stata spronata dai militari che le hanno fatto capire l’importanza della sua testimonianza. Così, superati i dubbi, ha cominciato a raccontare tutto.
E’ stata un fiume in piena e forse in quegli attimi ha capito che era diventata una donna libera.
La ragazza ha raccontato di abitare a Montesilvano e che contro la sua volontà era costretta a prostituirsi.
L’imposizione arrivava da alcuni connazionali ai quali consegnava tutti i guadagni percepiti.
A lei non restava nemmeno un euro.
I suoi sfruttatori avevano cominciato a picchiarla e maltrattarla perché lei non voleva fare la vita.
Probabilmente era arrivata in Italia con altre aspettative e quando ha capito il suo vero mestiere ha tentato di ribellarsi. Ma la ribellione le è costata cara.
Calci e pugni arrivavano ad ogni suo no: ha raccontato di essere stata calpestata, picchiata, torturata e maltrattata per diversi giorni.
Le hanno strappato i capelli, le hanno bruciato la schiena, tutto perché non stava agli ordini.
La sua testa è stata sbattuta contro il muro e con un paio di tronchesi le hanno tagliato i lobi delle orecchie.
Per non far sentire le urla ai vicini di casa le hanno tappato la bocca con il nastro adesivo.
Non veniva usata pietà: doveva obbedire e basta.
Grazie ai racconti della giovane i militari sono riusciti a risalire esattamente all’appartamento di Montesilvano, in via Adda 4, dove avvenivano le torture: è stata sempre lei a consegnargli le chiavi di casa.
Lì dentro sono entrati ieri pomeriggio i militari: dopo una attenta perquisizione sono stati ritrovati anche i tronchesi, con tracce di sangue, usati probabilmente per seviziarla.
Hanno aspettato l’aguzzino che come previsto è finito in trappola, incredulo davanti ai militari riusciti ad entrare in casa.
Per lui le manette ed accuse pesantissime da cui sarà molto difficile difendersi.
Ma le indagini dei carabinieri in queste ore stanno andando avanti. Bisogna capire se la ventenne fosse l’unica a vivere in quelle condizioni e se il protettore facesse parte di una ben più ampia organizzazione criminale.
I militari cercheranno inoltre di risalire alla data esatta dell’arrivo della giovane e scoprire come sia arrivata in Italia.

UNA FINTA PROMESSA DI MATRIMONIO PER PORTARLA IN ITALIA

Quando è arrivata in caserma la donna era affamata: non mangiava da due giorni, hanno raccontato i carabinieri, ed ha divorato le merendine che le sono state offerte dai militari.
Le sue colleghe sono state solidali con lei: alcune di loro le hanno perfino offerto il guadagno della serata e si sono augurate fino all'ultimo che l'aguzzino cadesse nella trappola.
La "lucciola" romena, che appartiene ad una famiglia di contadini, è arrivata piena di speranze e i suoi genitori, poverissimi, l'hanno lasciata andare credendo alle promesse di matrimonio di Raducan. Ora è affidata ad una associazione.
Raducan, che è un rom, ha precedenti per estorsione, lesioni e minacce. Senza avere pietà per la ragazza, le aveva chiesto anche di avere rapporti non protetti e dopo il controllo dei carabinieri era pronto a rimandarla in strada.

Fonte PrimaDaNoi

Per saperne di più:

Prostituta torturata a Montesilvano, si cercano gli aguzzini

Prostituta seviziata, arrestati i vertici del sodalizio criminale

C'è chi le considera solo delle sudice battone, chi addirittura propone di espellerle dall'Italia perché sono un pericolo per la moralità, ma per fortuna c'è anche chi sa ragionare e aiutare davvero queste ragazze, donne, COSTRETTE a prostituirsi, torturate con ogni mezzo, violentate e sbattute sulle strade per soddisfare i bisogni sessuali dei "puttanieri" italiani. Se non guadagnano abbastanza, se non hanno troppi clienti rischiano addirittura di essere ammazzate, come se la loro vita non valesse niente. Sono considerate oggetti, non persone.

Purtroppo questa storia non ha avuto l'eco che si meritava, forse perché si tratta di una prostituta romena e quindi non conta farlo sapere. Essere seviziata, violentata e picchiata non fa notizia se a subire tutto questo è una povera ragazza romena. Neanche un mese fa a Genova è morta, ammazzata a calci e pugni dal suo sfruttatore, una giovane prostituta romena di 20 anni, perché guadagnava troppo poco. Proprio ieri una prostituta romena è stata violentata e derubata da un poliziotto italiano. Potrei andare avanti all'infinito a raccontare storie del genere, storie di sofferenza, violenza, umiliazione, disperazione. Storie di donne negate, senza diritti: comprate e vendute, come fossero merce. Donne senza voce, le cui grida disperate di aiuto restano soffocate in una spirale di violenza senza fine, inascoltate per l'indifferenza, l'incuria, il menefreghismo di molti. Cerchiamo di dare voce a chi non ce l'ha, non diventiamo complici del silenzio.

Consiglio a tutti la lettura del post sulla prostituzione, che ho pubblicato giusto un mese fa.

Messo in luce da wonderely alle 22:19 di sabato, 28 giugno 2008


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Vi propongo una notizia internazionale. Ultimamente mi sono occupata spesso della situazione italiana, viste le ultime vergognose sparate in materia di violenza sulle donne, ma da oggi ricomincerò a parlare anche della situazione internazionale. Il coraggio delle donne va messo in evidenza in qualsiasi frangente. Purtroppo le gesta nobili e coraggiose di molte donne passano nella maggior parte dei casi sotto silenzio. LA STORIA NON LA FANNO SOLO GLI UOMINI.

L'articolo che segue è stato scritto da un mio amico, Federico Bastiani, tratto da Volontari per lo Sviluppo del giugno 2008. Buona lettura.

LE DONNE ROCCIA

Mentre Mugabe spende un milione di euro per la sua festa di compleanno, lo Zimbabwe cola a picco con un'inflazione del 100 mila%, le recenti elezioni non hanno ancora stabilito il leggittimo presidente e un movimento di donne coraggiose, bianche e nere insieme, rilancia la lotta per un paese vivibile.

Lo Zimbabwe è tornato a far parlare di sé grazie alle recenti, incerte elezioni politiche che ancora non hanno determinato quale sia il presidente legittimato a guidare il paese. Il vecchio liberatore e despota Mugabe o il democratico Tsvangirai? Nel paese è in atto una crisi economica che lo sta lentamente uccidendo. Le cifre ufficiali sull'inflazione parlano del 100.000%, ma è difficile stabilirlo con precisione. Quel che è certo è che nessun altro Stato al mondo ha un'inflazione del genere. La crisi economica ha raggiunto livelli così preoccupanti che la forma di scambio più conveniente è il baratto. Ma non solo. Libia e Kuwait, fornitori storici di petrolio dello Zimbabwe, hanno chiuso i rubinetti perché il paese è insolvente. La scarsità di petrolio è diventata un business, noto come fuel for sex: giovani ragazze offrono prestazioni sessuali in cambio di taniche di benzina da 20 litri, che rivendono poi ai camionisti. E intanto l'Hiv si diffonde in modo preoccupante, 3 mila morti ogni settimana.

Un presidente re

Com'è possibile che lo Zimbabwe, un tempo granaio d'Africa, stia affamando la propria gente mentre il suo ex presidente Robert Mugabe ha speso un milione di euro per festeggiare l'83° compleanno? Lo domandiamo a Jenny Williams, una delle fondatrici di Women of Zimbabwe arise (Woza), tra le poche organizzazioni che sono ostinatamente disposte a scendere in strada per protestare contro la distruzione del proprio paese. "Mugabe si è scordato in fretta da dove proviene, delle sue teorie marxiste, una volta preso il potere si è trasformato, diventando un tiranno dittatore". Nel 2002 il presidente ha attuato la riforma agraria espropriando con la violenza le terre detenute dai bianchi per ridistribuirle agli autoctoni. "È vero, le terre sono state ridistribuite alle persone di colore, ma quelle dell'entourage del presidente..." dice Jenny. E la produzione di tabacco, una volta fiore all'occhiello dell'economia dello Zimbabwe, è crollata a picco perché i coltivatori che sono arrivati non avevano né i mezzi né le conoscenze per portare avanti un'agricoltura sviluppata.

Resistenza nonviolenta

Mugabe non accetta critiche e accusa i paesi occidentali di aver attuato un embargo che ha costretto il paese alla fame. In realtà l'embargo è solo nei confronti dell'entourage del presidente, al quale è stato vietato l'ingresso in alcuni Stati europei e l'esportazione di denaro all'estero. In questo clima, protestare è l'unica arma possibile. Jenny Williams è stata arrestata già 18 volte, a causa delle proteste organizzate dal suo gruppo. "Noi lo chiamiamo 'amore duro', perché amiamo abbastanza il nostro paese da accettare di essere arrestate e picchiate". Le donne del Woza si ispirano al movimento per i diritti civili negli Usa, alle proteste contro l'apartheid del Sudafrica, e alla resistenza nonviolenta di Gandhi. Perciò pregano, sfilano in corteo e regalano rose cui sono legati messaggi di pace. Dicono di trarre coraggio da uno slogan anti-apartheid: "Colpire una donna è come colpire una roccia". Quando la polizia interrompe le loro attività, obbediscono quietamente, per svergognare con il loro coraggio silenzioso coloro che maltrattano donne che potrebbero essere le loro madri, figlie e sorelle. (Nella foto donne che hanno subito violenza per le loro manifestazioni, ndr)

 

Il movimento Woza
Jenny divenne una figura pubblica 5 anni fa, quando il governo dello Zimbabwe cominciò a requisire le fattorie dei bianchi per ridistribuirle a neri privi di terra. L'Unione commerciale degli agricoltori dello Zimbabwe la ingaggiò come portavoce ed esperta in pubbliche relazioni. Da allora è divenuta un'attivista nonviolenta, il solo viso bianco in un gruppo di donne povere e nere. Jenny ha dovuto chiedere a marito e figli di lasciare il paese per motivi di sicurezza. "Ho chiesto un 'permesso' di tre anni dal mio essere moglie e madre. È stata dura, ma mi hanno sostenuta. Hanno capito che cerchiamo di rendere lo Zimbabwe di nuovo vivibile". Il Woza non si limita a protestare ma propone soluzioni concrete, come quando ha indirizzato una lettera al Ministro dell'Industria e del Commercio indicando alcune vie per risolvere la crisi economica; appello rimasto inascoltato. "Al Governo fa comodo questa situazione perché si arricchisce grazie al mercato nero".

Corruzione e contrabbando
Ormai tutta l'economia si muove attraverso canali non convenzionali, perfino il contrabbando di diamanti, nonostante la nazionalizzazione delle miniere, è divenuto un business che coinvolge calciatori, politici, generali, uomini d'affari stranieri e persino il personale dell'Onu, come ha denunciato il reporter Peter Moyo. Il 29 marzo il paese è stato chiamato alle urne e, in un contesto di corruzione dilagante dove Mugabe ha corrotto chiunque per ottenere voti, il 50,3% conseguito dai leader dell'opposizione Morgan Tsvangirai è indicatore del malcontento diffuso nel paese. Mugabe ha ordinato di ricontare i voti perché ritiene che l'opposizione abbia truccato i risultati in 21 seggi, Tsvangirai afferma invece che questo è un sistema per ribaltare l'esito del voto. Le premesse non sono buone, ma Jenny Williams non perde l'ottimismo e il buonumore. Ricorda sorridendo quando, nel 2005, la casa dove si teneva una riunione non autorizzata del Woza fu circondata dalla polizia. Jenny è uscita fuori e ha salutato gli ufficiali di polizia, che - grazie alla ventina di arresti - conosce bene. Il sergente l'ha accusata di aver partecipato a una riunione vietata. Jenny ha risposto che si trattava di una veglia di preghiera. "Ah sì?" ha detto ironico il sergente, "e per chi stavate pregando?". "Per te", ha risposto Jenny. Quella sera nessuno è stato arrestato.

Messo in luce da wonderely alle 14:42 di martedì, 24 giugno 2008


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La violenza sulle donne, come già detto e sottolineato in precedenza, non è solo violenza fisica. Esistono altri tipi di violenze che non lasciano segni evidenti sul corpo, ma che sono lesivi della persona tanto quanto i maltrattamenti fisici. In questo post mi soffermo sulla violenza psicologica e sulla violenza economica (che viene spesso inserita nella violenza psicologica): le informazioni sono state reperite dal sito del Centro Antiviolenza Artemisia. I dati invece sono tratti dal documento ufficiale ISTAT 2006.

 

LA VIOLENZA PSICOLOGICA

La violenza psicologica accompagna sempre la violenza fisica e la prepara anche quando non degenera verso questo tipo di maltrattamento. Il messaggio che passa attraverso il maltrattamento psicologico è che chi ne è oggetto è una persona priva di valore. Ciò induce in qualche modo chi lo subisce ad accettare in seguito anche comportamenti violenti. Si tratta spesso di atteggiamenti che si insinuano gradualmente nella relazione e finiscono così con l’essere accolti dalla donna, al punto che spesso essa non riesce nemmeno a vedere quanto le siano dannosi e insidino la sua identità.

Allo stesso tempo il maltrattamento psicologico procura una grande sofferenza, e parte del dolore provato dipende dal non riuscire a dare un nome a questo stato di grave disagio: la donna continua a sentirsi confusa e sofferente, ma senza capirne il perché. Per questa ragione è sempre importante con le donne parlare e indurle a esplicitare quello che sta succedendo, perché possono non rendersi conto che quello che stanno subendo è un vero e proprio maltrattamento. Le tipologie e le modalità di maltrattamento sono molteplici, di seguito ne abbiamo identificate sei delle più comuni. 

  • svalorizzazione (ad es. convincere la donna che non vale niente, dirle che è sessualmente inadeguata, sminuirla nella sua femminilità, offenderla, dirle che è stupida, che non capisce niente, critiche continue, distruzione delle amicizie ecc..)
  • trattare come un oggetto (ad es. richiesta di cambiare il proprio aspetto fisico, manipolare lo stato psichico della donna, maniacale ossessività, controllo di dove va la donna e cosa fa, gelosia eccessiva, costringere ad avere rapporti sessuali)
  • eccessiva attribuzione di responsabilità (ad es. nell’organizzazione del menage familiare, accusarla delle difficoltà dei figli, costringerla a farsi carico di tutte le spese familiari ecc..)
  • indurre senso di privazione (ad es. privazione di contatti sociali, indurre ansia e insicurezza sul futuro, privazione dei rapporti con la famiglia d’origine ecc..)
  • distorsione della realtà oggettiva (ad es. critica continua alla visione del mondo della donna, negazione dei sentimenti delle donne, far sentire in colpa la donna perché rifiuta i rapporti sessuali, cercare di far sembrare normali gravi maltrattamenti e abusi ecc…)
  • paura (ad es. minacce di percosse, rompere oggetti, sbattere porte, minacce di togliere i figli, minacce di morte, imprevedibilità ecc…)

La violenza psicologica può portare alla morte tanto quanto la violenza fisica, perché distrugge l'autostima della persona che ne è vittima.

Le donne che hanno sperimentato comportamenti di violenza psicologica da parte del partner attuale sono spesso vittime di violenza fisica o sessuale. Fatte 100 le donne che hanno subito violenza fisica e sessuale dal partner, il 90,5% ha subito anche violenza psicologica. Nel 50,4% dei casi si verifica violenza fisica associata a quella psicolgica, nel 26,8% (ma soprattutto nel caso degli ex mariti) si verificano contemporaneamente i tre tipi di violenza.

Ora vediamo in che modo la violenza psicologica viene perpetrata:

Isolamento 46,7%
Controllo 40,7%
Violenza Economica 30,7%
Svalorizzazione 23,8%
Intimidazione 7,8%


LA VIOLENZA ECONOMICA

Per violenza economica si intende ogni forma di privazione o controllo che limiti l’accesso all’indipendenza economica di una persona. Vi sono inclusi comportamenti quali:

- privare delle informazioni relative al conto corrente e alla situazione patrimoniale e reddituale del partner

- non condividere le decisioni relative al bilancio familiare 

- costringere la donna a spendere il proprio stipendio nelle spese domestiche

- non dare informazioni sullo stipendio

- non dare soldi o garanzie senza fornire le informazioni rispetto ai rischi e alle procedure di rivalsa,

- costringere a fare debiti

- tenerla in una situazione di privazione economica continua

- intestare tutti i beni a nome proprio o a nome dei propri familiari per impedire ogni accesso legale ai beni comuni.

- rifiutarsi di pagare un congruo assegno di mantenimento o costringere la donna a umilianti trattative per averlo

- licenziarsi per non pagare gli alimenti

- costringere a firmare contratti

Inoltre, molte donne vengono costrette a rinunciare al proprio lavoro per seguire la famiglia: in questo modo, non avendo uno stipendio, diventano del tutto dipendenti dal loro compagno, ed è quindi molto più facile che si verifichi questo tipo di violenza. Cliccando QUI potete leggere la testimonianza di una donna che ne è stata vittima.

 

Entrambi i tipi di violenza non sono ancora oggi riconosciuti come reati e quindi restano impuniti, soprattutto perché è più difficile individuare la violenza. Molte donne vittime di violenza psicologica, per esempio, non si rendono nemmeno conto di esserlo.

Un consiglio però si può comunque dare: se il vostro compagno/marito vi fa sentire male, vi svalorizza, vi impedisce di vedere vostri amici e/o parenti (o tutto quello che viene elencato nel post), non pensate che sia giusto, non pensate che "è normale". Nessuno ha il diritto di dirvi quello che dovete o non dovete fare. Voi siete padrone della vostra vita, nessun altro vi può comandare o farvi sentire delle nullità. Nei centri antiviolenza il personale specializzato può aiutarvi anche in questo senso. Come ho sempre detto: l'aiuto è a portata di mano, non abbiate timore.

Messo in luce da wonderely alle 10:03 di venerdì, 13 giugno 2008


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Categorie del post: testimonianze, dati, libertà, maltrattamenti, violenza domestica, persecuzione, la mia opinione, violenza psicologica, centri antiviolenza, violenza economica

Interrompo momentaneamente l’argomento della violenza sulle donne in Italia e del taglio dei fondi ai centri antiviolenza, per parlare di un argomento molto delicato: la tratta delle donne, vendute come prostitute e vittime di terribili violenze.

Vi propongo la storia di una ragazza che giovanissima è stata fatta schiava e portata in Italia, successivamente c’è un breve sunto con alcuni dati e un po’ di storia. Mi sono basata su una fonte segnalatami da Lorenza, che ringrazio, e che potete visitare tutti QUI (unico avvertimento: è scritta in francese, io l’ho tradotta per voi, riassumendola un po').

 

Il solo ricordo che Nita custodisce del giorno in cui i militari serbi l’hanno strappata dalla sua casa, a Pristina, per condurla in un campo dove l’hanno violentata è che faceva freddo e il suolo era ricoperto di neve. Non si ricorda se è stato prima o dopo il Natale 1996, l’anno in cui i combattimenti sono scoppiati tra le forze serbe e l’Armata di liberazione del Kosovo. Ha vissuto tali orrori negli ultimi dieci anni che il suo spirito, lei dice, è del tutto scombussolato. Nel 1996, Nita aveva 18 anni, era sposata e madre di una bambina di 8 mesi, e viveva vicino a suo padre, vedovo, e a sua sorella di 7 anni. I miliziani che sono andati a cercarla hanno preso anche la bambina e condotto suo marito, Milau, e suo padre in un altro campo. Per quattro giorni Nita è stata violentata ripetutamente insieme ad altre sette donne, prima di essere messa in una macchina e abbandonata vicino alla frontiera albanese. Nita ha cercato la sua famiglia con la collaborazione di un uomo che diceva di volerla aiutare: in realtà, l’ha trascinata su una barca, dove c’erano molte altre donne, l’ha tramortita e portata in Italia. Si è ritrovata infine a Torino, in un appartamento della periferia. Le altre donne che erano rinchiuse lì hanno appreso di essere state schiavizzate, vendute come prostitute a una rete di sfruttatori italiani e albanesi. Per sei anni, prima in un appartamento dove era tenuta prigioniera, poi per strada, Nita ha subito dei rapporti sessuali ogni notte, sette giorni su sette, con almeno una decina di uomini. Quando non riusciva ad attirare abbastanza clienti, uno degli uomini che dirigevano la tratta la picchiava. Non parlava l’italiano, non sapeva bene dove si trovava e viveva nella paura e nell’ignoranza. Una volta ha persino provato a fuggire, ma questo le è servito solo ad essere riempita di botte. Poi, un giorno la fortuna ha girato: per puro caso è salita in macchina di un uomo che affermava di avere conosciuto Milau e di aver sentito dire che era partito per la Gran Bretagna. Le ci è voluto un mese per potersi fidare di lui e alla fine ha accettato di viaggiare da clandestina attraverso l’Europa in un camion di sigarette. In Inghilterra ha finalmente ritrovato il marito, ma quando questi è venuto a conoscenza della sua vita trascorsa sulle strade, non l’ha potuto sopportare e l’ha buttata fuori di casa: era incinta di tre mesi. I servizi sociali l’hanno mandata in una casa di periferia dove ha potuto attendere la nascita del suo bambino.

Per l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (IOM), il traffico di esseri umani è “la forma più minacciosa dell’immigrazione irregolare in ragione della sua ampiezza e complessità crescenti, poiché ingloba le armi, la droga e la prostituzione”. Per l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC), si tratta della forma di crimine organizzato che conosce l’espansione più rapida del mondo. È impossibile procurarsi delle cifre affidabili. I responsabili dell’Organizzazione Internazionale del lavoro (BIT) stimano che ogni anno vengono venduti dai 700 mila ai 2 milioni di donne e bambini e che questo traffico alimenta un’industria i cui profitti oscillano tra i 12 e i 17 miliardi di dollari per anno. Secondo le Nazioni Unite, si contano oggi 127 paesi fonte – principalmente in Asia e nell’Europa dell’Est – che forniscono un grande numero di prostitute, e 137 paesi destinatari.

Una cosa è certa, il traffico di donne e di bambini avviene secondo le classiche modalità della schiavitù: rapimento, false promesse, trasporto in un luogo sconosciuto, perdita della libertà, sevizie sessuali, violenze e privazioni. Le vittime vengono isolate, sottomesse a pressioni fisiche o psicologiche, rese dipendenti dalla droga e dall’alcool. Le vittime del traffico, anche se sono consenzienti alla partenza, continuano ad essere sfruttate dai trafficanti al loro arrivo. Successivamente vendute a diversi acquirenti in un lungo ciclo di violenze, queste donne fanno eccellenti guadagni: i profitti che generano sono enormi, i rischi di farsi arrestare sono limitati e le sanzioni insignificanti. Secondo un rapporto della CIA, i trafficanti guadagnano in media 250 mila dollari a donna.

La globalizzazione e l’economia del mercato si sono tradotte in un accrescimento dei movimenti di capitali e di manodopera. Le frontiere si sono aperte alle merci, agli investitori e ai cittadini dei paesi ricchi residenti all’estero, ma quelli dei paesi poveri non circolano altrettanto liberamente. Le leggi severe che limitano l’immigrazione impediscono ai richiedenti asilo e agli immigrati di passare le frontiere. È in questo sotto-mondo di economie in fallimento, di povertà, di discriminazione, di governi corrotti e di nuove tecnologie che il traffico di esseri umani prospera.

Sui trafficanti si è meno informati perché le loro vittime, non protette dalla legge, sono spesso troppo spaventate per testimoniare, ma anche perché non esiste un solo tipo di trafficanti. All’apice della piramide, si trovano delle grandi reti criminali estremamente sofisticate, che operano abitualmente a fianco dei trafficanti di droga e di armi, ma formano delle cellule distinte. Operano spesso in molti paesi, fanno oltrepassare le frontiere alle loro vittime e le fanno passare di gruppo in gruppo come delle volgari merci, approfittando della corruzione che regna nella polizia. Queste reti fanno spesso ricorso a dei procacciatori per indurre le donne ad accettare dei lavori all’estero, presentandoli come proficui e rispettabili.

Un buon numero di trafficanti sono dei gestori di case chiuse, e la maggior parte delle ragazze vengono ingannate, reclutate e preparate da donne, a volte prostitute veterane, che le accompagnano durante la prima tappa del viaggio per rassicurarle. La cosa più sconvolgente è che alcuni procacciatori sono degli amici d’infanzia, degli zii o addirittura dei parenti che, per una commissione o a causa di una situazione finanziaria disperata, sono pronti a tradire chi sostengono di amare.

Nell’Europa del Sud-Est, la transizione dall’economia pianificata all’economia di mercato, e anche i conflitti del Kosovo e della Bosnia-Erzegovina, hanno permesso ai trafficanti di reclutare delle vittime tra i nuovi poveri e le nuove categorie di persone vulnerabili: giovani disoccupati, membri della comunità rom, donne che hanno perso il loro lavoro. Quando il conflitto nei Balcani si è placato, abbiamo cominciato a vedere sulle strade dei trafficanti che se ne andavano dalla Serbia al Kosovo e in Bosnia per organizzare delle vendite all’asta di donne. Le vittime venivano poi ripartite in case chiuse dove i primi clienti erano spesso dei caschi blu, protetti dall’immunità diplomatica in quanto personale delle Nazioni Unite.

Nel 1949, la Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione e l’abolizione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione altrui ha stabilito un legame tra il traffico e la prostituzione. In seguito, un numero considerabile di convenzioni e accordi internazionali sono stati firmati per lottare, direttamente o indirettamente, contro il traffico delle donne e dei bambini, e anche contro il matrimonio e il lavoro forzati. Nel 2000, la quasi totalità dei paesi hanno firmato la Convenzione dell’ONU contro la criminalità transnazionale organizzata, di cui uno dei protocolli, quello di Palermo, dà la prima definizione completa del traffico di esseri umani. I paesi firmatari sono tenuti ad adottare nuove leggi, a criminalizzare il traffico, a indagare sui trafficanti e perseguirli nei termini di legge, e a proteggere l’identità delle vittime del traffico. Ma il protocollo non prevede grandi cose per quanto riguarda la protezione delle prostitute, perché non richiede che si dia un aiuto o una protezione alle vittime del traffico.

In questi ultimi anni, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE) ha elaborato un proprio piano per lottare contro il traffico. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta degli esseri umani (entrata in vigore il 1° febbraio 2008) prevede tutta una serie di misure con questo scopo. L’iniziativa del Consiglio d’Europa è stata accolta con entusiasmo dai centri associativi, perché non si tratta soltanto di uno strumento di lotta contro la criminalità organizzata, ma anche l’unico strumento che costringe giuridicamente a delle misure per fornire una protezione alle donne e ai bambini vittime di questo traffico. Ma sussiste un baratro tra i discorsi antitrafficanti e le misure realmente adottate per dare protezione e assistenza alle vittime, o per arrestare e perseguire i trafficanti, che, persino quando vengono fermati, raramente sono condannati.

 

Questo è un sunto molto breve, ma esaustivo, riguardo al grandissimo problema della tratta delle donne. Mi aspetto da chi verrà qui a commentare il massimo rispetto per la sofferenza di queste donne; purtroppo ho sentito parecchie giustificazioni a riguardo, tra cui “gli uomini hanno più testosterone delle donne”, oppure “gli uomini vivono la sessualità in modo diverso”. A me non interessa un bel niente del testosterone e della sessualità, altrimenti ci mettiamo a giustificare tutto perché gli uomini sono fatti così: chi obbliga le donne a prostituirsi, chi le violenta, chi le sfrutta è SEMPRE da condannare senza alcuna remora. Se dovete venire qui a scrivere cazzate e a prendere in giro la sofferenza delle donne sfruttate girate i tacchi e andatevene, perché questo è un blog serio e io le mancanze di rispetto non le tollero.

Le prostitute non sono “puttane”, non sono “zoccole”, non sono “battone”: le prostitute sono donne che hanno perso la loro libertà per colpa di infami bastardi che non ragionano con il cervello, ma con un’altra parte del corpo. Ci sono pure uomini che hanno il coraggio di andare con una prostituta e dire che la tratta non esiste: almeno non fate i vigliacchi e ammettete che anche voi siete responsabili di questo traffico, perché lo siete tanto quanto gli sfruttatori. Mi sono stancata di sentire sempre giustificazioni. La vita di una donna ha valore, gli uomini non sono nessuno per strappare la libertà alle donne. Gli uomini non hanno il controllo sulle donne, perché le donne sono PERSONE tanto quanto gli uomini e nascono LIBERE tanto quanto gli uomini. Mettetevelo in testa una volta per tutte!

Segnalo infine che cliccando QUI è possibile firmare la petizione contro la tratta delle donne.

Messo in luce da wonderely alle 22:55 di martedì, 03 giugno 2008


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Categorie del post: italia, testimonianze, uomini, dati, libertà, prostituzione, persecuzione, violenza sessuale, discriminazione sessuale, violenza di genere, stupro di guerra

Parlo ancora di famiglia e di violenza, ricordando che cliccando QUI potete firmare la PETIZIONE per ottenere una legge severa e precisa contro la violenza domestica. In Italia una legge di questo tipo ancora non esiste, il che vuol dire che le donne vittime NON vengono tutelate. Senza una legge, nessuna donna potrà essere protetta e aiutata.

Pubblico adesso la lettera scritta alle ministre del nuovo governo dai vicini di casa di Elisa Rattazzi, una delle tante donne vittime di uxoricidio. Trovo che questa lettera sia davvero significativa, io stessa mi sono commossa leggendola, e ringrazio tanto la mia amica Rosa per avermela segnalata.

 

CHIARA E ANDREA GUAZZOTTO

TORINO

Gentili Ministre, ci rivolgiamo a voi perché siete donne e forse potrete comprendere il dramma che è successo a Torino domenica pomeriggio 18 maggio. Conoscevamo Elisa Beatrice Rattazzi, abbiamo vissuto vicino a lei ed al suo assassino per anni e i nostri figli sono cresciuti assieme. È stata uccisa ed è l'ennesima assurda vittima della violenza di genere, della guerra che quotidianamente si consuma all'interno delle mura domestiche. Elisa era una donna che aveva paura ed ha subito per anni violenze e soprusi, e con lei i suoi figli, senza che nessuno abbia saputo o voluto aiutarla. Per anni ha denunciato le violenze commesse dal marito: sono rimaste tutte grida inascoltate strozzate nella gola. Al coraggio delle denunce, si risponde con qualche pacca sulle spalle.

L’Italia ha un parlamento che legifera su tutto, ma non esiste nessuna legge specifica, a differenza degli altri paesi europei e civili, sulla violenza di genere.
Quando sono chiamate ad intervenire le forze dell'ordine mostrano questo limite senza vergogna.

E sono solo un ulteriore e secco schiaffo morale per la donna: «su signora, sono solo battibecchi che succedono nelle migliori famiglie». Cosa deve fare una donna per essere creduta? A cosa servono le denunce, i referti dell'ospedale? A cosa serve proporre di inasprire le pene, se poi una moglie che denuncia più volte suo marito non viene mai creduta? In questa sottocultura da italietta fascista i mariti sembrano intoccabili, devono fare i «mariti» e se qualche volta si arrabbiano avranno pure le loro ragioni. Credeteci anche se il delitto d'onore è stato cancellato dal codice penale, non lo è dalla testa degli italiani.

Il boomerang mediatico, cavalcando il dolore dei familiari, sembra che abbia già voglia di trovare giustificazioni: aveva lasciato il marito, si era portata via i fi